|

Con un paio di amici, Andy
Dragazis mette sù nel 1997 la semi-kitschità
trippoppica dei Blue States et poscia si sposta in Sussex.
Corteggiato dall'etichetta Memphis Industries inizia ad incidervi
singoli. Seguono due bei dischi di cinematica atmosferica
grazia. Dragazis ha anche lavorato al remix di lavori di Hefner
e Badly Drawn Boy. |
|
|
Sono generalmente
ben impressionato da quei dischi che, lungi dal volere sbrecciare
ostinatamente in territori ipotetici, sanno concentrarsi sui capisaldi
del paradigma della piacevolezza all'ascolto.
Credo sia una sindrome che giunge con la maturità.
V'è ben più d'un accenno di reazionarietà negli
amanti del pop, indipendente o mainstream che sia.
L'anima ha bisogno di nidi sicuri da cui spiccare qualunque volo.
Nel momento del massimo pericolo, una canzoncina facile da masticare
come afrodisiaco richiamo al paradiso degli eroi è indispensabile.
Il contorno della grandezza è spesso stupido. E quella stupidità
non è mai solo tale.
I Blues States, a modo loro cambiano di cambiamenti grandi e infinitesimali
al contempo; iniziano a cantare i pezzi, pur preservando la stessa
propensione all'ariosa elettronicità dei primi capitoli;
li annoveriamo così fra i trendisti convertiti all'eternità
del pop, alla melodia infinita e conclusa come un cerchio di sicuro
riferimento.
Ci sanno fare, lo si capisce subito: "Across the Wire"
posta in apertura, è il miglior raggiungimento dell'albo
intero ed è una spaziosa apertura di sintesi, suonando nell'intimo
come aggiornamento semplificativo dell'ingenua artificiosità
degli eighties. Dilatato, però ricondotto all'ordine del
senso da un bel e cosmico e depresso circolo di sparute note.
In "For a Lifetime" siamo nel territorio propriamente
detto pop, e sembra di sentire degli Czars diventati sbarazzini
alla scuola degli Air. (Chi legge, prenda però appunto: anche
se questo pezzo potrebbe non andare così l'idea è
quantomeno grandiosa).
Vi sono episodi solo strumentali, e rendono l'idea del luogo da
cui stanno decidendo di aggettare i Blue States; "One night
in Tulane" è bella, cinematica, e sa di Plone, di Broadcast
più malinconici e ossessivi. Stia in sottofondo ad attimi
di amore sulla spiaggia, mentre la palla arancione dei desideri
si spegne oltre l'orizzonte dell'abbandono.
"The Last Blast" è una delicata ninnananna marziana,
ché - buh! - potrebbe essere stata partorita da Vashty Bunyan,
magari reincisa con il buon Davendra che come Bugo s'è innamorato
del sintetizzatore. L'effetto complessivo però è soffice
e neopsichedelico, seducente senza forzare. M'immagino i Chills
a rifarla. Sarebbe un bel mondo di freddo rosa.
Peccato nel complesso si rinvengano episodi più anodini e
non ben messi a fuoco, nel numero approssimativo di due/tre/quattro,
a scelta personale, perlopiù concentrati nel finale. Gran
peccato ragazzi.
Consoliamoci tuttavia con le grandi qualità che conferma
e con i rosei sviluppi che lascia intravedere; staremmo altrimenti
a parlare di uno dei contendenti a disco dell'anno, dei nuovi Air
alito fresco.
Con loro esser lice esser sì severi.
Alessandro
|