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Nel 1994 Miles Kurosky e Bill Swan lavorano nello stesso ufficio a San Francisco e nonostante si detestino condividono una segreta passione per il pop. E' quanto basta per dar vita ai Beulah, ce esordiscono con un singolo nel 1997, giusto in tempo per entrare a far parte del gruppo Elephant 6. E' per questa etichetta che esce il primo album/EP, "Handsome Western States". I due, attorniati da un gruppo più o meno variabile di musicisti, cerca però di distanzarsi dal sound delle altre band E6: il secondo album, "When your heartstring breaks", vede la luce su Sugar Free e si avvale di una intera sezione di orchestrali. Per gli album successivi i Beulah passano su Velocette, sino a che "Yoko", del 2003, rompe definitivamente i ponti con il passato con un suono molto più fosco. E Miles e Bill dicono di continuare a non sopportarsi.

 

 

 
 

Discografia:

Handsome western states (Elephant 6, 1997)
When your heartstring breaks (Suger Free, 1999)
The coast is never clear (Velocette, 2001)
Yoko (Velocette, 2003)

Sito ufficiale:
www.beulahmania.com

 
 

 

 
 

Yoko
(Velocette, 2003)

 
 

Bill Swan è un uomo di parola. Quando lo intervistammo poco dopo la pubblicazione di "The Coast is never clear" ci confessò di essere stufo dei paragoni ai Beach Boys e degli aggettivi ("sixties", "zuccherini" e il famigerato "canzoni baciate da sole") comunemente associati ai Beulah e annunciò che la band avrebbe preso misure drastiche per scrollarseli di dosso.
Detto, fatto: "Yoko" (del titolo parleremo dopo) è un album post-Beulah, che procede in direzione opposta rispetto ai lavori che lo hanno preceduto: il gruppo ha selezionato i propri accordi più ombrosi, ha diminuito la concentrazione di fiati, ha licenziato gli orchestrali e tolto la spina ai campionatori chiamati a sostituirli. Con tanti saluti al sunshine pop, i Beulah diventano una band adulta, più simile ai Flaming Lips che agli High Llamas.
La prima novità di Yoko è la qualità del suono: tutto è più denso e pieno, la leggerezza di "Gene Autry" scambiata con un impressionante accumulo di strumenti che ha l'effetto di dare al disco una grande potenza - sonora ed emotiva - pareggiando lo spessore dei testi più raggelanti mai partoriti da Kurosky. Beh, lungi da noi il voler dire ai Beulah come devono essere i loro album, ma delle indiepop stars come loro non dovrebbero mica farle queste cose: è come se un supereroe dei fumetti cercasse di uscire dalla pagina e darvi un pugno sul naso. Urge una spiegazione.
Cosa è successo allora? Presto detto: "Stavo con questa ragazza da due anni e mezzo" raccolta Miles "e abbiamo rotto proprio durante le registrazioni del disco", ovvero sei mesi rinchiusi negli studi Tiny Telephone di San Francisco. E come se non bastasse altri tre membri della band hanno divorziato nel corso dello stesso periodo di tempo. Fanno quattro separazioni su sei, non roba da poco (e nemmeno roba da pop). Come biasimarli se adesso dicono che era ora di crescere?

Kurowsky si leva subito di dosso la sua ultima storia, aprendo il disco con la coppia "A Man Like Me" e "Landslide Baby", due canzoni che avrebbe potuto scrivere (per la frustrazione del caso) il suo consulente matrimoniale. Lui: "prova a buttare via i tuoi giorni con un uomo come me", Lei: "sei spaventato e debole e non te ne frega un c***o di me". Gli avvocati divorzisti festeggiano, ma l'album cade in una sorta di depressione dalla quale non si riprende più. Sparito il contrasto tra le limpide melodie e l'asprezza dei testi, rimangono solo i secondi, accompagnati dall'odore malinconico del nuovo suono Beulah, che occasionalmente torna a lambire le armonie del passato ("Hovering", "Fooled with the wrong guy") ma tenendosi ben alla larga dai festoni.
Dunque non sorprendetevi se la prima reazione a "Yoko" sarà di rifiuto. Come già i Delgados di "Hate", i Beulah hanno inciso un album volutamente sgradevole, e ci sono riusciti talmente bene che due ascolti consecutivi rischiano di essere già troppi. Ma come accade in casi simili, dall'amarezza spuntano fiori tenerissimi ("Don't forget to breathe"), che crescono piano e in silenzio e dei quali vi accorgerete solo quando l'estate sarà finita.
E il titolo, allora? Qualcuno dice che sia solo l'acronimo dell'ottava traccia, "You're Only King Once", qualcun altro ricorda che il nome verrà per sempre associato con il concetto di "donna che fa sciogliere una band". Fortuna che i Beulah non sembrano avere questa intenzione. Meglio aspettarli ad un album più sereno per valutare l'importanza della svolta, e intanto centellinare le dosi di "Yoko".

Salvatore


 
 

The coast is never clear
(Velocette, 2001)

 
 

L'Elephant Six, collettivo indie-pop dedito a sonorità sixties tinte di psichedelia, sta caratterizzando nel bene e nel male buona parte della scena indipendente USA: nel bene perché si tratta di proposte in larga parte valide ed ispirate; nel male perché l'omologazione di certe scelte sonore comincia a farsi sentire, e le strumentazioni vintage non fanno che accrescere le similitudini tra un gruppo e l'altro. Apprendo dunque con sollievo che Miles Kurosky, ex disoccupato e membro a tempo pieno dei Beulah, rifiuta il rifugio offerto dalla sigla E6 dichiarando il suo interesse a sviluppare musica in ambiti più complessi e composti del recupero del suono sixties.
E viene spontaneo credergli: il secondo album dell'ensemble di San Francisco, "When your heartstring break" (1999) era un gioiellino di pop sopraffino, che ha richiamato una serie infinita di paragoni, da quelli inevitabili (i sixties californiani) a quelli più improbabili (Weezer e Pavement), rendendoli di fatto inafferrabili; e le frequentazioni musicali dei loro recenti tour (con band diversissime quali Wilco, Guided by Voices, Gomez, Superchunk...) dimostrano la volontà di porsi al fuori delle aspettative del pubblico o dalle facili soluzioni musicali.
Dicono poi le cronache che i due leader del gruppo, Swan e Kurosky, si odino cordialmente: di sicuro se esiste tensione creativa tra i due non traspare dalle perfette armonie che animano questo disco, che rimpiazza gli orchestrali con tastiere e campionamenti senza perdere in efficacia e mantiene un suono molto rifinito nonostante un budget non proprio sontuoso. Melodie scintillanti, cori da Summer of Love, archi e fiati come se piovesse: i Beulah sono una gioiosa macchina ad energia solare, recuperano il gusto del pop perduto tra le ansie della modernità e sembrano arrivare giusto in tempo per restituire il buonumore smarrito con la fine dell'estate. Sarà difficile per quest'anno trovare una canzone pop più perfetta di "Popular Mechanic For Lovers", degli archi più soavi di quelli sentiti in "A Good Man is Easy To Kill", delle angosce mascherate più efficacemente che nella soave "I'll be your Lampshade", che fa il paio con lo swing depresso di "What will you do when your suntan fades?"
Decisamente non vivono di ambiguità, i Beulah. Un gioiellino da mettere insieme ai Call and Response nello scaffale più esposto al sole.

Salvatore