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Nel 1994 Miles Kurosky e
Bill Swan lavorano nello stesso ufficio a San Francisco e
nonostante si detestino condividono una segreta passione per
il pop. E' quanto basta per dar vita ai Beulah, ce esordiscono
con un singolo nel 1997, giusto in tempo per entrare a far
parte del gruppo Elephant 6. E' per questa etichetta che esce
il primo album/EP, "Handsome Western States". I due, attorniati
da un gruppo più o meno variabile di musicisti, cerca però
di distanzarsi dal sound delle altre band E6: il secondo album,
"When your heartstring breaks", vede la luce su Sugar Free
e si avvale di una intera sezione di orchestrali. Per gli
album successivi i Beulah passano su Velocette, sino a che
"Yoko", del 2003, rompe definitivamente i ponti con il passato
con un suono molto più fosco. E Miles e Bill dicono di continuare
a non sopportarsi.
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Bill Swan è un uomo di parola.
Quando lo intervistammo
poco dopo la pubblicazione di "The Coast is never clear" ci confessò
di essere stufo dei paragoni ai Beach Boys e degli aggettivi ("sixties",
"zuccherini" e il famigerato "canzoni baciate da sole") comunemente
associati ai Beulah e annunciò che la band avrebbe preso misure
drastiche per scrollarseli di dosso.
Detto, fatto: "Yoko" (del titolo parleremo dopo) è un album post-Beulah,
che procede in direzione opposta rispetto ai lavori che lo hanno
preceduto: il gruppo ha selezionato i propri accordi più ombrosi,
ha diminuito la concentrazione di fiati, ha licenziato gli orchestrali
e tolto la spina ai campionatori chiamati a sostituirli. Con tanti
saluti al sunshine pop, i Beulah diventano una band adulta, più
simile ai Flaming Lips che agli High Llamas.
La prima novità di Yoko è la qualità del suono: tutto è più denso
e pieno, la leggerezza di "Gene Autry" scambiata con un impressionante
accumulo di strumenti che ha l'effetto di dare al disco una grande
potenza - sonora ed emotiva - pareggiando lo spessore dei testi
più raggelanti mai partoriti da Kurosky. Beh, lungi da noi il voler
dire ai Beulah come devono essere i loro album, ma delle indiepop
stars come loro non dovrebbero mica farle queste cose: è come se
un supereroe dei fumetti cercasse di uscire dalla pagina e darvi
un pugno sul naso. Urge una spiegazione.
Cosa è successo allora? Presto detto: "Stavo con questa ragazza
da due anni e mezzo" raccolta Miles "e abbiamo rotto proprio durante
le registrazioni del disco", ovvero sei mesi rinchiusi negli
studi Tiny Telephone di San Francisco. E come se non bastasse altri
tre membri della band hanno divorziato nel corso dello stesso periodo
di tempo. Fanno quattro separazioni su sei, non roba da poco (e
nemmeno roba da pop). Come biasimarli se adesso dicono che era ora
di crescere?
Kurowsky si leva subito di dosso la sua ultima storia, aprendo il
disco con la coppia "A Man Like Me" e "Landslide Baby", due canzoni
che avrebbe potuto scrivere (per la frustrazione del caso) il suo
consulente matrimoniale. Lui: "prova a buttare via i tuoi giorni
con un uomo come me", Lei: "sei spaventato e debole e non
te ne frega un c***o di me". Gli avvocati divorzisti festeggiano,
ma l'album cade in una sorta di depressione dalla quale non si riprende
più. Sparito il contrasto tra le limpide melodie e l'asprezza dei
testi, rimangono solo i secondi, accompagnati dall'odore malinconico
del nuovo suono Beulah, che occasionalmente torna a lambire le armonie
del passato ("Hovering", "Fooled with the wrong guy") ma tenendosi
ben alla larga dai festoni.
Dunque non sorprendetevi se la prima reazione a "Yoko" sarà di rifiuto.
Come già i Delgados di "Hate", i Beulah hanno inciso un album volutamente
sgradevole, e ci sono riusciti talmente bene che due ascolti
consecutivi rischiano di essere già troppi. Ma come accade in casi
simili, dall'amarezza spuntano fiori tenerissimi ("Don't forget
to breathe"), che crescono piano e in silenzio e dei quali
vi accorgerete solo quando l'estate sarà finita.
E il titolo, allora? Qualcuno dice che sia solo l'acronimo dell'ottava
traccia, "You're Only King Once", qualcun altro ricorda che il nome
verrà per sempre associato con il concetto di "donna che fa sciogliere
una band". Fortuna che i Beulah non sembrano avere questa intenzione.
Meglio aspettarli ad un album più sereno per valutare l'importanza
della svolta, e intanto centellinare le dosi di "Yoko".
Salvatore
L'Elephant Six, collettivo indie-pop
dedito a sonorità sixties tinte di psichedelia, sta caratterizzando
nel bene e nel male buona parte della scena indipendente USA: nel
bene perché si tratta di proposte in larga parte valide ed ispirate;
nel male perché l'omologazione di certe scelte sonore comincia a
farsi sentire, e le strumentazioni vintage non fanno che accrescere
le similitudini tra un gruppo e l'altro. Apprendo dunque con sollievo
che Miles Kurosky, ex disoccupato e membro a tempo pieno dei Beulah,
rifiuta il rifugio offerto dalla sigla E6 dichiarando il suo interesse
a sviluppare musica in ambiti più complessi e composti del recupero
del suono sixties.
E viene spontaneo credergli: il secondo album dell'ensemble di San
Francisco, "When your heartstring break" (1999) era un gioiellino
di pop sopraffino, che ha richiamato una serie infinita di paragoni,
da quelli inevitabili (i sixties californiani) a quelli più improbabili
(Weezer e Pavement), rendendoli di fatto inafferrabili; e le frequentazioni
musicali dei loro recenti tour (con band diversissime quali Wilco,
Guided by Voices, Gomez, Superchunk...) dimostrano la volontà di
porsi al fuori delle aspettative del pubblico o dalle facili soluzioni
musicali.
Dicono poi le cronache che i due leader del gruppo, Swan e Kurosky,
si odino cordialmente: di sicuro se esiste tensione creativa tra
i due non traspare dalle perfette armonie che animano questo disco,
che rimpiazza gli orchestrali con tastiere e campionamenti senza
perdere in efficacia e mantiene un suono molto rifinito nonostante
un budget non proprio sontuoso. Melodie scintillanti, cori da Summer
of Love, archi e fiati come se piovesse: i Beulah sono una gioiosa
macchina ad energia solare, recuperano il gusto del pop perduto
tra le ansie della modernità e sembrano arrivare giusto in tempo
per restituire il buonumore smarrito con la fine dell'estate. Sarà
difficile per quest'anno trovare una canzone pop più perfetta di
"Popular Mechanic For Lovers", degli archi più soavi di
quelli sentiti in "A Good Man is Easy To Kill", delle
angosce mascherate più efficacemente che nella soave "I'll
be your Lampshade", che fa il paio con lo swing depresso di
"What will you do when your suntan fades?"
Decisamente non vivono di ambiguità, i Beulah. Un gioiellino da
mettere insieme ai Call
and Response nello scaffale più esposto al sole.
Salvatore
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