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Il progettto Gypsophile nasce dalla mente del francese Guillaume Belhomme nel 1995, accompagnato da Anne Lemesle. La spagnola Elefant Records è subito conquistata dal pop-acustico del duo e pubblica loro il primo mini LP, "Apart in Alep". Rimasto da solo in seguito all'abbandono della Lemesle, Belhomme dedica Gypsophile alle esplorazioni più singolari, introducendo nel secondo mini LP (Songs of a thousand nights, per la Radio Khartoun) elementi di bossa che identificheranno da qui in avanti il suo stile, come dimostra il primo album, Unaneelmi (per la giapponese Clover). Seguono altri lavori sempre all'insegna di un pop malinconico e pensoso, che si avvalgono di una strumentazione via via più complessa (sax, piano) e mostrano la prolificità di Guillame, il quale nel 2002 pubblica ben tre album (tra cui un omaggio all'autore Ceco Petr Grisli e un disco in coppia con Emmanuel Lamour dei Des Garçons Ordinaires) sulla consueta vena di seducente intimismo, tra Arto Lindsay e Leonard Cohen, ma con un inedito interesse per l'interpretazione dei classici.

 

 

 
 

Discografia:

Unaneelmi (Clover, 1999)
De loin, les choses (Radio Karthoum, 2001)
Petr Grisli (Les disques rare, 2002)
Gypsophile vs Shop (Radio Karthoum, 2002)
Eloquence des fatigués (Noise Digger, 2003)
Les Profils Des Dômes (Lenka Lente, 2004)
Assunta (Lenka Lente, 2006)


Sito Ufficiale:
www.gypsophile.com

 
 

 

 
 

Assunta
(Lenka Lente, 2006)

 
 

Nonostante il progressivo allontanamento dal lessico indiepop continuiamo ad ospitare il progetto di Mr. Belhomme sulle nostre pagine in virtù tanto del notevole livello della proposta quanto di un linguaggio musicale che pur nel segno di una continua evoluzione porta memoria di ogni passaggio.
"Assunta" costruisce sugli scheletri del recente passato il nuovo capitolo di una storia continuamente tesa alla ricerca di nuove forme espressive ma in cui ogni lavoro ha le caratteristiche di opera definitiva ed accogliente, e si pone in stretta contiguità con "Les Profils Des Dômes" nel cercare la massima libertà espressiva senza disperdere le voglie armoniche del suo autore.
Opera di immobile calma accarezzata dalla ipnotica sei corde di Belhomme, l'album assume graziosissime e timide forme melodiche spaesate tra sommessi rumori d'ambiente che ricorrono lungo tutto il disco: il sassofono che si insinua nel cuore dell'ouverture riecheggia nelle tastiere che macchiano l'incipit di "Les Soulevés" in un incantevole gioco di rimandi acustici/elettronici con frequenti innesti di fiati. E quando la dolcezza è invasa dall'improvvisa aggressività del sassofono (succede ancora in "Marthe"), lo scopo è impreziosire ulteriormente le distese acustiche sulle quali le due voci si prendono per mano.
Già, le voci: quella di Guilaumme appare più in forma che mai, e si alterna a quella altrettando splendida di Marine Livernette. Lei dà forma amarognola alla teatrale "Tolède", lui recita in rima sulle caotiche percussioni che sommergono gli arpeggi di "Kiffa", lei miagola con grazia in "Entretien Des Grisailles" e insieme colorano di magia autunnale "Marthe".
Questo è "Assunta": un'alba verde ed immota, inondata di luce pigra. Capace di improvvisi squarci di bellezza e di misteriose aurore. E' una promessa: saprà riservarvi estrema soddisfazione.

Salvatore


 
 

Les Profils Des Dômes
(Lenka Lente, 2004)

 
 

Guillame Belhomme è un artista emotivo e curioso, che avverte sensibilmente la necessità di rinnovarsi. Un richiamo, un bisogno di aggiornare la propria ricerca, non accomodandosi in una formula.
I suoi lavori sono diari percettivi, sensori sentimentali. Ascoltati in sequenza mostrano una notevolissima volontà di estendersi, reagire, propagarsi oltre.
Tra gli esordi pop istintivi, influenzati dalla bossanova, e un approccio via via più meditato, prospettico e non privo di autocritica, persiste un rapporto, s'intravede un processo parallelo, un flusso continuo e ininterrotto.

Nel nuovo album "Les Profils Des Dômes", primo per la label personale di Gypsophile, Lenka lente, si rinnova ancora e sempre quel senso di istantanea, precaria e incantata malinconia atmosferica, cifra stilistica di questo insolito e dimesso songwriter francese.
Si offre una vista intima, serena e destituita, che comunica un'esemplare naturalezza ("les voutes immenses- sous").
L'approccio musicale di Belhomme e dei suoi collaboratori, ripensato negli anni, è più consapevole e distinto ma è sempre anche libero, gioco magico e oscillante, nella sala d'incisione.
Geometrie assolte, senza contorni, si coagulano con liriche sottilmente recitate (la meravigliosa coda di sassofono su "devant des fleurs singulieres", un senso di attesa, tramato assieme alla chitarra acustica, in "Kathleen, Isobel").

Quel già noto senso del cantautorato d'oltralpe, quel suo trasporto sentimentale senza tempo e insieme nostalgico ("pour efficacer quoi? et attendre"), si protende in una dimensione inusitata, in uno spazio di musica libera e senza regole. Libera di comunicare con il silenzio, libera di influenzarsi freejazz, psichedelia, minimalismo ("autrement").

Il corallo è simbolo richiamato nelle ballate "l'etiopienne inuit", "la doreuse du Djai Khan", ma è tutta la scaletta a costruirsi e vivere nel variare di luci ed ombre. Composizione e improvvisazione s'implementano. Diversi sensi, diverse nature in contatto, discretamente ("l'accord de Vidor").
La continuità tra i brani non argina la corrente ed estingue le differenze in un tutto organico.

Senza struttura fissa, plasmandosi, questa musica si dirama, assume idealmente nuove forme.
Lo stesso autore augura agli ascoltatori non mero appagamento ma curiosità, un invito a perdersi nelle tante direzioni musicali che richiama e suscita questo inestimabile album e progetto.

Fabio


 
 

Eloquence Des Fatigues
(Noise Digger, 2003)

 
 

Terza prova di Belhomme alle prese con una bossa amatoriale intrisa di elettronica.
L'atmosfera allestita è soffice, quasi indefinibile, timbricamente rarefatta. L'interpretazione si mantiene in tono, pudica e sommessa.
Per certi aspetti la proposta di Gypsophile mantiene sempre la stessa classe, attrazione e suggestione informale. Si ascolti ad esempio la friabile leggerezza dei panneggi in pour eux, plus tard o a moi, ma vie.
Tradiamo forse un po' di rammarico nel veder questo terzo "Eloquence Des Fatigues" rinunciare così facilmente a quella feconda materia pop che negli esordi trionfava, definiva ossatura, pur gracile, leggiadra e aggraziata.
Guillaume mostra di non aver più bisogno della trascorsa semplicità un poco ingenua, favorendo un impressionismo quanto più intaccato, ritenendo inopportuno prolungare forme e toni giovanili.
La sua arte si fa adulta, misurata, temperata. Si erge sopra il rimpianto. Si intinge di lirismo aeriforme, si dirada, si assottiglia inseguendo simboli e poesia dei prodromi restando a volte a brancolare irrisolta.
Belhomme si conferma meritatamente un piccolo e solitario cantore idealista che porta avanti un progetto coraggioso e improbabile, violato delle intemperie per costituzione.

Fabio


 
 

De loin, les choses
(Radio Karthoum, 2001)

 
 

Ancora più del precedente e pregevole esordio su lunga distanza, Unaneelmi, questa seconda prova del parigino bossa aficionado Guillaume Belhomme evoca senza compromesso scenari umidi, equatoriali, piovosi. La voce, la chitarra e alcuni loop gentili sono gli utensili abituali con cui il nostro costruisce i propri piccoli mosaici, eleganti e scarne miniature, dense di sottili malinconie e struggenti, ma sommesse, afflizioni.
In questa nuova occasione fanno ingresso basso, sax e piano, premunendosi di non rubare il proscenio, anzi, sostenendo, esaltando, la voce dell'interprete. Per la prima volta interviene anche una voce femminile, una sorta di co-protagonista ideale, di alter-ego coadiuvante; compagno di viaggio, sostentamento del crooner; evanescente creatura a lenir dolori e rinfrancar lo spirito con la sua soprannaturale levità e leggerezza.
La voce di Guillaume è una voce dal passato. Vive unicamente nutrendosi dei propri ricordi, e raccoglie le proprie visioni contemplando il sogno, la sua realtà. In questo modo é perfettamente in grado di ricavare risorse per l'avvenire. Il risultato che si ottiene è una raccolta di visioni e d'immagini, perfettamente amalgamata, equilibrio di fantastiche utopie e reali memorie. L'ascoltatore, o lo spettatore che dir si voglia, non è assolutamente in grado di scorgere la demarcazione tra le prime e le seconde, tanto il narratore è bravo a dissimulare e a confondere.

Fabio


 
 

Unaneelmi
(Clover Records, 1999)

 
 

Gypsophile, progetto di Guillaume Belhomme, è uno dei tanti, innumerevoli nomi che s'affacciano solo parzialmente sul mercato, accontentandosi più che altro di farsi conoscere, far girare i propri risultati ad un ristretto giro di conoscenti e amici. Fosse stata questa la sorte di Unaneelmi ci saremmo dovuti privare di un sorprendente, delicato acquarello, crocevia tra bossanova, jazz e pop, il cui punto di forza si rinviene, assolutamente, nel senso di leggerezza e di discrezione che sprigiona. Come un Eden appena sussurrato, bisbigliato, da Tracey Thorn, o come dei Crooner ancora più prudenti. Diviso tra cantato inglese e francese, realizzato nella più completa autarchia, prevalentemente acustico, appena sfiorato, insaporito, da fragranze electro, Unaneelmi di Gypsophile può dunque vantare molti brani decisamente incantevoli, in perfetta simbiosi l'uno con l'altro. In the day our tears turned into rain, già nota ed apprezzata in una raccolta della serie Little Darla Has A Treat For You, oppure di you drive me so, e di lament of 2 ex-lovers, Guillaume aggiorna lo stile di James Taylor depurandolo di qualsiasi compiacimento; allestisce una musica che evoca magicamente clima umido e luoghi equatoriali. Figlie di climi tropicali, di estati umide e pioggie periodiche, come anche sembrano voler suggerire le immagini nel booklet, dispensate, anch'esse, con misura. A volte una toccante, partecipata afflizione, come nel caso della conclusiva i'm away, arricchisce, aggiunge nuove espressioni, nuove luci, nel confondersi dei colori.

Fabio