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Prima dei Fariña, i polistrumentisti Mark Brend e Matt Gale hanno frequentato la scena indipendente inglese per tutti gli anni 80, pubblicando dischi con The Palace of Light e Mabel Joy per la compianta Bam Caruso. L'attuale band nasce nel 1995 a Londra, completata da Cliff Glanfield (batteria, tastiere) e nel 2001 da Tim Conway (chitarra, basso, tastiere, autoharp). Tanta diversità e varietà di strumenti si traduce in due album dai suoni complessi ed affascinanti, che non rinunciano alla rotondità del pop classico contaminandolo con elementi sempre nuovi. |
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Abituati a band che pubblicano il primo album un quarto d'ora dopo essere entrati in sala prove, nutriamo una certa ammirazione per i Fariña di Mark Brend e Matt Gale, che un un decennio di esistenza si sono affacciati alla prova dell'album solo in due occasioni con la fidata Pickled Egg. E il fatto che prima della band in questione avessero coltivato esperienze alternative persino più oscure lungo tutti gli anni 80 ne fa un oggetto misterioso persino per noi, che in queste cose amiamo sguazzare.
Né il nuovo album facilita le cose:"Allotments" si accomoda in una nicchia trasversale, e senza accodarsi a nessuna corrente riconosciuta prosegue l'oscuro percorso dei Farina nel loro pop obliquo ed emotivo, arricchito per l'occasione da strumenti che ne accrescono l'estraniamento temporale come trombe, autoharp e fludgelhorn. Un disco coraggioso che esplora armonie vocali e tempi irregolari, che inserisce elementi jazz in raffinato songwriting di pop ("The Pearl"), flirta con la (musica) classica e con il (pop) classico, intenso e cospicuo come un pezzo dei Montgolfier Brothers senza lo stesso indefinibile dolore ("Sleep"), avventuroso e decadente sino agli estremi del prog ("Don't Look Down"), pop perfettamente bilanciato e formato dalla tradizione inglese sul filo di un clavicembalo ("Never Any Good") o di una chitarra spagnola e armonie vocali ("B-Side"). E credetemi, in un epoca nella quale l'atto più avventuroso è imitare al centesimo "Pet Sounds" questa non è cosa da poco.
Spiace allora un po' dover definire "antico" il sound dei Fariña, con tutte le connotazioni negative che la parola comporta; ma davvero il quartetto sembra avere in antipatia tutto ciò che può portare ad un rapido apprezzamento dei loro pezzi: sono abili complicatori di melodie ed arrangiamenti, tengono fede alla "enne" del loro nome con qualche tromba spagnoleggiante (nell'intro di "Marie Celeste" ad esempio) e mantengono un basso profilo anche nel pezzo che potrebbe fare la fortuna del disco, limitando la strumentazione della pura "She Radiates" a un piano elettrico e qualche glitch posticcio, quando con uno sforzo maggiore sarebbe potuta essere una nuova "Born to love her".
Un sacrificio che paga sulla lunga distanza, e che finisce con il valorizzare ulteriormente ogni nota così attentamente inserita da Fariña in questo lavoro. Ma vedrete che quando verrà il momento, finiranno nello scaffale di fianco a Spain, Go-Betweens ed Aluminium Group.
Salvatore
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