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Da Santa Barbara, la reincarnazione dei
Free Design. Una capacità di scrittura deliziosa, con una
ispirata vena funky-elettronica, spericolate armonie vocali
e inarrivabili volteggi di tastiere. Il loro primo ed omonimo
album, pubblicato da Kindercore nel 2000 e ristampato da Emperor
Norton l'anno successivo, è una meraviglia di pop leggerissimo impreziosita da
una filastrocca come "Rollerskate", con il basso a sottolineare
le melodie angeliche di un testo che cerca di spiegare come
andare sui pattini. E' già un classico dell'indie-pop. Dall'album successivo la band cambia volto, proponendo un sound più rilassato e complesso, che non fa più leva sull'immediatezza dei motivi ma riesce ad essere ugualmente soddisfacente, con testi poetici distesi su un sostrato di moog e farfisa. La line up della band: Simone Rubi (voce, tastiere), Daniel Judd (tastiere), Carrie Clough (voce), Terri Loewenthal (basso, voce) e Jordan Dalrymple (batteria).
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Confesso: aspettavo questo disco da più di due anni, da quando "Rollerskate" e le restanti canzoni dell'album d'esordio hanno preso possesso del mio stereo e del mio cuore. Da allora, mentre ingannavo il tempo con dischetti di ogni foggia, aspettavo notizie bramando lui, il secondo disco dei Call and Response.
Ma "Winds Take No Shape" non è quel disco.
Sì, è a tutti gli effetti il secondo album dei Call and Response, ma non è affatto il seguito del primo, e a dirla tutta non è nulla di quanto ci potesse aspettare dalla band di Santa Barbara. Non ci sono canzoncine, né refrain, né adorabili coretti. Una situazione fotografata perfettamente da un critico Usa: "E' il loro secondo album, ma suona come se fosse il terzo."
Un salto temporale che fa tabula rasa del passato: "Winds Take No Shape" attinge ad un campionario completamente nuovo di suoni e parole ed esplora quella profondità che mancava al suo predecessore. E' ancora formalmente un album pop, ma raffinato e curato in ogni dettaglio, le cui forme musicali e liriche si distendono lente dinanzi ai nostri occhi, confidando nella loro capacità di far breccia.
Ed è così: i primi ascolti saranno tutti dedicati ad aspettare ritornelli che non arrivano, ma quando potrete dedicare a "Winds" la continuata attenzione che reclama, la soddisfazione sarà garantita: canzoni gentili scivolano pigre e senza attrito lungo autostrade sixties, filtrate da un notevole lavoro di ricerca sui suoni e sulla struttura dei pezzi. I Call and Response non hanno perso il gusto per la citazione colta ma lo incorporano in una visione musicale (compositiva, produttiva, di assemblaggio di suoni, voci e arrangiamenti) più completa e sfaccettata; ci sono sottili ombre del funky di un tempo, la consueta delicatezza delle linee vocali, ma anche testi ermetici che approcciano la poesia, e passaggi strumentali che indugiano a lungo sulle nuove forme dei brani, quasi ad invitarne la contemplazione.
Se "Trapped Under Ice" e "Misty Moon" conservano parte dell'immediatezza degli esordi, il nuovo approccio è affidato all'eleganza di "Colors Bleed", agli inaspettati accordi folk di "Before The Dream", al pop sperimentale e allungato di "Station" e soprattutto a "Silent Chill", sorta di poesia in musica fatta di leggerissime orme sul terreno quasi cancellate dalla neve fresca. E' il pezzo più austero e intarsiato, sul sottile solco di una fredda linea vocale, accordi di chitarre brillanti ed algide tastiere, perfetta e soave fotografia del nuovo album. Che dopo tanto lavoro sulle note produce una materia leggera quanto l'aria, come se il gruppo avesse scelto una strada lunga e tortuosa per tornare infine al punto di partenza, seppur irrimediabilmente cresciuto.
Come gli amati Free Design, che alternavano album "maturi" ad altri espressamente rivolti ai bambini, "Winds Take No Shape" mostra il volto adulto dei Call and Response, le radici jazzy, gli ascolti che dagli anni 60 arrivano ai Neu!, la formazione classica e una capacità di dipingere i dettagli che oggi ha pochi pari in ambito pop. Un'oasi di bellezza, incurante della quotidianità e del caos che la circonda. Un lavoro coraggioso, bello ed impopolare che è anche un atto d'amore per la musica e per se' stessi.
Musica da apprendimento lento, ma che sa ancora riscaldare il cuore.<
Salvatore
Se
ogni ascolto ha un suo giusto tempo, l'estate è senza dubbio la
stagione ideale per l'esordio dei Call and Response, cinque ragazzi
di Santa Barbara, California che hanno confezionato un album di
pop cristallino, talmente puro che in questo periodo di parcellizzazione
musicale evoca termini come space-lounge o astropop.
La realtà è decisamente meglio descritta dalla definizione che la
band offre di se' stessa: "la nostra musica riflette il sole
della California", citando come fonti d'ispirazione Beach Boys,
Zombies e Free Design, ma anche Bacharach e Belle & Sebastian.
Armonie celestiali sciolte in quattro dita di zucchero con il giusto
apporto di tecnologia sparsa. Lanciato dalla benemerita Kindercore
all'inizio dell'anno ed in procinto di venire ristampato dalla Emperor
Norton con una nuova produzione e una nuova copertina, questo album
d'esordio è fonte di delizie infinite: una formula mai sopra le
righe, che conquista proprio in virtù della sua rilassatezza: come
scrivere piccoli capolavori con noncuranza. Grande gusto per la
melodia, scelte ritmiche dal sapore funky affidate a basso e tastiere
che si incastonano perfettamente nelle armoniche pop, evoluzioni
vocali in più parti (dritte dagli anni 60) che rasentano l'indolenza
eppure sono perfette nella loro semplicità, a volte persino geniali.
Coscienti di non poter sostituire l'ascolto con le parole, proviamo
a dare sommaria descrizione del disco: indispensabile partire da
"Rollerskate", piccolo gioiello di elettro-space-pop con
le voci ad intrecciarsi con grazia infinita su un superbo tappeto
di basso, chitarre e tastiere analogiche; la perfezione delle sue
forme musicali è un piccolo shock ed inaugura una fiera di delizie:
"Blowing Bubbles" si apre con un sontuoso giro di basso,
le voci ad inseguirsi tra l'armonia delle note e una serie di melodie
sempre più catchy, "California floating in space" è lounge
per fricchettoni, eterea e distesa su sottilissime pedal steel:
i Mamas and Papas che cantano distratti mentre fanno colazione.
E ancora il sorprendente incipit accappella di "The Fool",
il sinthpop anni 80 di "Lightbulb", le meraviglie funky
condite da organi pulsanti di "I Know you want me", lo
sviluppo armonico di "Colors", che morbide tastiere analogiche
e volteggi vocali portano dritta nei campi fioriti evocati dal testo.
E poi piani elettrici, minimoog, organi Yamaha, e qui mi fermo,
perché non servono altre parole per spiegare che questo sconosciuto
quintetto ha inciso un piccolo capolavoro, imprescindibile per i
poppettari di tutto il mondo.
Potete pensare ai Call & Response come ad una versione infinitamente
più naif e distesa dei Beulah, con i quali condividono lo stesso
sole californiano, o come una incarnazione futile degli Stereolab.
In ogni caso, se amate l'armonia e le forme estive, il pop e la
semplicità, cercate questo disco: non ve ne pentirete.
L'edizione Emperor Norton (ottobre 2001, distribuita pure in Italia
da Family Affair) aggiunge due pezzi e ne remixa tre, un rimescolamento
che non modifica granché la resa del disco. Si evidenzia casomai
una evoluzione verso un suono più "maturo" che potrebbe provocare
nefaste conseguenze per un ensemble che ha nella (apparente?) ingenuità
dei suoni il suo punto forte. Nello specifico, "All Night Long"
porta gli Stereolab a spasso nel tempo, tra chitarrine funky anni
70 e synthpop anni 80, mentre "When the lights are out"
mescola un po' le carte distendendosi in fraseggi di chitarre/tastiere
reminiscenti degli Air. Speriamo bene.
Salvatore
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