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Formati nella città costiera di Hove, gli inglesissimi Clearlake hanno attirato un bel po' di attenzione per via di una musica eccentrica e che cerca di fare della britannicità un titolo riconoscibile. Brit-pop dunque. Con tutto quel che ne consegue, in bene e in male.

 

 

 
 

Discografia:

Lido (Dust Company, 2001)
Cedars (Domino, 2003)

Sito ufficiale:
www.clearlake.uk.com

 
 

 

 
 

Cedars
(Domino, 2003)

 
 

In quegli anni c'era un vuoto incolmabile nel mondo e negli scaffali di ogni ascoltatore di pop. Gli Smiths se n'erano appena andati e nessuno fra i sopravvissuti era in grado di partorire i forbiti (eppure quanto incisivi) arpeggi di Johnny Marr. D'altro canto invece molti trovarono facile e naturale imitare il raglio morrisseiano, riuscendo a portarlo a vertici inediti di caleidoscopico fastidio. I migliori fra gli epigoni s'annoverano fra coloro a cui saltuariamente scappava una buona canzone ed eran in grado di limitare i picchi in falsetto e diluire la poetica d'acuminato miserabilismo del Moz. Ricordo Gene, ad esempio, musicista la cui inglesità faceva i conti con un passato prossimo più che ingombrante, che dopo poche (quasi) convincenti prove scomparve nella foschia del tempo.

Ed ecco allora i Clearlake, in diretta discendenza, con tutti i pregi e i limiti di quella stagione non particolarmente rimarchevole del pop britannico. Così se questo disco ha tre pezzi davvero buoni, il resto naufraga piuttosto noiosamente come una barchetta di carta non impermeabilizzata nelle canalette del Modello, trascinata prima ancora di aver calafatato gli angoli nel gorgo perenne dell'inessenziale. Ma va bene, insomma, anche perché qui è tutto particolarmente gradevole e ben confezionato, anche gli episodi che al terzo ascolto hanno già secreto davvero tutto quanto.

"Can't feel a thing" e il suo riffone distorto, "I'd Like to Hurt You" con i suoi ondeggiamenti di riverbero sulla chitarra che poi semplicemente swingano come sempre e tutti, "Come Into the Darkness" che parte scorreggiando elettricità e rimane ad odorarsi fino alla fine, "Just Off the Coast" titubante fino all'ultimo, incapace di mutarsi in canzone dallo stadio di beata indecisione in cui versa sin dalla prima nota, "Keep Smiling" leziosa e sbrodolata confessione d'inglesità al cui suggerimento - c'è da contarci - faremo orecchio da mercante, "It's All Too Much" che avrebbe meritato di più per un titolo così altisonante e che parte imbarazzantemente con un cantato amelodico su un'eco lontana di chitarra e poi esplode in un ritornello amelodico su un'eco troppo vicina di batteria, "Treat Yourself With Kindness", che pure riesce a creare una qualche forma di getting used to con i suoi bending cliclici, si perde in una certa monocorde ispirazione per sfociare nella fiaba senza meraviglia della conclusiva "Trees in the City".

So già quindi che non comprerete "Cedars", ma se lo avete già comprato sarete d'accordo con me che i primi tre pezzi sono magnifici. Non so come possa succedere che in un medesimo disco lo stacco sia così forte fra due parti che aspirerebbero alla stessa presa.
"Almost the same" è micidiale nell'attecchire nella sede deputata alla propagazione delle melodie adrenaliniche nel nostro corpo, "The Mind is Evil" è persino commovente a tratti, quando gli archi commentano il nostro verso miserabilista dell'anno: "when i'm bitter or angry it's never my fault/ nobody seems to believe me".
"Wonder if the Snow Will Settle" il migliore del trittico è una sferragliata più meditabonda, dove finalmente gli spigoli imitativi della voce di Jason Pegg smettono di penzolare dalla tasca posteriore dei jeans di Morrissey e assumono le fattezze di Robert Smith. Prodigioso camaleontismo. Ciononostante persuasivo.

E mi persuade una volta di più, se ce ne fosse stato bisogno, che il pop è niente altro che una questione di canzoni. I Clearlake ne hanno azzeccate tre su undici.
Ma quelle tre avrebbe potuto cantarle persino Karol Wojtyla.

Alessandro