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Pop e retrò, il suono dei Clientele affonda radici improbabili nella pigra autunnalità di Felt e Galaxie 500, in una rielaborazione "molto" personale dei Television e dei Velvet Underground (del terzo lp) ma con un quid aggiunto di dolcezza e languore. Il miracolo sta in uno stile che, senza inventare nulla, nondimeno suona come nessun altro, carico di riverberi e delicata malinconia. Stabiliti a Londra, Alasdair MacLean (chitarra e voce), James Hornsey (basso), e Mark Keen (batteria), incidono [anche con l'ausilio di Innes Phillips (chitarra e voce), [poi dimissionario per formare i Relict], una serie di singoli, 12", partecipazioni a compilation, split e così via, la cui crema è raccolta nel superbo "Suburban Lights". The Violet Hour segue a tre anni di distanza, su Merge.

 

 

 
 

Discografia:

Suburban Light (Pointy, 2000)
The Violet Hour (Pointy, 2003)
Strange Geometry (Pointy, 2005)
It's Art Dad (Autoprodotto, 2005)
God Save The Clientele (Merge, 2007)

Sito Ufficiale:
www.theclientele.co.uk

 
 

 

 
 

God save the Clientele
(Merge, 2007)

 
 

Dio salvi i Clientele.
Che ci starebbe tutto, se vi fosse un Dio. Ma stante quest'orrida valle di lacrime che solo un criminale avrebbe potuto concepire in tal guisa, noi i Clientele ce li teniamo più stretti ancora e li preserviamo da ogni ecumenismo. Al contrario li spediamo incontro ad un pubblico sempre più vasto. Vi sono state delle schermaglie, è vero, fra me e loro in passato, come capitano negli amori densi e unidirezionali. Sarà capitato di richieder loro sempre più del massimo, e per reazione all'indomani di "Strange Geometry" di rintanarsi in ascolti maniacali di tutto il precedente patrimonio dell'umanità a firma Clientele. Ma anche io sono maturato. E oggi, davanti a questa nuova radiosa alba, SG mi suona superbo come praticamente tutto il resto della loro produzione.
Chiaro è però che la formula magica avviene nel tempo e d'esso è costretta ad assumere qualche fattezza. Non foss'altro che la necessità di variare qualcosa in superficie, di fornire qualche abbozzo di nuova direzione: ci basta allora che la testimonianza di "God save the Clientele" annunci che talune essenze pop si sian fatte più marcate, qualche trama strumentale meno strutturata e più diretta, e gli arrangiamenti d'archi philippiani sempre meno di contorno. Delusione? Al contrario. Questi quarantaquattro minuti sono un toccasana meraviglioso, una vera delizia, un prodigioso excessus mentis. Se manca la possibilità di dire questo è il capolavoro è forse perché tutti i dischi dei Clientele sono capolavori, a modo loro. Escludendo l'irraggiungibile abbacinanza della loro raccolta di singoli, i tre album dei Clientele corrono compatti verso la perfezione stilistica con dosati incrementi di bravura e sensibilità. Non potrei scegliere fra loro. Quel che posso dire di quest'ultimo è che conquista più ratto, seduce all'istante, gratifica al fulmicotone ogni senso (ma sempre, sia ribadito, rispetto agli altri). Che forse è più un disco del mattino che della sera: ecco, forse questo. I colori sono più definiti, ci sono meno echi, meno rifrazioni. Qualche anno fa mi sarei gettato a terra dalla disperazione nell'apprendere che questo sarebbe potuto accadere, ed invece sono qui, senza traumi, a celebrare l'ennesimo passo fortunato. Il primo dichiarato, esplicito, sfolgorante album pop dei Clientele, ma non quel pop che s'estingue in un paio di mesi di ascolti. Questa è la scommessa. Perché ciò che le chitarre devolvono in termini di complessità è assorbito dagli archi, ciò che la trama perde l'assorbe il diafano melodiare. Non sarebbe neppure così peregrino immaginare "Bookshop Casanova" piazzato benino in qualche chart…ma esistono ancora le chart?
Devono averci messo della droga dentro questo disco, o forse questa è davvero l'unica controindicazione: ho già bisogno di un'altra dose. Prima non capitava. Perché prima di penetrare oltre il primo strato occorrevano mesi…

Alessandro


 
 

It's art dad
(Autoprodotto, 2005)

 
 

Improvvisamente, da una certa distanza ai margini del sentiero che scivola umido verso la fine dell'anno mi s'illumina una fiammella inaspettata e tremolante.
Il vento indifferente la smuove quel tanto da farne paventare lo spegnimento e l'immagine non giunge nitida.

Come avvolta in un'aura di tempo passato, il suo chiarore è frammisto ad imperfezioni di celluloide, come proveniente da una vecchia pellicola in disfacimento da oblio.
Dopo aver preso le distanze da me stesso, separandomi dalla mia costola affettiva Clientele mi ritrovo - ed ancora: improvvisamente - come illuminato dalla sua luce come dalla stella cometa mentre in viaggio verso la morte, miracolato dell'antro oscuro. La luce giunge dal passato. Mi s'accenna in lei il segreto della decadenza del mondo. Mi si fa chiaro perché le cose muoiono, perché i sentimenti s'affievoliscono. E ciò m'appare tanto evidente come a seguito del ritrovamento emotivo integrale di un immenso amore messo da parte. Lo avevo lasciato in un cassetto, piccolo avanzo dell'età dell'oro. Avete presente quando ritrovate una vecchia foto di una donna amata di cui avevate smarrito la memoria emotiva? "It's art dad" è l'ombra di "Suburban light", il residuo di polvere del suo passaggio, le schegge di marmo d'una micro-era irripetibile.
Queste schegge di canzoni partecipano della sostanza del capolavoro, pur non avendone la forma. In rapidi guizzi divampa la sacra fiamma di quel ricordo, per ripiombare pochi secondi dopo nel caos degli atomi senza direzione.
Sono scorci puri dell'arte più autentica dei nostri, piccole visioni d'un prezioso distillato di malinconia, che a fronte di un disco tanto levigato (da apparire affettato) come "Strange geometry" ha la potenza del diamante grezzo ma autentico contro il prodotto quasi innaturale di una eccessiva lavorazione.
Inutile dirvi che su "It's art dad" non troverete alcuna pietra miliare, nessuna petrosa verità immobile nel tempo. Troverete invece un blocco monolitico di sogno, un fumo avvolgente e mistificatorio tutto diffuso di piacere.
Dal semplice arpeggio di "Graven Wood" capace di incidere su legno ed anima al sublime armonizzare di "Untitled #2" è tutto un riaffiorare di emozioni in bolle, di soffice magia, di odori di muffa ed incenso stretti nella suggestione d'un mistero suburbano e morchioso.
Se non presenziate ad un concerto dei nostri per difficoltà geografiche e/o logistiche mandate una mail qui: info@theclientele.co.uk
E' l'unica alchimia capace di resuscitare i morti.

Alessandro


 

 
 

Strange Geometry
(Pointy, 2005)

 
 

Chi non amerebbe, a dispetto del tempo che tutto divora, serbare in uno scrigno fatato tutto il buono che la vita ha dispensato, e renderlo disponibile per ogni anelito malinconico al semplice schiudersi di un lucchetto ben oliato? Non si può amare la novità fino al punto da non riconoscere in ogni singolo istante di presente le tracce, o forse la sintesi, di quanto ha riempito il respiro dei giorni andati. Con uno sforzo di memoria, sospinto fino alla soglia dell'emozione, noi ci riconosciamo come esseri del passato alle prese con una nuova rielaborazione, come testimoni ed alchimisti delle antiche gesta, e cerchiamo di riconoscere nelle nostre parole il suono di certezze che si s-fondano in una nuova, sempre incerta direzione. Il presente è sempre oscuro; volenti o nolenti possiamo fronteggiarlo solo cercando di capire cosa siamo e cosa vogliamo.

I Clientele sono nolenti, perché i Clientele hanno vissuto nella più bella casa dell'indiepop contemporaneo. Hanno pagato l'affitto con puntualità, hanno intrattenuto rapporti estremamente cordiali con il vicinato, e, nella serotina quiete dell'anima che la nebbia protegge e la periferia sottrae a sguardi troppo pressanti hanno prodotto due dischi di cui difficilmente ci si dimentica.
Il primo, raccolta di singoli e di magie ("Suburban Lights") d'una bellezza così assoluta e indelebile che il suo anelito impossibile riempiva ancora gli spazi vuoti dell'ottimo secondo "The Violet Hour", che se un difetto possedeva era di venire dopo, essendosi già infettato di tempo. Quel disco ha riempito gli ultimi due anni della mia vita e anche se alla lunga il cuore ha preferito (e preferisce) tornare al porto iniziale, nondimeno la seconda tappa deteneva sufficienti attrattive da intrattenere in un dolce oblio l'intera ciurma dei sensi. Poi venne un ep ("Ariadne") inspiegabile e tanto sciatto da avallare l'idea d'un obbligo contrattuale da ottemperare. (Non) mi lasciai ingannare e presi a favoleggiare di quanto ora invece le mie orecchie dispongono.
"Strange Geometry", dodici nuove composizioni per quarantuno minuti di musica. Aggiungiamo quella che avemmo come notizia in anteprima, ovvero che Louis Philippe avrebbe collaborato al disco in veste di arrangiatore d'archi.
E come potevo immaginarlo io questo disco se non come un vasto dedalo di uggiose, intricate vie senza uscita attraverso cui gli archi del nostro francese preferito avrebbero dipanato un rosso filo d'Aria(d)nna? Immaginavo che la geometria sarebbe stata fornita dalla nettezza di linee melodiche d'archi perentori, che avrebbero spinto la tradizione clientelare verso nuovi orizzonti d'indefinizione, strani per l'appunto.

Ora io so che le geometrie di questo disco sono tutto fuorché strane.

A pezzo succede pezzo, ad accordo di chitarra succede accordo di chitarra, ad ogni nota emessa da Alasdair MacLean succede un'altra nota emessa da Alasdair MacLean, come sempre, più di sempre.
Un funesto deumidificatore ha sottratto tutta l'umidità e i contorni hanno preso ad aggettare sinistramente. Non c'è più foschia fra queste note, la nebbia s'è diradata. Quello che s'intuiva ora si vede. Così capisci, come di una donna le cui coperture seducono più delle scollature e vivono in funzione di queste, che i Clientele non brancolano più in un meraviglioso labirinto di forme accennate, ma sono giunti lì dove le cartine indicano con assoluta nettezza la distanza in chilometri.
E' un disco prezioso, raffinato, un disco che blandisce con tutta la cura di cui i Clientele sono ancora capaci i ricordi dell'età aurea ma, alas poor Yorick, senza lo straccio di un passaggio melodico che possa sopravvivere ad altro tempo.
Io mi rassegno: i Clientele sono arrivati e sono proprio quello che volevano essere: una buona band di indiepop atmosferico.
Hanno aggiunto sì gli archi, qualche funesto assoletto di chitarra ("E.M.P.T.Y.", "Impossible"), addirittura il recitato in un pezzo ("Losing Haringey") e sono all'ultima spiaggia ("Since K got over me", che occupa abusivamente la posizione che un tempo era della sublime "The violet hour").

Deludente, almeno, per gli esploratori delle proprie oscurità: c'è qui una luce troppo vivida e troppo artificiale. E non è più la mia. O forse, sarebbe la mia se avessi capito tanto bene, come i Clientele han capito se stessi, chi io sia.

Credetemi, non voglio saperlo, né voglio sapere che giorno è oggi. Non c'è un solo pezzo qui a distinguersi dal resto dell'album, niente su cui appuntare le proprie speranze redentive, niente che possa prefigurare altra soluzione che non un salvifico cambiare bruscamente direzione. Sì, "(I can't seem to) Make you mine" seduce con quell'innesto repentino d'archi e con i suoi pianoforti, ma è un incanto che termina esattamente dopo tre minuti e trentotto secondi. Ogni canzone di "Strange Geometry" io l'ho già sentita quando ancora era gravida di promesse. Cosa posso farmene adesso di ciò che è esattamente quanto è stato mantenuto?
Invidio chi partirà da qui. Chi troverà SG un bel disco come è, in termini assoluti. Potrà egli poi procedere a ritroso e ormeggiare alla banchina di Violet Hour credendo che non possa esservi di meglio al mondo. E chissà, magari poi trovare Suburban Lights un disco ancora acerbo. L'invidio più di quanto non possa ora dire.

Perché magari, forse, la nebbia è andata via semplicemente da me. Solo da me.

Alessandro


 

 
 

The Violet Hour
(Pointy, 2003)

 
 

"Suburban Lights" ed io, la storia di un amore - unidirezionale certo - la storia di una fissazione, a sort of homecoming verso un topos permanente della mia vita subliminale.
Occorre premetterlo: ho amato quella raccolta di singoli che non conoscevo come si ama dell'amore che fa male, ascoltandolo in una vicinanza solo fittizia, sottendente un baratro incolmabile. E ascoltandolo un numero di volte tanto esteso che neppure la mia copia in vinile di Hatfull of Hollow ricorda.
La vita è solo l'attesa di un'immagine imprevedibile, con cui mischiarsi nella luce fantasmatica di un attimo congelato per sempre: è come se oltre le leggere tendine della percezione, se solo osassimo guardarvi in trasparenza, si stendesse una periferia uniforme e riverberata, un grigio ed inattingibile miraggio.
Ho vissuto in quell'ombra di luce suburbana, sono scivolato nel silenzio del suo rumore, e ho vagheggiato un oltre che non c'era. Ho tracorso due anni su Suburban Lights, interrotto solo da incombenze routinarie. Per esso ho coniato categorie, indossato i panni del divulgatore dissennnato, tempestato la rete di recensioni sentimentali, un po' come questa, ma peggio. Attorno a me, poi, si raccoglie un piccolo cenacolo Clientelare, un esclusivo club di esseri decadenti, infattuali e vampireschi, Cuius e Iuculani. Attorno a quella luce avellare, celebriamo le nostre malinconie.
E adesso, ecco, "The Violet Hour", l'ora che volge al disìo il cuore dei naviganti.

A dire il vero ci sarebbero anche le uscite intemedie: una congerie di partecipazioni, di split singles, un sette pollici e un ep, tutto più o meno magnifico. Solo la a side di "Haunted Melody/Fear of Falling" e "Porcelain" (dello split con i Saturday People) sono qui presenti. La loro natura di singoli è piuttosto evidente, e a differenza della maggioranza dei brani dell'album sta in piedi senza la forza di gravità della magnificenza dell'Intero.
E' tutta qui la differenza - lapalissiana - fra "Suburban Lights" e "The Violet Hour"; il primo era opera Fidiana, assemblata scegliendo di riprodurre soltanto le parti eccellenti di una serie lunghissima di stupende modelle/singoli, questo secondo invece si affida allo slancio integrale ed uniformizzante del lavoro diuturno di studio.
E' dura dover trarre delle conseguenze, ma tocca. "The Violet Hour" è un buon disco, a tratti (solo! a tratti) ottimo.
Un disco che conferma i Clientele come progetto assolutamente unico ed eccentrico, ribadendo se non l'uniforme magia, almeno la "gentilezza del tocco" di quel patchwork/capolavoro.
Ma non si poteva chieder loro di bissare la compattezza di quella raccolta di gemme; e così ecco che accanto ai pezzi/singolo già citati (a cui occorrerà aggiungere almeno la title track) fanno capolino pezzi più (diremmo inutilmente?) lunghi come "Lamplight" e "The house always win", pezzi che dietro il vapore ingannevole ed il suo languido incantesimo lasciano intrasentire un po' di stanca compositiva ("Missing"), e persino (come già nell'ep "Lost Weekend") un pezzo strumentale per solo pianoforte ("Prelude"), che è un po' come tirare il fiato. Io da parte mia non avrei trovato disdicevole proseguire come già fin qui: singoli etc. e poi, fra un paio d'anni, un altro scrigno di delizie.
Però, ecco, per dirla tutta, una volta che il raggio viola del vostro lettore cd avrà iniziato il suo percorso lungo la sua ora (ok, 50 minuti) tutte queste considerazioni perderanno mordente.
La musica di "The Violet Hour" acquista pregnanza nella vicinanza delle sue tessere, e scorre come un umore unico, come il metempirico flusso di un sogno perdurante e voluttuario, intinto nei crepuscoli prematuri di questa estate.
Intanto, per gli anni che mi separano dal prossimo LP dei Clientele, continuerò a ringraziarli per questo, che è, in fondo, quel tanto che basta e che desideravo per continuare a mantenere, nel mio cuore, il loro culto.

Alessandro