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Colin Meloy guida i Decemberists,
band di 5 membri il cui pop-folk è stato spesso paragonato
a quello di Neutral Milk Hotel e Belle & Sebastian. Meloy,
proveniente da Missoula in Montana ma stabilitosi a Portland,
è il principale compositore del gruppo. A completare la formazione
sono Ezra Holbrook alla batteria, Nate Query al contrabbasso,
Jenny Conlee alla fisarmonica e Chris Funk al theremin e alla
pedal steel guitar. Meloy possiede anche una laurea in scrittura
creativa. Prima che la Hush records desse alle stampe il loro
primo album nel 2002 (Castaways and Cutouts) i Decemberists
avevano licenziato un EP con 5 canzoni.
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Dio volesse
che ogni anno ci fosse un disco dei Decemberists da recensire!
Valutare come su un tamagochi familiare i lievi spostamenti dell'ispirazione
di Colin Meloy ed i suoi ascari, continuando a sostentare la certezza
emotiva che i Decemberists ci siano sempre stati, sin dalla notte
dei tempi.
Sarebbe bello, ma.
E quasi così e la riprova più lampante è proprio questo nuovo "Picaresque".
Sembra un vecchio classico dell'indiepop: le tracks sono mensole
dove abbiamo già accumulato suppellettili esotiche e vecchi libroni
dalle magnificenti rilegature che narrano di gesta già note, nei
paraggi dell'archetipo, ch'è inscalfibile.
Badate che non si concede a tutti di girare da quelle parti, e Meloy
lo sa, dati i suoi recenti studi di morrisseiologia. La canzone
d'apertura, "The infanta" riecheggia in qualche modo gli Smiths
più roboanti (mettiamo pure l'apertura omonima di "The queen is
dead", quantomeno per il tambureggiare forsennato) e "The sporting
life" ha doppie assonanze con la "Lust for life" iggypoppiana.
Credo dunque che questo trastullarsi con le basi della cultura (iggy-)pop
occidentale sia pienamente consapevole, così come con la ballata
marinaresca, qui esposta al vento del capolavoro, legata all'albero
maestro ("From my own true love"). Chitarra acustica, voce, harpsichord
e fisarmonica. E brividi alla schiena.
Ovunque altrove troverete riferimenti forse a stili forse a canzoni,
forse solo a suggestioni totali e a vecchie esperienze oniriche
su mari turbolenti; questo finisce - non subito - per essere un
limite di "Picaresque", che è bene dirlo subito, è ostensibilmente
superiore a "Her Majesty", quantomeno in immediatezza e composizione.
Sembra che i nostri stiano imparando il modo più efficace per esprimere
i propri concetti, forse rinunciando ad un po' di sana elaborazione
ma guadagnandone in poppità estrovertibile (immediatezza?).
Sì, forse proprio questo è l'unico limite di Picaresque: che dopo
5 o 6 ascolti (a me ne sono occorsi pure meno) vi sembrerà di conoscerlo
da sempre e di non farci più molta attenzione. Lo metterete accanto
a Immagine di John Lennon o al IV dei Led Zeppelin e nella vita
lo tirerete fuori qualche volta di meno dei suoi compagni di mensola.
Forse perché i pezzi di Meloy sono buoni ma non ancora memorabili
e perché forse con troppa frenesia creativa la musica gli vien fuori.
Respirare lentamente e profondamente.
Voglio ricapitolare: Castaway and Cutouts, il loro migliore capitolo
sinora, aveva un paio di capolavori assoluti e pezzi ottimi a contorno.
Her Majesty solo pezzi ascoltabili e un po' troppo narrativi, perdendo
in ascoltabilità. Picaresque ritrova il pop e rialza il capo in
composizione, ma lo fa appigliandosi a una memoria culturale inconscia
che sottrae freschezza al prodotto finale. Suona come Castaways
senza i suoi vertici, con più ammiccamenti e prestiti d'onore.
Perché poi siamo assolutamente sicuri che i Decemberists non deluderanno
mai.
O meglio: che siano un ottimo gruppo noi lo sappiamo già. Ora vogliamo
la conferma che i capolavori che talvolta vengono fuori dalla detestabile
abitudine alla alta qualità media non siano solo isolati colpi di
fortuna.
Noi vogliamo di più! Noi vogliamo un capolavoro dall'inizio alla
fine.
Perché è assolutamente implicito nell'esistenza dei Decemberists.
Sennò ci ammutiniamo.
Alessandro
Sapete un po' come va, quando
la tua vita prende la forma di un ininterrotto ascolto di musica
pop.
In primo luogo non hai bisogno di limitarti a fare solo quello:
metter sù un disco presto diventa così naturale che spesso ti accorgi
di averlo fatto solo quando la musica finisce, perché qualcosa nel
tuo corpo ti segnala un'avvenuta ed indistinta modificazione chimico-fisica.
In secondo luogo diventi dipendente non soltanto dall'elemento immateriale
musica, ma dal suo nucleo vitale "melodia" e dalla sua cellula germinale
"talento". A ciò deve ben aggiungersi il giusto compromesso con
i ritmi serrati dell'esistenza corporea. Il pop permane pop perché,
ascoltandolo, è come se nel corpo avvenissero dei continui e variamente
dislocati scoppiettii di felicità armonica. "Pop! pop! pop!", fanno,
e tu con loro. Ogni pop è un'idea platonica realizzata nel tempo,
risultante della pressione che esercitano reciprocamente tempo,
spazio e ispirazione in uno specifico punto intermedio fra le orecchie,
che gli umani dicono mente.
Quando un'idea incorporea riesce a essere pressata nell'elemento
corporeo suono nella sua giusta unità temporale allora abbiamo
il grande disco pop.
Verosimilmente, i Decemberists di Castaways and Cutouts erano molto
ben lanciati per raggiungere una postazione di assoluto prestigio
nell'Olimpo degli ascolti più remunerativi dal punto di vista pop,
il Poplimpo, sì.
Mentre recensisco "Her Majesty", che pure è stato passato per le
armi di almeno una mezza dozzina di ascolti, ho in sottofondo il
loro primo capitolo di lunga durata. E' "Her Majesty" che lo richiede.
Perché a volte (sei volte) "Her Majesty" è un vecchio spilorcio:
stai lì ad aspettare che ti tiri le sue schioppettate d'idee, che
t'accechi temporaneamente con i baluginii che sai essere nelle sue
corde, eppure stai lì, in un preliminare infinito, con un languore
che monta canzone dopo canzone e che per forza di cose rimandi all'ascolto
successivo. Altre volte lo lasci a metà perché fisiologicamente
hai bisogno del diafano splendore di "Here I Dreamt I Was An Architect"
o della trepidazione picaresca di "July July" e poi di tutte le
altre gemme che rendevano C&C qualcosa più che una promessa. E quelle
c'erano già da prima.
Vediamo un po' allora che fine ha fatto quella promessa: è diventata
un buon disco, a tutti i livelli.
Canzoni oneste (ma quando mai diremmo con fastidio che una canzone
sta barando? che bari, se deve sorprendermi) ma senza bonus
di genialità melodica; ottima musicità (nel senso di affiatamento
strumentale) ma senza il guizzo che stordisce o il minimalismo effondente
aura; testi, beh, quelli sì, sempre straordinari. Peccato la musica
stavolta non renda particolare giustizia non solo all'ispirazione
narrativa di Colin Meloy, ma anche alla sua stupenda nasalità vocale.
Buoni pezzi, intendiamoci.
Ma se un buon pezzo, o due o tre buoni pezzi (com'erano in C&C)
stanno li a impermeabilizzare un'opera dal sospetto di medietà ispirativa,
11 buoni pezzi di fila diventano avvilenti come ascoltare l'operetta
se non la si digerisce. E i testi, ascoltati una volta, sai per
sempre (obbèh, la retorica) di cosa parlano.
Peccato, in soldoni, peccato: i Decemberists hanno avuto un calo.
Poteva starci, e del resto magari voi non siete "integralisti" pop
e potete anche aspettare che una canzone inizi ad ossessionarvi
per poterla amare.
In quel caso, al posto mio, avreste recensito "Her Majesty" fra
un paio d'anni.
Nel frattempo, ne son certo, Meloy e soci avranno fatto di tanto
meglio.
Alessandro
Spesso la vita è sopportabile
solo nell'idea del mare, nel sospiro che anticipa la cancellazione
degli effetti immediati delle nostre azioni a terra, nella sospensione
delle trame che costituiscono la nostra identità lungamente sedimentata
in abitudini, parole, idiozie.
Il fascino del mare è il fascino della fuga, di quella possibilità
sempre presente eppure così radicale di mutare spazio e tempo, immergendo
nella nostalgia qualsiasi ricordo terragno.
In mare spostiamo, in quella zona dell'anima soggetta a lacrime,
ogni immagine possibile della mente.
Che scompare - sempre - all'orizzonte.
Che bel disco questo d'esordio dei Decemberists; la successione
dei primi due pezzi immerge rapidamente in quest'immaginario da
giovane marinaio, e lo fa con potenza della descrizione narrativa
ed una strumentazione che non si faticherebbe immaginare proveniente
da sù in castello o giù in cambusa.
Il tocco di malinconia cosmica della fisarmonica di Jenny Conlee,
e poi la voce di Colin Meloy (perfetta per le suggestioni che elargisce)
dominano una materia musicale coesa e rendono, per i miei gusti,
"Leslie Anne Levine" e "Here I Dreamt I Was an Architect" le tessere
più memorabili d'un mosaico uniformemente ispirato.
Ma forse la scelta è solo frutto della mia predilezione spirituale
per i toni dimessi e voi non fatichereste ad apprezzare maggiormente
la frenesia di "The Legionnaire's Lament" o la gaia irrequietezza
di "July, July", dove batteria e chitarra acustica sovrappongono
i loro ruoli e un organetto persistente non abbandona mai la scena,
oppure la classicheggiante ballata marinara di "A Cautionary Song",
oppure ancora l'elegante tessitura di "Odalisque", o la mesta confessione
di "Clementine", o il pianoforte e la steel guitar della delicata
"Cocoon" oppure.....
....oppure, semplicemente potreste perdetevi nella fitta tessitura
di queste storie di "naufragi esistenziali di zingari spagnoli e
prostitute turche" e lasciarvi cullare dalle incerte onde del destino
che sorreggono la nave su cui abbiamo la ventura di essere finiti,
dal nostro primo minuto.
Musicalmente parlando i Decemberists suonano un folk-pop non immemore
della lezione Elephant 6 (in modo particolare non si può sfuggire
al raffronto - frequentissimo in sede critica - con i Neutral Milk
Hotel di Jeff Mangum, più dei quali, però, tendono verso il languore),
ma, come tutta la grande musica, è gravida di riferimenti multipli
e difficilmente sezionabili.
Per dirne una, Colin Meloy, autore delle musiche e dei testi, è
grande fan di Robyn Hitchcock. La mia idea è che, procedendo di
questo passo, magari proprio sul disco nuovo in uscita a Settembre
(perché ricordiamo che questo è del 2002, ma ristampato dalla Kill
Rock Stars nel 2003) quelle altezze potrebbero non essere fuori
portata.
E adesso? Beh, ancora da capo.
"my name is Leslie Anne Levine/ my mother birthed me down a dry
ravine".
Alessandro
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