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Dopo essersi visto rifiutare l'inclusione nella raccolta "C86" del New Musical Express, Duglas T. Stewart ha deciso per ripicca di dare lo stesso titolo al primo album della sua band, i BMX Bandits. Dei membri di quella prima line-up rimane oggi il solo Duglas, mentre quasi tutti coloro che sono avvicendati al suo fianco hanno poi trovato fortuna altrove: Sean Dickson and Jim McCulloch nei Soup Dragons, Norman Blake e Francic McDonald nei Teenage Fanclub.
Dopo gli esordi per la storica 53 and 3rd di Stephen Pastel e un breve periodo su Creation Records, i BMX Bandits hanno continuato ad incidere sino ad oggi, con Duglas che ha spostato il suono dal twee naif degli esordi verso gli anni 60 dei Beach Boys.

 

 

 
 

Discografia:

C86 (Click, 1990)
Star Wars (Vinyl Japan, 1991)
Life Goes On (Creation, 1993)
Gettin' Dirty (Creation, 1995)
Theme Park (Creation, 1996)
Hidden Agenda At The 13th Note (Receiver Records, 1997)
53rd and 3rd Years (Avalanche, 1999)
Down at the Hop (Shoeshine, 2003)

Sito Ufficiale:
www.bmx-bandits.com

 
 

 

 
 

Down At The Hop
(Shoeshine, 2003)

 
 

Per chi scrive, il gruppo di Duglas T. Stewart é la quintessenza del pop indipendente. E non solo perché ha intitolato C86 il suo primo e miglior album, ma perché dentro quel disco c'era tutta la sostanza di cui era fatto quel suono, una naivete' camuffata da approssimazione che e' servita da modello per innumerevoli bands a venire, quella malinconia dolce che ritraeva alla perfezione un sentimento generazionale. Ecco, il miglior tributo a questa band dal nome buffo è la stessa scena indiepop, o se preferite il fatto che il loro C86 (l'album) è uno dei pochi dischi eighties a non suonare datati, tanto che se non fosse per l'età anagrafica sottolineata dal titolo potrebbe stare comodamente in ogni playlist degli ultimi 17 anni.
Con simili premesse, era logico che gli album successivi dei BMX Bandits non potessero reggere il confronto con quella prima pesantissima pietra miliare: tale è la maledizione dei capolavori.
Eppure l'assenza addolcisce lo spirito, tanto che questo "Down at the hop", primo album banditico in 7 anni, mi appare sorprendentemente buono. E non perché memento dei bei tempi andati, ma per il suo valore assoluto ed attuale, per la sua capacita' di stare al passo coi tempi (lenti) dell'indiepop, per il suo sapore modernamente sixties. Certo, tante cose sono cambiate. Oggi Duglas può vantare lo status di un Brian Wilson minore, compiacersi in pezzi di classe, armonie eleganti ed arrangiamenti che ben nascondono la relativa semplicità di fondo. C'è una consapevolezza tutta diversa in "Down at the Hop", e faticherete a riconoscere lo stesso gruppo di "Loveclass", eppure la band matura che si espone all'ascolto è felicemente sobria, soddisfatta di starsene in disparte a cantare sottovoce armonie al glucosio.
Un inizio tutto Beach Boys più un tocco di incoscienza twee ("Love at the Hop"), con candide trombe di plastica che emergono nel finale a sancire il trionfo della melodia sulla materia, ritmo e battimani che fanno di "Little Kitty" psichedelia di ritorno alla Dukes of Stratosphear, una "I'm in such great shape" che è come se i Wilco rifacessero Summerteeth ma con meno strilli, e poi la sudditanza Wilsoniana si asciuga poco a poco, trasformando il lavoro in un precipitato vitaminico di tutto il pop che amiamo, dal C86 agli XTC, dai They Might Be Giants della marzialità sghemba di "Miss Nude Black America" al dittico "Back in her heart"/"Back in your arms" che sa di Beatles profumati ai campanellini. Un album sparso e leggero, da domeniche pomeriggi in bicicletta e senza un pensiero, e se tuttavia voleste individuarne un centro lo trovereste tra "The road of love is paved with banana skins" (oh, che titolo) e "silly boy", ovvero la coabitazione di quel pop energico (quasi fuzz) che andava quando i BMX Bandits erano giovani e soave balladry pop. Ed è bello pensare che i BMX possano ancora partorire tutto questo.

Se c'è qualcosa che manca a "Down at the hop" è un urlo, un'accelerazione, qualcosa che lo riscatti da una omogeneità eccessiva. O forse una di quelle imperfezioni di cui era pieno "C86" e che sono state asciugate dal tempo. Anche così, è un ascolto piacevolissimo, di quelli che ti riconciliano col mondo. E non si riesce a non volergli bene, specie se si pensa che i BMX Bandits non hanno mai smesso di cantare delle piccole cose dell'indiepop, di quella ragazza bellissima davanti alla quale le parole rimangono in gola, di piccole incomprensioni e di storie mai cominciate.
Mentre Duglas e compagnia se la scialano tra archi e coretti nella conclusiva "The end of time", ancora non so quanto mi piaccia "Down at the Hop", ma una cosa è certa: non è un disco da dinosauri. Anzi, alla fine ci tirate fuori 13 perfetti pezzi da compilation su 14, non roba da poco. Basta pensare che con un un po' di (s)fortuna in più i BMX Bandits sarebbero potuti diventare come i Beautiful South. E non avrebbero mai inciso un disco così bello, oggi.

Salvatore