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Il progettto Gypsophile nasce
dalla mente del francese Guillaume Belhomme nel 1995, accompagnato
da Anne Lemesle. La spagnola Elefant Records è subito conquistata
dal pop-acustico del duo e pubblica loro il primo mini LP,
"Apart in Alep". Rimasto da solo in seguito all'abbandono
della Lemesle, Belhomme dedica Gypsophile alle esplorazioni
più singolari, introducendo nel secondo mini LP (Songs of
a thousand nights, per la Radio Khartoun) elementi di bossa
che identificheranno da qui in avanti il suo stile, come dimostra
il primo album, Unaneelmi (per la giapponese Clover). Seguono
altri lavori sempre all'insegna di un pop malinconico e pensoso,
che si avvalgono di una strumentazione via via più complessa
(sax, piano) e mostrano la prolificità di Guillame, il quale
nel 2002 pubblica ben tre album (tra cui un omaggio all'autore
Ceco Petr Grisli e un disco in coppia con Emmanuel Lamour
dei Des Garçons Ordinaires) sulla consueta vena di seducente
intimismo, tra Arto Lindsay e Leonard Cohen, ma con un inedito
interesse per l'interpretazione dei classici.
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Nonostante il progressivo allontanamento dal lessico indiepop continuiamo ad ospitare il progetto di Mr. Belhomme sulle nostre pagine in virtù tanto del notevole livello della proposta quanto di un linguaggio musicale che pur nel segno di una continua evoluzione porta memoria di ogni passaggio.
"Assunta" costruisce sugli scheletri del recente passato il nuovo capitolo di una storia continuamente tesa alla ricerca di nuove forme espressive ma in cui ogni lavoro ha le caratteristiche di opera definitiva ed accogliente, e si pone in stretta contiguità con "Les Profils Des Dômes" nel cercare la massima libertà espressiva senza disperdere le voglie armoniche del suo autore.
Opera di immobile calma accarezzata dalla ipnotica sei corde di Belhomme, l'album assume graziosissime e timide forme melodiche spaesate tra sommessi rumori d'ambiente che ricorrono lungo tutto il disco: il sassofono che si insinua nel cuore dell'ouverture riecheggia nelle tastiere che macchiano l'incipit di "Les Soulevés" in un incantevole gioco di rimandi acustici/elettronici con frequenti innesti di fiati. E quando la dolcezza è invasa dall'improvvisa aggressività del sassofono (succede ancora in "Marthe"), lo scopo è impreziosire ulteriormente le distese acustiche sulle quali le due voci si prendono per mano.
Già, le voci: quella di Guilaumme appare più in forma che mai, e si alterna a quella altrettando splendida di Marine Livernette. Lei dà forma amarognola alla teatrale "Tolède", lui recita in rima sulle caotiche percussioni che sommergono gli arpeggi di "Kiffa", lei miagola con grazia in "Entretien Des Grisailles" e insieme colorano di magia autunnale "Marthe".
Questo è "Assunta": un'alba verde ed immota, inondata di luce pigra. Capace di improvvisi squarci di bellezza e di misteriose aurore. E' una promessa: saprà riservarvi estrema soddisfazione.
Salvatore
Guillame
Belhomme è un artista emotivo e curioso, che avverte sensibilmente
la necessità di rinnovarsi. Un richiamo, un bisogno di aggiornare
la propria ricerca, non accomodandosi in una formula.
I suoi lavori sono diari percettivi, sensori sentimentali. Ascoltati in sequenza mostrano una notevolissima volontà di estendersi, reagire, propagarsi oltre.
Tra gli esordi pop istintivi, influenzati dalla bossanova, e un approccio via via più meditato, prospettico e non privo di autocritica, persiste un rapporto, s'intravede un processo parallelo, un flusso continuo e ininterrotto.
Nel nuovo album "Les Profils Des Dômes", primo per la label personale di Gypsophile, Lenka lente, si rinnova ancora e sempre quel senso di istantanea, precaria e incantata malinconia atmosferica, cifra stilistica di questo insolito e dimesso songwriter francese. Si offre una vista intima, serena e destituita, che comunica un'esemplare naturalezza ("les voutes immenses- sous").
L'approccio musicale di Belhomme e dei suoi collaboratori, ripensato negli anni, è più consapevole e distinto ma è sempre anche libero, gioco magico e oscillante, nella sala d'incisione. Geometrie assolte, senza contorni, si coagulano con liriche sottilmente recitate (la meravigliosa coda di sassofono su "devant des fleurs singulieres", un senso di attesa, tramato assieme alla chitarra acustica, in "Kathleen, Isobel").
Quel già noto senso del cantautorato d'oltralpe, quel suo trasporto sentimentale senza tempo e insieme nostalgico ("pour efficacer quoi? et attendre"), si protende in una dimensione inusitata, in uno spazio di musica libera e senza regole.
Libera di comunicare con il silenzio, libera di influenzarsi freejazz, psichedelia, minimalismo ("autrement").
Il corallo è simbolo richiamato nelle ballate "l'etiopienne inuit", "la doreuse du Djai Khan", ma è tutta la scaletta a costruirsi e vivere nel variare di luci ed ombre. Composizione e improvvisazione s'implementano. Diversi sensi, diverse nature in contatto, discretamente ("l'accord de Vidor"). La continuità tra i brani non argina la corrente ed estingue le differenze in un tutto organico.
Senza struttura fissa, plasmandosi, questa musica si dirama, assume idealmente nuove forme.
Lo stesso autore augura agli ascoltatori non mero appagamento ma curiosità, un invito a perdersi nelle tante direzioni musicali che richiama e suscita questo inestimabile album e progetto.
Fabio
Terza prova
di Belhomme alle prese con una bossa amatoriale intrisa di elettronica.
L'atmosfera allestita è soffice, quasi indefinibile, timbricamente
rarefatta. L'interpretazione si mantiene in tono, pudica e sommessa.
Per certi aspetti la proposta di Gypsophile mantiene sempre la stessa
classe, attrazione e suggestione informale. Si ascolti ad esempio
la friabile leggerezza dei panneggi in pour eux, plus tard o
a moi, ma vie.
Tradiamo forse un po' di rammarico nel veder questo terzo "Eloquence
Des Fatigues" rinunciare così facilmente a quella feconda materia
pop che negli esordi trionfava, definiva ossatura, pur gracile,
leggiadra e aggraziata.
Guillaume mostra di non aver più bisogno della trascorsa semplicità
un poco ingenua, favorendo un impressionismo quanto più intaccato,
ritenendo inopportuno prolungare forme e toni giovanili.
La sua arte si fa adulta, misurata, temperata. Si erge sopra il
rimpianto. Si intinge di lirismo aeriforme, si dirada, si assottiglia
inseguendo simboli e poesia dei prodromi restando a volte a brancolare
irrisolta.
Belhomme si conferma meritatamente un piccolo e solitario cantore
idealista che porta avanti un progetto coraggioso e improbabile,
violato delle intemperie per costituzione.
Fabio
Ancora più del
precedente e pregevole esordio su lunga distanza, Unaneelmi, questa
seconda prova del parigino bossa aficionado Guillaume Belhomme evoca
senza compromesso scenari umidi, equatoriali, piovosi. La voce,
la chitarra e alcuni loop gentili sono gli utensili abituali con
cui il nostro costruisce i propri piccoli mosaici, eleganti e scarne
miniature, dense di sottili malinconie e struggenti, ma sommesse,
afflizioni.
In questa nuova occasione fanno ingresso basso, sax e piano, premunendosi
di non rubare il proscenio, anzi, sostenendo, esaltando, la voce
dell'interprete. Per la prima volta interviene anche una voce femminile,
una sorta di co-protagonista ideale, di alter-ego coadiuvante; compagno
di viaggio, sostentamento del crooner; evanescente creatura a lenir
dolori e rinfrancar lo spirito con la sua soprannaturale levità
e leggerezza.
La voce di Guillaume è una voce dal passato. Vive unicamente nutrendosi
dei propri ricordi, e raccoglie le proprie visioni contemplando
il sogno, la sua realtà. In questo modo é perfettamente in grado
di ricavare risorse per l'avvenire. Il risultato che si ottiene
è una raccolta di visioni e d'immagini, perfettamente amalgamata,
equilibrio di fantastiche utopie e reali memorie. L'ascoltatore,
o lo spettatore che dir si voglia, non è assolutamente in grado
di scorgere la demarcazione tra le prime e le seconde, tanto il
narratore è bravo a dissimulare e a confondere.
Fabio
Gypsophile,
progetto di Guillaume Belhomme, è uno dei tanti, innumerevoli nomi
che s'affacciano solo parzialmente sul mercato, accontentandosi
più che altro di farsi conoscere, far girare i propri risultati
ad un ristretto giro di conoscenti e amici. Fosse stata questa la
sorte di Unaneelmi ci saremmo dovuti privare di un sorprendente,
delicato acquarello, crocevia tra bossanova, jazz e pop, il cui
punto di forza si rinviene, assolutamente, nel senso di leggerezza
e di discrezione che sprigiona. Come un Eden appena sussurrato,
bisbigliato, da Tracey Thorn, o come dei Crooner ancora più prudenti.
Diviso tra cantato inglese e francese, realizzato nella più completa
autarchia, prevalentemente acustico, appena sfiorato, insaporito,
da fragranze electro, Unaneelmi di Gypsophile può dunque vantare
molti brani decisamente incantevoli, in perfetta simbiosi l'uno
con l'altro. In the day our tears turned into rain, già nota ed
apprezzata in una raccolta della serie Little Darla Has A Treat
For You, oppure di you drive me so, e di lament of 2 ex-lovers,
Guillaume aggiorna lo stile di James Taylor depurandolo di qualsiasi
compiacimento; allestisce una musica che evoca magicamente clima
umido e luoghi equatoriali. Figlie di climi tropicali, di estati
umide e pioggie periodiche, come anche sembrano voler suggerire
le immagini nel booklet, dispensate, anch'esse, con misura. A volte
una toccante, partecipata afflizione, come nel caso della conclusiva
i'm away, arricchisce, aggiunge nuove espressioni, nuove luci, nel
confondersi dei colori.
Fabio
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