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Con un paio di amici, Andy Dragazis mette sù nel 1997 la semi-kitschità trippoppica dei Blue States et poscia si sposta in Sussex. Corteggiato dall'etichetta Memphis Industries inizia ad incidervi singoli. Seguono due bei dischi di cinematica atmosferica grazia. Dragazis ha anche lavorato al remix di lavori di Hefner e Badly Drawn Boy.

 

 

 
 

Discografia:

Nothing Changes Under the Sun (ESL Music, 2001)
Man Mountain (XL, 2002)
The Soundings (Minty Fresh, 2004)

Sito ufficiale:
www.bluestates.com

 
 

 

 
 

Soundings
(Minty Fresh, 2004)

 
 

Sono generalmente ben impressionato da quei dischi che, lungi dal volere sbrecciare ostinatamente in territori ipotetici, sanno concentrarsi sui capisaldi del paradigma della piacevolezza all'ascolto.
Credo sia una sindrome che giunge con la maturità.
V'è ben più d'un accenno di reazionarietà negli amanti del pop, indipendente o mainstream che sia.
L'anima ha bisogno di nidi sicuri da cui spiccare qualunque volo. Nel momento del massimo pericolo, una canzoncina facile da masticare come afrodisiaco richiamo al paradiso degli eroi è indispensabile. Il contorno della grandezza è spesso stupido. E quella stupidità non è mai solo tale.
I Blues States, a modo loro cambiano di cambiamenti grandi e infinitesimali al contempo; iniziano a cantare i pezzi, pur preservando la stessa propensione all'ariosa elettronicità dei primi capitoli; li annoveriamo così fra i trendisti convertiti all'eternità del pop, alla melodia infinita e conclusa come un cerchio di sicuro riferimento.

Ci sanno fare, lo si capisce subito: "Across the Wire" posta in apertura, è il miglior raggiungimento dell'albo intero ed è una spaziosa apertura di sintesi, suonando nell'intimo come aggiornamento semplificativo dell'ingenua artificiosità degli eighties. Dilatato, però ricondotto all'ordine del senso da un bel e cosmico e depresso circolo di sparute note.
In "For a Lifetime" siamo nel territorio propriamente detto pop, e sembra di sentire degli Czars diventati sbarazzini alla scuola degli Air. (Chi legge, prenda però appunto: anche se questo pezzo potrebbe non andare così l'idea è quantomeno grandiosa).
Vi sono episodi solo strumentali, e rendono l'idea del luogo da cui stanno decidendo di aggettare i Blue States; "One night in Tulane" è bella, cinematica, e sa di Plone, di Broadcast più malinconici e ossessivi. Stia in sottofondo ad attimi di amore sulla spiaggia, mentre la palla arancione dei desideri si spegne oltre l'orizzonte dell'abbandono.
"The Last Blast" è una delicata ninnananna marziana, ché - buh! - potrebbe essere stata partorita da Vashty Bunyan, magari reincisa con il buon Davendra che come Bugo s'è innamorato del sintetizzatore. L'effetto complessivo però è soffice e neopsichedelico, seducente senza forzare. M'immagino i Chills a rifarla. Sarebbe un bel mondo di freddo rosa.
Peccato nel complesso si rinvengano episodi più anodini e non ben messi a fuoco, nel numero approssimativo di due/tre/quattro, a scelta personale, perlopiù concentrati nel finale. Gran peccato ragazzi.

Consoliamoci tuttavia con le grandi qualità che conferma e con i rosei sviluppi che lascia intravedere; staremmo altrimenti a parlare di uno dei contendenti a disco dell'anno, dei nuovi Air alito fresco.
Con loro esser lice esser sì severi.

Alessandro