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Dal 1997 Gravenhurst é l'alter
ego di Nick Talbot da Bristol, nativo di Surrey.
Nei dischi Nicksuona tutto da solo, mentre dal vivo si avvale
di collaboratori come David Collingwood.
Nick è anche cinefilo e musicologo.
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Spiazza senza mezzi termini il nuovo album di Gravenhurst. Quasi un nuovo esordio, dopo il mini-cd dello scorso autunno, quel "Black Holes in the Sand", che mostrava nelle sue gemme acustiche quanto di buono l'artista aveva saputo scernere e sviluppare dal proprio retaggio artistico.
In questo quarto album a nome Gravenhurst nonché terzo Lp, Mick Talbot compie una ricognizione tra difformi sottogeneri rock. Dal pop-folk al krautrock, al post-rock: l'autore e i propri collaboratori agli strumenti ispezionano variegando pietanze con abilità, senza compromettere il passato, ma adattando alle proprie concezioni folksinger, il nucleo più custodito e appassionato del percorso che giustificò il progetto Gravenhurst.
Ciò facendo, il nostro opera nondimeno una scelta coraggiosa; qualche innamorato potrebbe aver cominciato a storcere il naso innanzi a siffatta nuova ipotesi pluralista.
"Fires in Distant Buildings" è dunque un'opera "possibile", ma anche decisamente più appetibile, immediata. Otto brani come nei dischi d'un tempo, e come un tempo più lunghi del normale formato canzone, a cui l'autore ha abilmente insegnato a parlare idiomi diversi, senza coazione.
Il brano atmosferico strumentale in apertura è una sorta di sottile, inquieta, taciturna esposizione della "djed" tortoisiana, che si dipana in vicoli noir. Essa poi s'affaccia su "The Velvet Cell", straordinaria mini-suite incalzante, sconvolto delirio cinetico tra ossessioni e mitomanie, che sugge panico e inquietudine dagli ultimi Radiohead.
In questo caso, la vittima si fa carnefice, il "sangue giovane", un tempo consunto, torna a dibattersi ed assale e vampirizza i suoi "carcerieri".
Brani come il decadente "Animals" (che verrà onorata dai fans di "The Bends", incluso il sottoscritto) e una straordinaria lirica acustica dal nome "Nicole" che ordisce nei propri abbagli mnemonici un dolce maleficio, mostrano senza più esitazioni la dolorosa bellezza nello sbaraglio, strazianti volti dell'anima.
Le forme pure, ma anche i carichi opprimenti si circondano ora di un proscenio vasto ed espressivo.
Più che avvelenamento d'una ricetta intima, nuda e chiara, pura e virginale, e infondo già comunicata negli album del passato, io parlerei senza esitazioni di un arricchimento notevole, di una esplosione, manifestazione autentica d'una comunicativa ardente, sinora offuscata da asfissianti memorie a sé, sfiducie e mortificazioni cosmiche, che ingorgavano la divulgazione.
"The Velvet Cell reprise" è un codazzo strumentale che svela l'impalcatura ritmica da motorik-beat (drumming e chitarra), come già a loro tempo attinsero Chrisma e Quickspace da Neu!, e che evidenzia la passione di Mick per il krautrock ("It has a five minute long coda consisting of one Neu! Style lock-groove chord and various whooshing sounds for the headphone stoners out there.").
Se "Cities Beneath the Sea" torna poi ad essere alcova, carcere, puro sublime strazio e spazio distillato tipicamente 'Gravenhurst' (il tenero gemito ostinato "cities under the cities /cities beneath the sea"), la lunga "Song From Under the Arches" si addentra circospetta e si annulla infinitamente nella reminiscenza, entro abissi pece di melanconia; condivisa in caute, sospettose e avvallate ricognizioni riecheggianti "post" e sussulti rock di chitarra elettrica.
Il magma di "See My Friends" è il congedo allucinato dell'album, avanti-indietro nel tempo, acid-rock e ambizioni mantra, come degli Stone Roses e Charlatans tristi, ma suona troppo come una rimasticatura, peccato.
Un bell'album, riuscito e depistante.
Fabio
Nick Talbot - oggetto di uno dei più evidenti contrasti d'opinione qui ad
indiepop.it - è, nelle parole di chi scrive ora, uno dei più interessanti
artisti venuti ad emergere dalle foschie d'Albione. Il suo stile,
apparentemente piano, chitarra acustica fingerpickata, voce fragile ma
intensa e tanti piccoli (spesso sub-sonici) effettini elettronici al confine
dronico della percezione, reca seco una complessa ricerca dell'effetto
emotivo della folk-song. E attinge ciò per due vie: le intrecciate
armonizzazioni musical/vocali e una poetica testuale votata al lato oscuro
della psiche. V'è qualcosa di segretamente minaccioso e torbido in questi
strati d'inquietudine che trovano come viatico d'espressione la semplicità
ossessiva dei bassi continui, la cupa eternità di note cavernose di organo
tenute ad un volume inferiore a quello della chitarra ed una voce quasi
efebica che dipinge immagini di incubi fintamente psicanalizzati e
impossibilmente scioglibili.
Ho giudicato il secondo lp di Nick "Flashlight Seasons" il terzo miglior
disco dell'anno scorso. Ma mi sbagliavo. Ho fatto i conti con me stesso. Era
il primo. "Flashlight Seasons" è un capolavoro assoluto, uno di quei dischi
che non puoi, dopo avervi ancorato conscio e inconscio, fingere di non avere
ascoltato. Niente è perfettibile lì. Una canzone come "Tunnels" rasenta la
perfezione della musica che ho sempre avuto in mente. Ma ora Nick dice di
essere andato oltre.
"Black holes in the sand" è un mini lp di appena più di trenta minuti e
contiene 6 pezzi. L'ho in heavy rotation da una settimana e già non mi basta
più: una densa malinconia per averlo già buttato dentro mi attanaglia. Non è
migliore di FS. E' un suo complemento: Nick è un artista che cerca, con
attenzione ai dettagli e con grande raffinatezza strumentale, di portare a
un grado di ricercatezza - se possibile- superiore la spartana evocatività
del proprio stile. E per far ciò introduce più manomissioni
sonico/psichiche - echi di chitarre elettriche, organetti, droni, un basso
minimale - sullo sfondo, mentre lo stile chitarristico si consolida nella
direzione dei grandi maestri. Ma la cristallina purezza degli arpeggi è come
precettata da forze disturbanti e disgreganti. "Black holes in the sand" è
la quiete di superficie di un mondo pronto a schizzare sangue per aver avuto
colto un fiore. E' il luogo dove la Diane degli Husker du, qui coverizzata,
è in procinto di essere stuprata come regalo di compleanno; è il luogo dove
I held the hand that threw the stone that killed the bird that woke the city
(la sfolgorante title track). Ma soffermatevi sulla coda strumentale della
disturbante "Still Water" - perché è come se un umore criminale sapesse
cantare la sua più tenue canzone d'amore. Una ragnatela di note carnivore
che cattura boccioli già secchi di rose non nate.
Forse troverete questo disco troppo introverso per dire qualcosa di
essenziale. O lo troverete troppo poco allegro per essere stato consigliato
ciecamente da indiepop.it. O tenderete a confonderlo con cose che -
apparentemente - gli somigliano. Ci tenterete. Tenterete un esorcismo
qualunque.
Però non serve. Non serve prevedere i buchi neri che si aprono improvvisi
nella fine sabbia della vostra spiaggia preferita. Una volta aperti sotto i
vostri piedi, si richiudono.
E tutto sembra come prima.
Sembra.
Alessandro
Nick Talbot
del progetto Gravenhurst mostra fatale attrazione verso il folk
pop di Donovan e Simon & Garfunkel.
Costruisce le proprie minimali composizioni con chitarra acustica,
a volte un'armonica, qualche effetto ambientale e soprattutto gentili
armonie vocali maschili (tutte opera dello stesso Nick) che bisbigliano
l'una all'altra, intrecciandosi ad arte.
Talbot costruisce l'album Flashlight Seasons con uno stile piano,
naturale e trasparente, una sensibilità che rifugge ogni artificio,
ogni sofisticazione. Spesso uno stile pizzicacorde guarnisce le
canzoni, svela una devozione per cantori del passato come Bert Jansch
e Scott Walker.
Un senso di sofferenza accorata. Si stringe e si difende il proprio
dolore, appena, come può tentare l'inerme.
Uno spirito pudico e arcadico, randagio e remissivo, impersona l'io
narrante dell'album.
In Bluebeard, il brano più attraente del lotto, e in The
diver, luminosi vocalismi esprimono nondimeno incurabile scontento,
protendono in una demoralizzazione sconfinata, lambiscono lo struggente
pathos inabissato dello Jónsi-Sigur Rós e del Thom Yorke più acustico
e disperato, il cui soffio vitale sopravanza le maglie del sintetico.
Prima o poi ci si persuade che l'abilità di Gravenhurst sia principalmente
sfoggio di forma pura.
Talbot è essenzialmente un bravo riproduttore. Si stenta a distinguere
la sua individualità.
Come per i rappresentanti dell'Acoustic Movement sorto ad
alba di nuovo millennio, la comunicazione è mera ostentazione calligrafica,
un brancolare e una maniera molle a cui conduce la noia del nulla
(o del grigio) quotidiano.
"no-one moves tunnels we dig into our tired souls." (Tunnels)
"they'll turn off the lights on all the rides sell off the parts
to some nameless guy six years from today." (Fog round the figurehead)
"i'm getting deeper and i'm still swimming it hits me again it's
getting darker and i'm still swimming it hits me again and I am
never frightened." (The diver)
Si spaccia per arte l'inezia di tutti i giorni, nobilitando l'inconsistente.
Si aspira a fuggire da tutto perché tutto si diffida, mostrandosi
ogni cosa pregiudizialmente arcana e avversa.
L' immaturità porta a ripudio e ostilità. Una lobotomica docilità
subentra all'istinto ribelle.
Vaghezza e catalessi sono i modi d'espressione di Gravenhurst come
lo sono per Sodastream, ma la musica degli australiani svela una
tensione fra gli elementi musicali, una densità emotiva e un desiderio
che si plasmano e si compiono durante l'ascolto. Qui assenti.
Le esasperazioni di Tunnels e Fog round the figurehead
sono sbirciate senza contemplazione, senza solchi interiori o ascese
trascendentali, senza sguardi estatici, sovversivi, coraggiosi.
Riproducono le lungaggini dei Low senza quella passione perversa,
masochistica, tanathofila, che giustificava le originali.
Fabio |