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Colin Meloy guida i Decemberists, band di 5 membri il cui pop-folk è stato spesso paragonato a quello di Neutral Milk Hotel e Belle & Sebastian. Meloy, proveniente da Missoula in Montana ma stabilitosi a Portland, è il principale compositore del gruppo. A completare la formazione sono Ezra Holbrook alla batteria, Nate Query al contrabbasso, Jenny Conlee alla fisarmonica e Chris Funk al theremin e alla pedal steel guitar. Meloy possiede anche una laurea in scrittura creativa. Prima che la Hush records desse alle stampe il loro primo album nel 2002 (Castaways and Cutouts) i Decemberists avevano licenziato un EP con 5 canzoni.

 

 

 
 

Discografia:

Castaways and Cutouts (Kill Rock Stars, 2003)
Her Majesty (Kill Rock Stars, 2003)
Picaresque (Kill Rock Stars, 2005)

Sito Ufficiale:
www.decemberists.com

 
 

 

 
 

Picaresque
(Kill Rock Stars, 2005)

 
 

Dio volesse che ogni anno ci fosse un disco dei Decemberists da recensire!
Valutare come su un tamagochi familiare i lievi spostamenti dell'ispirazione di Colin Meloy ed i suoi ascari, continuando a sostentare la certezza emotiva che i Decemberists ci siano sempre stati, sin dalla notte dei tempi.
Sarebbe bello, ma.

E quasi così e la riprova più lampante è proprio questo nuovo "Picaresque".

Sembra un vecchio classico dell'indiepop: le tracks sono mensole dove abbiamo già accumulato suppellettili esotiche e vecchi libroni dalle magnificenti rilegature che narrano di gesta già note, nei paraggi dell'archetipo, ch'è inscalfibile.

Badate che non si concede a tutti di girare da quelle parti, e Meloy lo sa, dati i suoi recenti studi di morrisseiologia. La canzone d'apertura, "The infanta" riecheggia in qualche modo gli Smiths più roboanti (mettiamo pure l'apertura omonima di "The queen is dead", quantomeno per il tambureggiare forsennato) e "The sporting life" ha doppie assonanze con la "Lust for life" iggypoppiana.

Credo dunque che questo trastullarsi con le basi della cultura (iggy-)pop occidentale sia pienamente consapevole, così come con la ballata marinaresca, qui esposta al vento del capolavoro, legata all'albero maestro ("From my own true love"). Chitarra acustica, voce, harpsichord e fisarmonica. E brividi alla schiena.

Ovunque altrove troverete riferimenti forse a stili forse a canzoni, forse solo a suggestioni totali e a vecchie esperienze oniriche su mari turbolenti; questo finisce - non subito - per essere un limite di "Picaresque", che è bene dirlo subito, è ostensibilmente superiore a "Her Majesty", quantomeno in immediatezza e composizione. Sembra che i nostri stiano imparando il modo più efficace per esprimere i propri concetti, forse rinunciando ad un po' di sana elaborazione ma guadagnandone in poppità estrovertibile (immediatezza?).
Sì, forse proprio questo è l'unico limite di Picaresque: che dopo 5 o 6 ascolti (a me ne sono occorsi pure meno) vi sembrerà di conoscerlo da sempre e di non farci più molta attenzione. Lo metterete accanto a Immagine di John Lennon o al IV dei Led Zeppelin e nella vita lo tirerete fuori qualche volta di meno dei suoi compagni di mensola. Forse perché i pezzi di Meloy sono buoni ma non ancora memorabili e perché forse con troppa frenesia creativa la musica gli vien fuori. Respirare lentamente e profondamente.

Voglio ricapitolare: Castaway and Cutouts, il loro migliore capitolo sinora, aveva un paio di capolavori assoluti e pezzi ottimi a contorno. Her Majesty solo pezzi ascoltabili e un po' troppo narrativi, perdendo in ascoltabilità. Picaresque ritrova il pop e rialza il capo in composizione, ma lo fa appigliandosi a una memoria culturale inconscia che sottrae freschezza al prodotto finale. Suona come Castaways senza i suoi vertici, con più ammiccamenti e prestiti d'onore.

Perché poi siamo assolutamente sicuri che i Decemberists non deluderanno mai.
O meglio: che siano un ottimo gruppo noi lo sappiamo già. Ora vogliamo la conferma che i capolavori che talvolta vengono fuori dalla detestabile abitudine alla alta qualità media non siano solo isolati colpi di fortuna.

Noi vogliamo di più! Noi vogliamo un capolavoro dall'inizio alla fine.

Perché è assolutamente implicito nell'esistenza dei Decemberists.

Sennò ci ammutiniamo.

Alessandro


 
 

Her Majesty
(Kill Rock Stars, 2003)

 
 

Sapete un po' come va, quando la tua vita prende la forma di un ininterrotto ascolto di musica pop.
In primo luogo non hai bisogno di limitarti a fare solo quello: metter sù un disco presto diventa così naturale che spesso ti accorgi di averlo fatto solo quando la musica finisce, perché qualcosa nel tuo corpo ti segnala un'avvenuta ed indistinta modificazione chimico-fisica.
In secondo luogo diventi dipendente non soltanto dall'elemento immateriale musica, ma dal suo nucleo vitale "melodia" e dalla sua cellula germinale "talento". A ciò deve ben aggiungersi il giusto compromesso con i ritmi serrati dell'esistenza corporea. Il pop permane pop perché, ascoltandolo, è come se nel corpo avvenissero dei continui e variamente dislocati scoppiettii di felicità armonica. "Pop! pop! pop!", fanno, e tu con loro. Ogni pop è un'idea platonica realizzata nel tempo, risultante della pressione che esercitano reciprocamente tempo, spazio e ispirazione in uno specifico punto intermedio fra le orecchie, che gli umani dicono mente.
Quando un'idea incorporea riesce a essere pressata nell'elemento corporeo suono nella sua giusta unità temporale allora abbiamo il grande disco pop.

Verosimilmente, i Decemberists di Castaways and Cutouts erano molto ben lanciati per raggiungere una postazione di assoluto prestigio nell'Olimpo degli ascolti più remunerativi dal punto di vista pop, il Poplimpo, sì.
Mentre recensisco "Her Majesty", che pure è stato passato per le armi di almeno una mezza dozzina di ascolti, ho in sottofondo il loro primo capitolo di lunga durata. E' "Her Majesty" che lo richiede.
Perché a volte (sei volte) "Her Majesty" è un vecchio spilorcio: stai lì ad aspettare che ti tiri le sue schioppettate d'idee, che t'accechi temporaneamente con i baluginii che sai essere nelle sue corde, eppure stai lì, in un preliminare infinito, con un languore che monta canzone dopo canzone e che per forza di cose rimandi all'ascolto successivo. Altre volte lo lasci a metà perché fisiologicamente hai bisogno del diafano splendore di "Here I Dreamt I Was An Architect" o della trepidazione picaresca di "July July" e poi di tutte le altre gemme che rendevano C&C qualcosa più che una promessa. E quelle c'erano già da prima.

Vediamo un po' allora che fine ha fatto quella promessa: è diventata un buon disco, a tutti i livelli.
Canzoni oneste (ma quando mai diremmo con fastidio che una canzone sta barando? che bari, se deve sorprendermi) ma senza bonus di genialità melodica; ottima musicità (nel senso di affiatamento strumentale) ma senza il guizzo che stordisce o il minimalismo effondente aura; testi, beh, quelli sì, sempre straordinari. Peccato la musica stavolta non renda particolare giustizia non solo all'ispirazione narrativa di Colin Meloy, ma anche alla sua stupenda nasalità vocale.

Buoni pezzi, intendiamoci.
Ma se un buon pezzo, o due o tre buoni pezzi (com'erano in C&C) stanno li a impermeabilizzare un'opera dal sospetto di medietà ispirativa, 11 buoni pezzi di fila diventano avvilenti come ascoltare l'operetta se non la si digerisce. E i testi, ascoltati una volta, sai per sempre (obbèh, la retorica) di cosa parlano.
Peccato, in soldoni, peccato: i Decemberists hanno avuto un calo.
Poteva starci, e del resto magari voi non siete "integralisti" pop e potete anche aspettare che una canzone inizi ad ossessionarvi per poterla amare.
In quel caso, al posto mio, avreste recensito "Her Majesty" fra un paio d'anni.
Nel frattempo, ne son certo, Meloy e soci avranno fatto di tanto meglio.

Alessandro


 
 

Castaways and Cutouts
(Kill Rock Stars, 2003)

 
 

Spesso la vita è sopportabile solo nell'idea del mare, nel sospiro che anticipa la cancellazione degli effetti immediati delle nostre azioni a terra, nella sospensione delle trame che costituiscono la nostra identità lungamente sedimentata in abitudini, parole, idiozie.
Il fascino del mare è il fascino della fuga, di quella possibilità sempre presente eppure così radicale di mutare spazio e tempo, immergendo nella nostalgia qualsiasi ricordo terragno.
In mare spostiamo, in quella zona dell'anima soggetta a lacrime, ogni immagine possibile della mente.
Che scompare - sempre - all'orizzonte.

Che bel disco questo d'esordio dei Decemberists; la successione dei primi due pezzi immerge rapidamente in quest'immaginario da giovane marinaio, e lo fa con potenza della descrizione narrativa ed una strumentazione che non si faticherebbe immaginare proveniente da sù in castello o giù in cambusa.
Il tocco di malinconia cosmica della fisarmonica di Jenny Conlee, e poi la voce di Colin Meloy (perfetta per le suggestioni che elargisce) dominano una materia musicale coesa e rendono, per i miei gusti, "Leslie Anne Levine" e "Here I Dreamt I Was an Architect" le tessere più memorabili d'un mosaico uniformemente ispirato.
Ma forse la scelta è solo frutto della mia predilezione spirituale per i toni dimessi e voi non fatichereste ad apprezzare maggiormente la frenesia di "The Legionnaire's Lament" o la gaia irrequietezza di "July, July", dove batteria e chitarra acustica sovrappongono i loro ruoli e un organetto persistente non abbandona mai la scena, oppure la classicheggiante ballata marinara di "A Cautionary Song", oppure ancora l'elegante tessitura di "Odalisque", o la mesta confessione di "Clementine", o il pianoforte e la steel guitar della delicata "Cocoon" oppure.....
....oppure, semplicemente potreste perdetevi nella fitta tessitura di queste storie di "naufragi esistenziali di zingari spagnoli e prostitute turche" e lasciarvi cullare dalle incerte onde del destino che sorreggono la nave su cui abbiamo la ventura di essere finiti, dal nostro primo minuto.
Musicalmente parlando i Decemberists suonano un folk-pop non immemore della lezione Elephant 6 (in modo particolare non si può sfuggire al raffronto - frequentissimo in sede critica - con i Neutral Milk Hotel di Jeff Mangum, più dei quali, però, tendono verso il languore), ma, come tutta la grande musica, è gravida di riferimenti multipli e difficilmente sezionabili.
Per dirne una, Colin Meloy, autore delle musiche e dei testi, è grande fan di Robyn Hitchcock. La mia idea è che, procedendo di questo passo, magari proprio sul disco nuovo in uscita a Settembre (perché ricordiamo che questo è del 2002, ma ristampato dalla Kill Rock Stars nel 2003) quelle altezze potrebbero non essere fuori portata.
E adesso? Beh, ancora da capo.
"my name is Leslie Anne Levine/ my mother birthed me down a dry ravine".

Alessandro