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Gli
hanno chiesto lo-fi? e lui l'ha fatto. Post ma anche
pre-babalotiano, approssimativo sin dentro il midollo è personaggio singolarissimo anche quando si sdoppia. Giovane
cantautore senza futuro e di sicuro talento. |
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Chantalle è uno di quegli artisti a cui una buona produzione dona
moltissimo. Ed anche uno stuolo di abili arrangiatori a suo servizio.
Di fatto "Fiorite giovani!" mette ineditamente la testa fuori dal recinto
dei "dischetti". "Fiorite giovani!" è un disco. Un Mr. Disco. Chantalle
nuovo Moroder? No, però roderà a molti averlo finora trascurato,
minimizzato, associato ad altri progetti col piglio denigratorio. "Ah, chi
quello che suonava la chitarra nel primo Babalot?" Questo disco dovrebbe
improvvisamente togliere tutta questa robetta da recensione automatica dal
gioco.
Chantalle è un cantautore ormai maturo, un uomo dalla melodia felice e dall'immaginario
convincente (non la scriverei così se non m'avessero provocato, giuro).
Certo, è prolifico, e richiede un po' dell'attenzione che lo stress della
vita moderna arroga per sé. Fa uscire dischi su dischi, e disco dopo disco,
migliora. Uno pensa: "il nuovo di Chantalle? No, vabbè aspetto un paio di
mesi che esce quello nuovissimo, che sarà più bello". E' come quando compri
un pc; meglio attendere un po' o spendere di più?. Ma detto questo sappiate
che "Fiorite giovani!" vale il lancio estemporaneo. Anche se è un altro
riassunto delle puntate precedenti. Il migliore possibile.
Qui c'è tutto il meglio di Chantalle, che è cosa molto bella (se considerate
che per me vale più del 95% della scena italiana e italo/svizzera messa
insieme) ma ci sono due elementi ancora più ganzi da considerare: 1)
Chantalle s'è pagato uno studio di registrazione serio e questo disco non ha
fruscii. Solo arte al 100%. 2) Chantalle ha un certo numero di amici
musicisti veri che lo hanno amorevolmente riempito di attenzioni come ad una
seduta (sdraiata?) di bukkake.
C'è un certo Dr. Rapaccini che è una specie di Brian Jones capitolino.
Affinché i sensi capìtolino. C'è un Nonnobizzarro che fornisce tutta l'esperienza
e la creatività. C'è Lillo Vagabondo che dopo le recenti pellegrinazioni nel
rumore di fondo ha trovato una collocazione ideale.
E Ciccio Chantalle? Sempre più consapevole, sempre più classico, sempre più
a presa rapida, complice una chitarra ruffiana, un voce suadente, e delle
parole che infiammano emozioni naif, amarezze, divagazioni e giochi ad
libitum. Prova, lettore medio, a non infilarti nel vortice mnemonico di
"Premamàn" o della spartana versione di "Canzone d'amore".
Altri troverebbero difetti in questo disco; io, con tutta la buona volontà
critica, credo sfiori l'eccellenza. Che poi possa presto vergare versi più
similmente a Dante o a Petrarca, o suonare la chitarra come Nick Drake, sarà
il tempo a dirlo, ma francamente io spero di no.
Alessandro
E’ una discreta soddisfazione chiedere a Google qualcosa di Asilocomio. Ne risulta il vuoto, ma non il vuoto che immaginereste in accordo con i microeventi microcriminali di questi giorni: niente infanti che si picchiano o si stuprano fra loro fra i banchi o che si fanno abbindolare (dall’insegnante) a stuprare l’insegnante. Asilocomio semplicemente non c’è (e anche il correttore automatico di Word ora me lo conferma) perché l’ha inventato Chantalle. I filosofi si chiederanno chi ha inventato allora Chantalle e poi chi ha inventato chi ha inventato Chantalle.
Noi ce la caviamo dicendo che con il talento si nasce. Poi salviamo la coscienza aggiungendo che con il talento vero di solito in Italia non si mangia neppure. Osservate la copertina di Asilocomio: un frusto giaciglio, e tanti piccoli mostriciattoli di io/infante diversificati per angolazione rispetto al vuoto centrale, che è la scaturigine ed insieme il fine del tempo. L’ermeneutica è tutta qui: malinconia alla ricerca di pretesti che la cronicizzino.
D’altra parte ogni prospettiva è sbagliata, e in ciò giustifica pienamente un’evenienza infausta come il dovere biologico di crescere. Se v’è qualcosa che ci permette di aggrapparci all’ultima liana (ed evitare le catene al muro di ciò in cui consiste disporre di età adulta nel 2006) della Vita Piena è la rammemorazione ri-attualizzante di quell’età in cui dal primo giorno d’asilo in poi il tempo ha preso a scorrere malinconicamente nella direzione della follia uniformante.
A me dispiace pensare che probabilmente Chantalle come tutti ha un lavoro (probabilmente di merda) da svolgere ogni giorno e che possa dedicare alle sue progressioni/incisioni/regressioni solo qualche smozzicone di tempo stressato. D’altra parte “Asilocomio ep” celebra questa scissione e si canta proprio a partire dal preciso punto in cui ogni parola è al contempo necessità e pena, conato di redenzione e gesto deliberatamente incatalogato.
Nei suoi sei pezzi è all’opera una fantasia prematuramente adulta e segnatamente nell’amarezza con cui saluta il tempo trascorso della libertà egotica del bimbo che fu e sarà. Per il resto si profonda totalmente in un associativismo libero ed entusiasmante.
Musicalmente le chitarre si spendono in tutto il repertorio chantalliano fra arpeggi, fraseggi, intermezzi, dissonanze e commozioni; è la protagonista assoluta. Insieme a lei un uso sempre più consapevole dell’elettronica predispone un ambiente d’ascolto che segna un passo deciso in direzione di una maturità artistica ad un passo dall’essere totalmente dispiegata. A renderci certi di ciò è la personalità con cui questa dimessa psichedelica da nursery colpisce l’immaginario e sembra aggrapparsi ad una tradizione italiana ricca ma sfocata, in fondo deviante ma pienamente comunicativa. Sei ritratti patafisici cresciuti improbabilmente e a diverse velocità, ognuno incastrato da un diverso morbo di realtà, una galleria che inevitabilmente si auto-compatta in un unico ritratto multidisfunzionale. E che ci consegnano una delle poche voci da ascoltare di un altro anno di vacche magrissime.
Alessandro
Ultimamente mi sta capitando qualcosa di insondabilmente piacevole in quanto recensore di musica indiepop.
Indiepopup, la rubrica dove mi diverto a recensire canzoni di illustri sconosciuti mi dà tanto (ma tanto) più piacere delle recensioni standard dei dischi che mi tocca passare alle armi. Ragionandoci, credo di essere arrivato ad enucleare almeno una ragione. Sintetizzo: di questi tempi, l'indiepop è questione di rapida e veloce ispirazione. Un demo, un invio fortunato ad una label ed il *crisma* di questa con un nuovo nome ed una nuova copertina colorata. Sembra che le label facciano a pugni con la personalità degli autori se questa non è, per coincidenza, affine a quella delle precedenti venti uscite.
Da cosa riconoscono la validità di un autore? (Pss pss: dal fatto che l'abbiano già in roster). Inutile dire che se un autore con personalità ha potenzialità ha anche un'altra possibilità di felicità: farsi consigliare *artisticamente*.
Poi ogni tanto qualche etichetta coraggiosa, tipo Aiuola. Quella di Babalot. Ci siamo?
E' pure ovvio che gli atti di coraggio in presenza di scarsi mezzi non possono essere all'ordine del giorno. Questo corollario potrebbe qui avere un nome: Chantalle.
Chantalle suonava la chitarra in "Cosa succede quando uno muore" e aveva partecipato nonmeglioidentificatamente al processo compositivo di quel disco. Poi sappiamo (vedi intervista) com'è andata con "Un segno di vita": Baby decide per la sottoproduzione, il sottomixaggio e il solipsismo. Chantalle inizia a fare parte per sé.
"Denti bianchi" è il cd-r che ha fatto davvero bene ad inviarmi, e contiene le sue canzoni preferite di se stesso. Anche se non ne ho ascoltate molte altre, sono anche le mie preferite.
Togliamoci subito l'onere dell'inevitabile raffronto con Babalot. Un bel po' v'è di comune ed in ispecie la fluente favella piegata alle esigenze d'una visionaria narratività.
Ma laddove Baby sovverte Chantalle si piega all'amarezza quasi a la Vian delle sue visioni.
V'è un che di metafisicamente irretito nel rammarico di "Era meglio", sublime affresco di borghesità sconfitta, di salvezze mancate per un pelo.
In "Scherzi di un cervello da prete" è come se la PFM si fosse rotta i coglioni. Uno scherzo, che appena più scanzonato sarebbe Bugo, un po' più canzonato s'offenderebbe.
Musicalmente su 14 tracce almeno 10 meriterebbero di stare su un disco diffuso e meglio registrato. A colpo sicuro affermo che queste dieci canzoncine meritano di essere ricordate e/o canticchiate: la straniante egoità escheriana di "Punti di vista"; la swingante gioiosa brillante (consigliabilmente singolo) "L'uomo del 2500" (che si candida ad essere la "Ci vuole un fiore" di una società psichedelicamente metropolitana); la anamnesica autoriflessa salvadordaliana "Conserve di abitudini"; la babalotiana (e infatti da Esso remixata e tumefatta) "Non sei più"; lo struggente lamento dell'ES nell'acustica notturna "Canzone d'amore" dopolavorista; la quasi-cripto-cover di "You're a better man than I am" di "Tu sei meglio di me"; la fulminea fulminante inquietante acidognola (con tazzina di caffè) "Cond(ab)ominio"; la quasi Skiantos ("Bau bau Baby") "In-soap-portabile abitudine" se non fosse che non fa ridere anzi proprio per questo; la conclusiva tenerissima a la Edoardobennato più lirico e stonato "Ninna nanna".
Per il resto Chantalle non si integrerà.
Non lo farà neppure Babalot e neppure io.
Un motivo in più.
Chiedete il disco direttamente a lui,
Non posso passarvi ogni mese un mp3. (chantallina@gmail.com)
Alessandro
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