Nati a Brooklin nel 2003, i
Consultants sono Marisha Chinsky (voce, tastiere), Brett Whitmoyer
(chitarra) e Mike Hollitscher (basso). Sostengono di essere
influenzati dalla new wave, shoegaze, indie, e mescolano indiepop
ed elettronica con piglio molto anni 90, zona Magnetic Fields.
Il primo album, "Work From Home", esce nel 2005 per Shelflife. |
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A periodi più o meno
regolari arrivano album come questo. Specie di bigini indipendenti,
dischi che rimescolano l'essenziale e lo ricodificano, così ingenui
ed allegri da farti vomitare o sorridere, a seconda delle predisposizioni
di giornata. I Consultants sono un gruppo in fotocopia, il che in
un genere fotocopia non è di per se' un delitto. Al contrario, ogni
dimostrazione di sincerità è ben accetta, e in un certo senso siamo
costretti a farci piacere gruppi come il loro, purché diano l'impessione
di crederci davvero. E' questa la discriminante, e potete star certi
che i Consultants ci credono, con anima e corpo. Ci credono a sufficienza
da approssimare lo shoegaze affastellando un numero tutto sommato
essenziale di strumenti (rumorosi, però), scegliendo un mix di elettronica
e chitarre che di volta in volta ricorda Postal Service ("Snow Fell"),
Blake Babies ("Hollow-Bodied Evening"), Ride ("Talking to No One"),
Darling Buds ("Calling the Embassy"). Questa è la loro storia del
Pop, e non comprende Iggy.
Orientati verso quella marca di (indie)pop Usa che ha costeggiato
il mainstream facendosi gentile (viene alla mente l'effimero successo
dei Sixpence none the richer con quel piccolo capolavoro di "Kiss
me"), i Consultants hanno scelto di stare dal lato della strada
con più ombra. E non c'è nulla di veramente nuovo da aspettarsi
da loro che non sia metodica riscrittura di un decennio di ascolti
filtrati dalle personalità in divenire dei ragazzi, ancora non capacissimi
di vendere se' stessi: i testi di Marisha hanno profondità non comune,
taglio letterario ma per quel che ci riguarda resteranno prerogativa
di pochi ed esperti anglofoni, e i pezzi migliori del disco sono
seminascosti dall'usuale routine pop. Parliamo di "Calling The Embassy"
inseguita da chitarre a grappolo su improvvisi addensamenti di melodia
(e battimani, e pom pom pom alla Garota de Ipanema), e "Contents
of my head", intro acustica e sciatta che esplode in un refrain
casinista ma organizzato, come una ragazza che vi conduca per mano
in un club nel quale non avete nessuna voglia di andare ma diamine,
ormai che siete qui tanto vale bersi un drink. Hanno questa forza
sottile i Consultants, che poi è la stessa che trascina l'indiepop
dalla sua nascita e non si esaurirà mai. Quanto a noi, non abbiamo
bisogno di modelli, di novità, di sorprese; ci basta essere rassicurati
di tanto in tanto sulla continuata esistenza in vita della nostra
musica, e i Consultants, da bravi consulenti, fanno esattamente
questo. Un compitino elementare ma appagante.
Poi ci sarebbe da spiegare perché il dignor Ed Shelflife che non
pubblica dischi da un po' sia innmorato di questi ragazzi di NY
e abbia rimesso in piedi l'etichetta giusto per loro, chissà per
quanto, ma son discorsi che mi mettono di malumore e non li affronterò.
Li ho menzionati solo per spiegare quanto dobbiamo ai Consultants.
Salvatore
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