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Dopo essersi visto rifiutare
l'inclusione nella raccolta "C86" del New Musical
Express, Duglas T. Stewart ha deciso per ripicca di dare lo
stesso titolo al primo album della sua band, i BMX Bandits.
Dei membri di quella prima line-up rimane oggi il solo Duglas,
mentre quasi tutti coloro che sono avvicendati al suo fianco
hanno poi trovato fortuna altrove: Sean Dickson and Jim McCulloch
nei Soup Dragons, Norman Blake e Francic McDonald nei Teenage
Fanclub.
Dopo gli esordi per la storica 53 and 3rd di Stephen Pastel
e un breve periodo su Creation Records, i BMX Bandits hanno
continuato ad incidere sino ad oggi, con Duglas che ha spostato
il suono dal twee naif degli esordi verso gli anni 60 dei
Beach Boys.
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Per chi scrive, il gruppo di Duglas
T. Stewart é la quintessenza del pop indipendente. E non solo perché
ha intitolato C86 il suo primo e miglior album, ma perché dentro
quel disco c'era tutta la sostanza di cui era fatto quel suono,
una naivete' camuffata da approssimazione che e' servita da modello
per innumerevoli bands a venire, quella malinconia dolce che ritraeva
alla perfezione un sentimento generazionale. Ecco, il miglior tributo
a questa band dal nome buffo è la stessa scena indiepop, o se preferite
il fatto che il loro C86 (l'album) è uno dei pochi dischi eighties
a non suonare datati, tanto che se non fosse per l'età anagrafica
sottolineata dal titolo potrebbe stare comodamente in ogni playlist
degli ultimi 17 anni.
Con simili premesse, era logico che gli album successivi dei BMX
Bandits non potessero reggere il confronto con quella prima pesantissima
pietra miliare: tale è la maledizione dei capolavori.
Eppure l'assenza addolcisce lo spirito, tanto che questo "Down at
the hop", primo album banditico in 7 anni, mi appare sorprendentemente
buono. E non perché memento dei bei tempi andati, ma per il suo
valore assoluto ed attuale, per la sua capacita' di stare al passo
coi tempi (lenti) dell'indiepop, per il suo sapore modernamente
sixties. Certo, tante cose sono cambiate. Oggi Duglas può vantare
lo status di un Brian Wilson minore, compiacersi in pezzi di classe,
armonie eleganti ed arrangiamenti che ben nascondono la relativa
semplicità di fondo. C'è una consapevolezza tutta diversa in "Down
at the Hop", e faticherete a riconoscere lo stesso gruppo di "Loveclass",
eppure la band matura che si espone all'ascolto è felicemente sobria,
soddisfatta di starsene in disparte a cantare sottovoce armonie
al glucosio.
Un inizio tutto Beach Boys più un tocco di incoscienza twee ("Love
at the Hop"), con candide trombe di plastica che emergono nel finale
a sancire il trionfo della melodia sulla materia, ritmo e battimani
che fanno di "Little Kitty" psichedelia di ritorno alla Dukes of
Stratosphear, una "I'm in such great shape" che è come se i Wilco
rifacessero Summerteeth ma con meno strilli, e poi la sudditanza
Wilsoniana si asciuga poco a poco, trasformando il lavoro in un
precipitato vitaminico di tutto il pop che amiamo, dal C86 agli
XTC, dai They Might Be Giants della marzialità sghemba di "Miss
Nude Black America" al dittico "Back in her heart"/"Back in your
arms" che sa di Beatles profumati ai campanellini. Un album sparso
e leggero, da domeniche pomeriggi in bicicletta e senza un pensiero,
e se tuttavia voleste individuarne un centro lo trovereste tra "The
road of love is paved with banana skins" (oh, che titolo) e "silly
boy", ovvero la coabitazione di quel pop energico (quasi fuzz) che
andava quando i BMX Bandits erano giovani e soave balladry
pop. Ed è bello pensare che i BMX possano ancora partorire tutto
questo.
Se c'è qualcosa che manca a "Down at the hop" è un urlo, un'accelerazione,
qualcosa che lo riscatti da una omogeneità eccessiva. O forse una
di quelle imperfezioni di cui era pieno "C86" e che sono state asciugate
dal tempo. Anche così, è un ascolto piacevolissimo, di quelli che
ti riconciliano col mondo. E non si riesce a non volergli bene,
specie se si pensa che i BMX Bandits non hanno mai smesso di cantare
delle piccole cose dell'indiepop, di quella ragazza bellissima davanti
alla quale le parole rimangono in gola, di piccole incomprensioni
e di storie mai cominciate.
Mentre Duglas e compagnia se la scialano tra archi e coretti nella
conclusiva "The end of time", ancora non so quanto mi piaccia "Down
at the Hop", ma una cosa è certa: non è un disco da dinosauri. Anzi,
alla fine ci tirate fuori 13 perfetti pezzi da compilation su 14,
non roba da poco. Basta pensare che con un un po' di (s)fortuna
in più i BMX Bandits sarebbero potuti diventare come i Beautiful
South. E non avrebbero mai inciso un disco così bello, oggi.
Salvatore
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