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Formati nella città costiera
di Hove, gli inglesissimi Clearlake hanno attirato un bel
po' di attenzione per via di una musica eccentrica e che cerca
di fare della britannicità un titolo riconoscibile. Brit-pop
dunque. Con tutto quel che ne consegue, in bene e in male.
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In quegli anni c'era un vuoto
incolmabile nel mondo e negli scaffali di ogni ascoltatore di pop.
Gli Smiths se n'erano appena andati e nessuno fra i sopravvissuti
era in grado di partorire i forbiti (eppure quanto incisivi) arpeggi
di Johnny Marr. D'altro canto invece molti trovarono facile e naturale
imitare il raglio morrisseiano, riuscendo a portarlo a vertici inediti
di caleidoscopico fastidio. I migliori fra gli epigoni s'annoverano
fra coloro a cui saltuariamente scappava una buona canzone ed eran
in grado di limitare i picchi in falsetto e diluire la poetica d'acuminato
miserabilismo del Moz. Ricordo Gene, ad esempio, musicista la cui
inglesità faceva i conti con un passato prossimo più che ingombrante,
che dopo poche (quasi) convincenti prove scomparve nella foschia
del tempo.
Ed ecco allora i Clearlake, in diretta discendenza, con tutti i
pregi e i limiti di quella stagione non particolarmente rimarchevole
del pop britannico. Così se questo disco ha tre pezzi davvero buoni,
il resto naufraga piuttosto noiosamente come una barchetta di carta
non impermeabilizzata nelle canalette del Modello, trascinata prima
ancora di aver calafatato gli angoli nel gorgo perenne dell'inessenziale.
Ma va bene, insomma, anche perché qui è tutto particolarmente gradevole
e ben confezionato, anche gli episodi che al terzo ascolto hanno
già secreto davvero tutto quanto.
"Can't feel a thing" e il suo riffone distorto, "I'd Like to Hurt
You" con i suoi ondeggiamenti di riverbero sulla chitarra che poi
semplicemente swingano come sempre e tutti, "Come Into the Darkness"
che parte scorreggiando elettricità e rimane ad odorarsi fino alla
fine, "Just Off the Coast" titubante fino all'ultimo, incapace di
mutarsi in canzone dallo stadio di beata indecisione in cui versa
sin dalla prima nota, "Keep Smiling" leziosa e sbrodolata confessione
d'inglesità al cui suggerimento - c'è da contarci - faremo orecchio
da mercante, "It's All Too Much" che avrebbe meritato di più per
un titolo così altisonante e che parte imbarazzantemente con un
cantato amelodico su un'eco lontana di chitarra e poi esplode in
un ritornello amelodico su un'eco troppo vicina di batteria, "Treat
Yourself With Kindness", che pure riesce a creare una qualche forma
di getting used to con i suoi bending cliclici, si
perde in una certa monocorde ispirazione per sfociare nella fiaba
senza meraviglia della conclusiva "Trees in the City".
So già quindi che non comprerete "Cedars", ma se lo avete già comprato
sarete d'accordo con me che i primi tre pezzi sono magnifici. Non
so come possa succedere che in un medesimo disco lo stacco sia così
forte fra due parti che aspirerebbero alla stessa presa.
"Almost the same" è micidiale nell'attecchire nella sede deputata
alla propagazione delle melodie adrenaliniche nel nostro corpo,
"The Mind is Evil" è persino commovente a tratti, quando gli archi
commentano il nostro verso miserabilista dell'anno: "when i'm bitter
or angry it's never my fault/ nobody seems to believe me".
"Wonder if the Snow Will Settle" il migliore del trittico è una
sferragliata più meditabonda, dove finalmente gli spigoli imitativi
della voce di Jason Pegg smettono di penzolare dalla tasca posteriore
dei jeans di Morrissey e assumono le fattezze di Robert Smith. Prodigioso
camaleontismo. Ciononostante persuasivo.
E mi persuade una volta di più, se ce ne fosse stato bisogno, che
il pop è niente altro che una questione di canzoni. I Clearlake
ne hanno azzeccate tre su undici.
Ma quelle tre avrebbe potuto cantarle persino Karol Wojtyla.
Alessandro
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