Archivio Recensioni:

#

 

A

 

B

 

C

 

D

 

E

 

F

 

G

 

H

 

I

 

J

 

K

 

L

 

M

 

N

 

O

 

P

 

Q

 

R

 

S

 

T

 

U

 

V

 

W

 

X

 

Y

 

Z

 

v/a


Amedeo e Simone Pace, Milanesi trasferitisi a Montreal da adolescenti, e Kazu Makino, studentessa d'arte giapponese di Kyoto, si incontrano a New York in un ristorante italiano negli anni 90, e danno vita ai Blonde Redhead, inizialmente un quartetto (con la nippoamericana Maki Takahashi), e presto ridotto a un terzetto con la rinuncia al basso. Nel corso degli anni il suono della band evolve dalla fedeltà al verbo dissonante dei Sonic Youth "indipendenti" ad una affascinante commistione di stili, che coniuga l'art rock newyorchese alla musica pop. L'album della svolta è "Melody of Certain Damaged Lemons" (2000), che li impone all'attenzione del grande pubblico. Per l'album successivo il gruppo si trasferisce all'etichetta 4AD.

 

 

 
 

Discografia:

Blonde Redhead (Smells Like Records, 1995)
La Mia Vita Violenta (Smells Like Records, 1995)
Fake Can Be Just As Good (Touch and Go, 1997)
In an Expression of the Inexpressible (Touch & Go, 1998)
Melody of Certain Damaged Lemons (Touch and Go, 2000)
Misery Is a Butterfly (4AD, 2004)
23 (4AD, 2007)

 
 

 

 
 

23
(4AD, 2007)

 
 

Alessandro: il disco parte con un pezzo da knock out
Salvatore: è quello che sembra i My bloody valentine?
A: direi meglio: che le chitarre sanno di MBV, il resto meno, il resto sa più di Lush o cose così, dream pop et similia
S: infatti, pensavo al 4AD sound e dintorni, d'altra parte...
A: ..le buone tradizioni di nonna papera.
S: dicevano che Misery suonava 4AD, ma questo lo fa decisamente di più.
A: in somma: shoegaze + chitarre mbv + multitessitura di voci. Riguardo al dream pop classico mi sembra che qui ci sia enormemente di più. E la differenza sta nel fatto che quei dischi avevano un paio di pezzi forti e un mare d'ammorbante melassa di genere. Qui non sembrano esserci anelli deboli.
S: per me un paio ci sono.
A: ah, minchy, sarei curioso di sapere quali.
S: "The Dress", ad esempio. Non che sia realmente debole, però rimastica.
A: suvvia, il terzo pezzo in scaletta d'ogni buon disco è il pezzo di mantenimento
S: vabbè che c'entra.
A: e non si può trascurare che ci sono i respiri/rantoli di Kazu e la felpatura incedente
S: ok, ma a parte queste cosette alla Yoko Ono rimane un pezzo che hanno già fatto.
A: ma c'è qui un pezzo che non abbiano già fatto?
S: piuttosto io sarei interessato a capire cos'ha questo album di diverso rispetto ai precedenti.
A:
dovessi dire, a me sembra di riconoscere le novità in:
1) questo è il disco "atmosferico" dei Blonde Redhead
2) il loro più "facile"
3) quello in cui tutti gli strumenti mi sembrano meglio amalgamati e quasi indistinguibili
4) disco in cui Kazu attinge la piena classicità di squittitrice
S: io invece ho idea che in questo album realizzi finalmente l'importanza di Simone. Non credi sia lui a definire i cambiamenti tra un disco e l'altro?
A: non saprei, credo sia difficile definire i ruoli in una musica tanto coesa
S: a me sembra che siano le cose di sua competenza, i campionamenti, il basso, la batteria, a trasformare di volta in volta i pezzi. Ma poi che intendi per classicità?
A: beh, mi sembra abbia stemperato tutte le punte aggressive di avantgarde homeless girl. Mi sembra più matura, posata, dosata, magari scopa meglio.
S: ma a me non dispiacevano, anzi. Un pezzo come "Equus" è una delle poche cose che mancano a questo disco
A: neppure a me dispiacevano, ma magari oggi non sono più funzionali. Questi pezzi sono compatti e di una fluenza totale. Ad esempio: hai presente nel pezzo "Sw" quando manco te ne accorgi ed entra dentro tutta la banda che traccia quella melodia incredibilmente Beatles? Entra e regala al pezzo assoluta, nitida classicità. Poi scompare subito e manco ti accorgi che c'è stato.
S: Ok, ti sfido a dire qual è il mio pezzo preferito dell'album e perché.
A: "Silently". Perché è il pezzo più collegiale. Più da educanda col gonnellino blu a pieghette.
S: grazie, l'ho messa in cima alla playlist sul sito. "Silently" è il pezzo che più si sporca le mani, e quello che spezza davvero con tutto ciò che sapevamo dei BR
A: sì, te l'appoggio, che tanto sembriamo già gay. Però io non vorrei mai andassero totalmente in quella direzione pattesca e blogghistica.
S: infatti secondo me tu, come altri, sottovaluti i riferimenti bassi dei BR. Che sono bassi davvero, eh. Anche più "bassi" di Battisti.
A: a che riferimenti bassi ti riferisci?
S: il pop commerciale degli anni 70, gli Abba, persino l'AOR ammerigano. Gioco pericoloso: infatti "Top ranking" non riesce altrettanto bene, ed è l'altro pezzo debole del disco.
A: credo che la cosa di cui più occorra prender atto è che con questo disco i BR stiano andando nella direzione di trovare un punto mediano fra il loro enorme talento e la diffondibilità
S: diffondibilità?
A: beh, questi pezzi sono dannatamente più radiofonici: se non fossero sostenuti da un grande talento compositivo sarebbero pappetta impacchettata per teenagers
S: aspetta, questo lo hanno già fatto con Melody; non è quello il più "diffondibile" dei loro dischi?
A: forse nelle intenzioni, non pienamente negli esiti.
S: certo, ma l'intenzione conta più delle correzioni, no? Perché Misery e 23 questo sono: delle correzioni di Melody. Che poi ottengano comunque esiti straordinari è un'altra questione.
A: rispetto a Melody, 23 manca totalmente dei vecchi BR, che lì c'erano ancora. Mi riferisco ai BR di "In an expression". I pezzi cantati da Amedeo si sono più sciolti, liofilizzati, kazuati, mancano di lame e chitarre: il pezzo che più ci va vicino qui è "Spring and by Summer fall", ma è già tutt'altra cosa: è la metamorfosi pop di "Futurism vs passeism"
S: Sì, E ormai i BR hanno un loro linguaggio "pop" che hanno definito a partire da Melody. E' per quello che "23" sembra più esplicito, ma lo è nei termini della loro discografia più che in valore assoluto. Se fai attenzione alla sequenza melody-misery-23 un percorso lo si vede: si va verso la rarefazione e la semplificazione. Per questo fatico a considerare 23 un punto di arrivo.
A: in Melody c'erano pezzi pop come "In particular" e "This is not" tutti synth e moine e c'erano pezzi aguzzi e ancora impregnati di noise come "Mother". In Misery i due poli si avvicinano, ed in "23" diventano tutto centro.
S: ma il noise in Melody era essenzialmente decorativo…
A: in "Mother" non di certo..
S: :..infatti è diventato presto superfluo. Rispondi: dei tre il migliore?
A: ti dirò.Melody aveva forse i pezzi migliori, "23" è il più omogeneo. Ma Misery mi sembra il loro disco migliore.
S: Ok, abbiamo detto che questo album non supera il precedente, il che in genere dichiara la morte di una band
A: sì, ma inferiore di poco e i BR sono i BR.
S: Ma concorderai che quanto ad importanza, e quindi "storicamente", Melody è insuperabile. E' l'album che dobbiamo amare di più.
A: non l'amerò più di Misery.
S: devi
A: non ce la faccio
S: sei astoricizzante! Quando hai sentito Melody era così bello che non riuscivi a stare fermo, non potevi crederci. Era come essere innamorati. A Misery si credeva senza fatica:
A: e dunque in "23" ci si droga e si va ai party per vincere la noia.
S: a proposito di noia, verrà fuori qualcosa di decente da questa chat? No, vero?
A: ah ah, vabbè dai, provo a renderla leggibile senza snaturare le cose senza senso che hai detto.
S: fammi sembrare quello spiritoso. Tu puoi fare quello figo.
A: ok, dirò esattamente la verità.
S: (ma quell'arrangiamento di Sw viene davvero da George Martin, eh!?)
A: Ah, ho una bozza del prossimo singolo di Humpty Dumpty, vuoi sentirla?
S: Uh, ma che ore sono?


 
 

Misery is a Butterfly
(4AD, 2004)

 
 

Dopo i consensi pressoché unanimi riscossi da "Melody of Certain Damaged Lemons" erano in molti a scommettere che i Blonde Redhead fossero pronti per le sfilate di moda. La loro risposta è "Misery is a Butterfly", ennesimo gradino di un percorso che conosce pochi eguali nell'ambito specializzato della musica indipendente. La base di partenza è ovviamente quella di "Lemons", il cui successo non ha lasciato indifferenti i tre, e compaiono a sopresa (ma non troppo, lo avevano annunciato da tempo) tastiere e campioni, archi e sovrastrutture impensabili solo ai tempi di "Fake can be just as good". Ciò che ne risulta è la definitiva trasmutazione delle dissonanze in melodia, delle chitarre in pop: il compimento di quel percorso che dai Sonic Youth si è gradualmente spostato verso l'Europa, man mano che cresceva in Kazu e Amedeo la fascinazione per la musica francese ed italiana. E "Misery" non si limita a tagliare questo traguardo: colora il mondo Blonde Redhead di una tristezza enigmatica che si fa sottilissima, persino tagliente sulle corde vocali di Kazu, compressa sino quasi ad esplodere e poi dissipata dai contributi cantati da Amedeo, in un consueto lavoro di accumulo e rilascio che libera emotività a dispetto del proverbiale distacco dei suoi autori.

"Misery" è destinato a dividere ancor più del suo (inarrivabile) predecessore, forse perché è più intimanente fragile; non conta più sull'effetto sorpresa ma prende atto della realtà: i Blonde Redhead non vogliono più nascondere la matrice melodica dei loro brani, che erutta elegante dalle note in strutture di profonda malinconia, incapaci di trovare sfogo in un classico refrain e per questo ancor più dolenti. La ritmica si è appiattita (Simone è occupato altrimenti, essendo l'artefice primo delle sonorità di questo disco), le chitarre sono più distanti. L'accento è sui testi, sulle melodie e sugli accordi, sulla voce appuntita e più efficace che mai di Kazu e su quella specie di falsetto di Amedeo, così tenero che lo abbracceresti. Non a caso i quattro poli attorno ai quali ruota il disco vedono alternarsi le voci dei due cantanti: "Elephant Woman" che ha in sé il germe del cambiamento: gli archi, la struttura cinematica, l'inseguimento di un melodismo statico, accentuato vieppiù dalla voce fredda di Kazu. "Doll Is Mine", che sarebbe il proseguimento di "Loved despite of great faults" se la presenza delle sovrastrutture d'archi non fosse così imponente da soffocare tutto il resto, limitato in pratica alle sole percussioni. "Magic Mountain", pop minimale con accentuati spigoli melodici, le chitarre che si assottigliano per far spazio alla ancor più affilata prova vocale di Kazu. E "Falling Man", il trionfo di Amedeo, pop song sull'orlo delle chitarre che le danno spinta e la richiamano indietro.

Non tutto può vantare la stessa efficacia: per lunghi tratti (da "Anticipation" a "Melody") l'album si perde in una scrittura meno asciutta, più aleatoria e sincera ma decisamente meno a fuoco rispetto al dovuto. E se c'è qualcosa alla quale il trio non sfugge nemmeno con "Misery" è il senso di costruzione (non artificiosità, che è un'altra cosa) sotteso a tutti i loro album, quel distacco calcolato suggerito sin dai loro sguardi che non li ha mai abbandonati. Ma in questo disco almeno ci provano: e se ci permettete, il pezzo che meglio simboleggia "Misery" è "Pink Love", esempio di pop "classico" a due voci, di sicuro non il brano migliore del disco ma il suo compimento ultimo per eleganza ed ambizioni formali, per quella distensione che annuncia che i Blonde Redhead sono cresciuti, anzi invecchiati, e che non sempre questa è una brutta cosa.
E allora: non credete che "Misery" sia il capolavoro dei BR, che i tre siano ormai bolliti, che si siano conformati al suono 4AD, che questo sia un album di dream-pop: sono faccende senza alcuna rilevanza, e per la maggior parte non vere. Ciò che importa è che siamo davanti ad una band con pochi emuli nel panorama odierno, capace di trasformare e di rendere sua la cangiante materia alla quale si applica. Tutti i fantasmi di questo disco, tutti i dazi dovuti, sono trasfigurati dalla lente di Amedeo, Simone e Kazu: e ne escono smagriti, con lo sguardo perso e distante. Non è cosa da poco.

Salvatore