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C'erano una volta i Sea Urchins,
magnifici e inconsapevoli punte di diamante della Sarah Records:
le loro "Christine Pristine" e "Please Rain Fall" apparse
sulla prima e più famosa raccolta della label contribuirono
a plasmarne il sound, e l'unico album pubblicato, "Stardust",
è assurto al rango di leggenda. Dopo la fine di quell'esperienza,
i due fratelli Patrick e James Roberts (entrambi compositori
e cantanti) hanno fondato i Delta nel tentativo di proporre
una versione "adulta" del pop acerbo dei Sea Urchins, ma il
quintetto con base a Birmingham è subito perseguitato dalla
sfortuna. Firmano nel 1993 per la Acid Jazz ma a causa dei
problemi della label e di beghe interne dovranno aspettare
addirittura sette anni per il loro primo album, "Slippin'out"
(Dishy), piccolo capolavoro di pop moderno con strizzatine
d'occhio a Byrds ed ELO. Nonostante le scarse vendite, la
band viene contattata dalla major Mercury, che tuttavia li
scarica dopo un solo singolo ("Could You"). "Hardlight" esce
nel 2003 per la piccola Dell'Orso.
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Ci sono raccolte che celebrano, ed altre che si limitano a recuperare. A noi tocca quasi sempre fare i conti con queste ultime, con carriere piene di rimpianti e occasioni mancate.
Il caso dei Delta poi è particolarmente delicato: negli anni 80 - e con un altro nome - erano una band favolosa e misconosciuta a casa Sarah, e anche se lo ricordano in pochissimi la cosa non ha importanza, perché sono altrettanto bravi e misconosciuti oggi, e solo una dedizione fuori luogo dell'etichetta Elephant Stone può giustificare l'apparizione di questo "Singularity". Raccolta singolare di nome e di fatto, anche perché si tratta del primo disco dei Delta a ricevere una pubblicazione Americana, il che ne diminuisce ulteriormente la logica.
Chi fosse interessato sappia che troverà qui inclusi l'EP "Sugared-Up" uscito per Ché, altri prodotti analoghi ("Gun" e "All My Life" su Dishy) e persino qualche inedito, ma se avesse ancora in mente i Sea Urchins, o anche solo i Delta degli ultimi (nonché posteriori) due album, si prepari ad una grossa sorpresa. Il processo di negazione Sarah dei fratelli Roberts era evidentemente al suo massimo ai tempi fotografati da "Singularity": lunghe e libere jam sessions, blues e psichedelia che strisciano sotto la voce tremolante di P. Roberts. Quasi una versione progressive degli Urchins, il cui effetto sperimentale è arricchito dalla presenza di numerose B-sides.
Si possono cogliere echi dei Delta che saranno in pillole, piccoli
brandelli di musica e voce che si fanno strada tra il suono chiuso
di "Dealt Out", fondamentalmente una jam blues sperimentale, e il
rock and roll di "Make it right", che paga pegno ai Crazy Horse
e a Neil Young (qualcuno ha mai notato la somiglianza delle voci?).
Pure il recente "Hardlight" mostrava tracce di questo eclettismo,
ma sin troppo scafate: qui sono pure ed incoscienti, ed episodicamente
meravigliose, per come le note pop si insinuano in un tessuto che
idealmente le rifiuta. Succede in "Cowboy Raga" il cui mantra brilla
per spigliatezza melodica, nei tanti ammiccamenti agli anni 70,
che oltre a Young fanno pensare a un Todd Rundgren ("Tonight") senza
lo studio a disposizione, nel tessuto sonoro alla Husker Du di "Low
Flying", nell'improbabile funky-rock di "she's the one".
Però, e qui sta la cosa interessante, dovete pensare a tutto quanto scritto sopra visto attraverso una lente rosa, la stessa usata per fotografare il gruppo nel booklet del CD: non blues del Delta ma blues Deltico, il rock'n'roll trasfigurato da quella malinconia tutta inglese che nonostante gli ampi sforzi i Delta non riescono a scrollarsi di dosso.
E man mano che il recupero si avvicina ai nostri giorni il cielo si oscura e le nuvole si addensano: vedere il folk notturno di "Fall Apart" e "Take Away My Pain" (ancora, e più che mai, Neil Young), il pop indicibilmente allungato e camuffato di "Here I am", l'impietosa sincerità di "All My Life", un fiume lento che già alla nona traccia riporta tutto a casa con un sorriso triste. E' la cosa che i Delta fano meglio: canzoni dolci e disilluse, allungate pigramente sul suono cristallino e distante delle chitarrine, di quelle che ti basta ascoltarle per sapere che fuori sta sicuramente piovendo. Da questo punto in poi (siamo alla traccia x) l'album si rilassa, i Delta smettono con le negazioni e si dedicano a costruire quell'atmosfera che solo loro conoscono, riappropriandosi della migliore essenza del loro suono.
"Singularity" fotografa una band sull'orlo di un cambiamento del quale non ha ancora deciso la direzione, e che si ammorbidirà in un ibrido convincente delle diverse pulsioni (non ultima quella pop) che animano da sempre i Delta. E' un percorso pieno di contraddizioni e di ripensamenti, un'opera prescindibe per molti e essenziale per quei pochi completisti che ancora la notte sognano "Please Rain Fall". Io ho letto qualche recensione in giro, e nessuno parlando dei Delta cita quella canzone, nemmeno NME che pure garantisce loro un voto altissimo (speriamo serva). Non sempre essere pischelli è una buona cosa.
Salvatore
E' una triste maledizione
quella dei Delta: nonostante tutti i loro sforzi e qualche ottimo
album (questo è già il secondo), nulla di ciò che potranno incidere
sarà mai all'altezza di quel dischetto che pubblicarono, giovani
ed inconscienti, a nome Sea Urchins.
Oh certo, hanno imparato a suonare, aggiunto varietà e spessore
ai pezzi, sono diventati veri musicisti, ma nulla di tutto ciò importa:
you can't go home again.
E' come se pubblico e labels annusassero questa tara congenita evitandoli
deliberatamente: solo così si spiega perché nonostante purissimi
cromosomi ne facciano tra i migliori interpreti della materia pop,
sono costretti a far uscire "Hardlight" per una minuscola indie
label (Dell'Orso), dopo che la major che avrebbe dovuto pubblicarlo
(Mercury) li ha lasciati col sedere per terra.
Cose che capitano, ma va dato credito ai fratelli Roberts di aver
prodotto con Hardlight un (altro) buon disco, che si pone pochi
confini, ambizioso ed eclettico e adeguatamente (date le ultime
vicissitudini) amaro; se il gusto per le orchestrazioni già manifestato
in "Slippin'Out" torna con forza nella melodia ariosa e densa di
"Nothing Happened", i restanti episodi rivisitano Sir Macca, Electric
Light Orchestra e Byrds in una girandola di suoni forse sin troppo
cosciente: il finto ska di "Pump action" e di quella tromba impertinente,
l'intimismo un po' ruffiano della sei corde di "Could You" e i suoi
ammiccamenti al Northern Soul, il britpop all'ennesima potenza di
"Funny Looking Angels", tra Oasis ed Electric Soft Parade vivono
sul credito guadagnato dall'album precedente stando ben attenti
a non spingersi oltre. E se il pop-rock atmosferico di "Wheel of
light", costruito sulla tensione della chitarra e su sottili dissonanze
nel cantato da' l'idea della differenza di consapevolezza tra Delta
e Sea Urchins, è con "Happy Birthday Nik Nak" che il cuore si scioglie,
tra gli impasti d'archi e chitarra della canzone di compleanno più
triste del mondo. Quella tristezza che solo chi conosce la voce
di Patrick Roberts ha sperimentato, pronta come al solito a sciogliersi
nei più meravigliosi gorgheggi pop.
Resta il fatto che nella furia di attraversare due decenni di musica
pop i Delta pretendono un po' troppo da loro stessi: avremmo preferito
che si fossero soffermati a cesellare e uniformare meglio le loro
belle canzoni anziché saltare con tanta fretta da un fiore all'altro,
perché su questa strada c'è chi sa fare le cose meglio di loro pur
senza avere lo stesso talento (i Doves su tutti), e dai Delta siamo
portati ad aspettarci sempre di meglio. Ma non li ameremmo allo
stesso modo se fossero così maturi, no?
Salvatore
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