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Aina Myrstener(tromba, cello),
Märta Myrstener (voce), Gerda Persson (piano), Katarina Flakierska
(synth), Hanna Jensen (violino), Lars Gribbe (violin), Valdemar
Gezelius (chitarra), Tobias Hansson (basso), Jesper Engström
(batteria). Non proprio la classica popband, i Florian nascono
nel 2000 a Stoccolma ed esordiscono poco dopo con il loro
tweepop agreste per un singolo su Fabulous Friends. Attorno
a loro si forma un piccolo seguito di culto: nel 2003 la Shelflife
pubblica un CD-R con 4 pezzi, poi tutti ripresi per l'album
ufficiale su Dashboard.
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I
Dorotea,
che abbiamo doverosamente incensato pochi giorni fa, hanno scritto
un pezzo intitolato "Waiting for the new Florian seven-inch", e
prima di arrivare a Florianopolis non capivo perché.
Florianópolis è una comune pop in mezzo al verde delle campagne
svedesi (esiste una campagna Svedese? Spero di sì), località un
po' fredda ma molto ospitale. E' gestita da musicisti biondi e poco
più che ventenni, con le facce da bambini, che per spostarsi in
città usano un camper colorato. Niente TV né mobili IKEA. Vi sedete
al primo tavolo in pietra che trovate e subito qualcuno vi passa
una canna. Un attimo, è un trombone quello che è appena passato?
Ok, magari i Florian non sono proprio così hippy (ma chissà perché
ma questo disco mi fa pensare al film "Together"), e nemmeno così
giovani come sembra dalla foto che vedete in questa pagina, ma l'idea
che dà Florianópolis è quella di un collettivo affiatato,
libero e divertito, che suona suo malgrado pop da cameretta, ma
con le finestre spalancate sul verde. Se musicalmente il paragone
più affidabile è anche il più scontato, ovvero quello con la famiglia
Belle & Sebastian allargata a Looper e Gentle Waves e dotata di
violini e trombe, per attitudine collettiva ricordano piuttosto
i Gy!be e il loro impareggiabile affiatamento sul palco; un intreccio
incantevole di archi, fiati, tastiere, violoncello, chitarra e...
ma che ve lo dico a fare: basta guardare la line-up ed aggiungere
che niente nella musica dei Florian va sprecato, nemmeno le imperfezioni
presenti a iosa in un disco dall'aspetto amatoriale. Immaginate
June Brides e Gorky's Zygotic Mynci con Stuart Murdoch alla guida
e avrete un'idea di cosa aspettarvi. Una vera e propria banda twee
che scrive canzoni pop un po' storte, ma storte di quelle deviazioni
che ci piacciono così tanto, come quando ogni strumento tace e i
violini di Hanna e Lars punteggiano di eco drammatiche lo sfondo
di una canzone. Anche la voce di Marta (scusatemi, li sto chiamando
tutti per nome come fossero tanti fratelli, ma questa è l'impressione
che fanno, vi giuro) è incerta: trema, vibra e si piega, e credetemi
se vi dico che non potrebbe essere più perfetta. Amelia Fletcher
in versione punkabbestia, con in più un tono basso che la accomuna
a Lupe dei Pipas. Uno pensa che canti filastrocche per i suoi fratellini
più piccoli e invece scopre testi per nulla banali, che ricalcano
i malinconici autunni svedesi: basta vedere la poetica con la quale
si affronta il tema del rifiuto (o del terzo incomodo) in "Like
a Book".
E mentre la banda suona si succedono all'orecchio, canzoni da patio
la domenica pomeriggio, incollocabili in qualsiasi altro paesaggio
e in qualsiasi altra stagione che non sia quella di Florianopolis,
lì in mezzo alle querce ed alle foglie ingiallite che scricchiolano
sotto le scarpe.
Non ho citato una sola canzone, e rimedio con "Hello green fields",
che se fosse usata come sigla dell'intervallo RAI avremmo una popolazione
meno nevrotica e più felice: comincia in guisa di quartetto d'archi
come quella famosa canzone dei Blueboy e subito si trasforma nella
pop song più normale del disco. O forse era meglio partire da "Give
me three seconds", che sta tutta su un sottile filo di piano tastiere
batteria trombone violini e voce. Ok, non proprio così sottile ma
è un prodigio melodico dall'inizio alla fine e... scusate, dev'essere
colpa di tutto quel fumo.
Sia come sia, non ci vuole molto ad accorgersi di quanto sono bravi
i Florian. I Dorotea ci hanno impiegato un solo 7", voi potreste
metterci al massimo 9 canzoni, magari giusto in tempo per arrivare
ad una cover strappacuore di "Ghetto Love", un pezzo dell'ultimo
Jaheim (ma dico!) reso definitivo, indimenticabile. Mentre Marta
lo rivisita trasportando il soul tra i tavoli della comune setaccio
il web e mi fermo su popmatters:
"Jaheim on Ghetto Love is searching for true love and is hitting
some bumps along the way."
E' tutto ciò di cui la pop music ha bisogno, e tutto quello di cui
è fatto Florianópolis. Disco da amore lento, ma inesorabile.
Salvatore
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