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Olandesi di Amsterdam, i
Bettie Serveert son attivi dai primi anni 90, e seppur non
baciati dalla fortuna commerciale di certi altri loro colleghi
diventano, già dal notevole album d'esordio "Palomine" beniamini
delle college-radio, mantenendo il culto nel corso di 5 album
di indierock più o meno ispirato e variamente accolto dalla
critica.
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Ah, il millenovecentonovantadue.
Saltate pure la recensione se il ricordo di quell'anno non vi soffia
dentro qualcosa di relativamente bello. E no, non mi riferisco solo
al fatto ch'eravamo tutti dannatamente più giovani. Per chi non
è stanco di pappine ricorderò: i Nirvana avevano donato al mondo
il tormentone di Nevermind già da un anno, e le prospettive dell'indie
avevano compiuto un'autentica capriola, con tanto di rotazione su
se stesse.
Guardare la vetta, per una media indieband, sembrava allora tanto
facile quanto improvvisamente alla portata. MTV non era ancora venefica
come siamo abituati a patirla di questi tempi e spargeva intorno
improbabili germi di creatività con l'aria di chi passi lì per caso.
A volerla buttare sul mitologico la frenesia durò il tempo che bastò
a Cobain per tornare nell'Utero col ben noto commiato.
Ma Palomine, ve lo ricordate, col suo pelouchino bianco su sfondo
arancio, con la sua estetica sintomatica dell'era fai da te, con
la sua freschezza stiracchiata, la goffaggine caracollante di chitarre
preponderanti? E beh, sì, lei, la rossa Carol Van Dijk, discretamente
figa e sculettante in mezzo a quelle fisionomie desuete di ipervitaminosi?
Il disco l'avevo, non ricordo bene quanto mi piacesse, però lo ascoltavo,
specie perché lo avevo comprato. Me lo chiedo ora: perché lo comprai?
Ci sono cose della propria vita che s'iniziano a pensare post factum.
Prima compri il disco, e poi vivi come se l'avessi sempre avuto.
Era scritto che dovessi prenderlo, ben prima che la mano del fato
lo piazzasse avanti avanti sullo scaffale delle novità, col suo
cagnetto che ti viene incontro e ti fa bau bau. Magari che ne sono
di più belli nella stessa gabbietta, ma cribbio, quello ti è venuto
incontro.
Questa la mia storia fin qui con i Bettie Serveert.
Con la stessa quieta serendipità con cui Palomine venne a me, il
resto della loro produzione decise di occultarmisi. E questo valse
loro un'amnistia generalizzata.
Ma poi, ah, il duemilatre.
Chissà come sarebbe ascoltare Palomine oggi per la prima volta.
(Hey scherzo, non dico sul serio, ma mettiamolo per amore di retorica
e soprattutto di recensione:)
Io lo so! E' un po' come ascoltare, a distanza d'altri tre album
e undici anni, Log 22. Anzi senza un po'. E' ascoltare Log 22.
Magari saltando il pezzo che dura 7 minuti, per amor di Dio.
E ci ritrovo dentro tutto: l'energia, la svagatezza, quel pizzico
di ben dissimulata intalentuosità e persino sciattezza, a cominciare
dalla copertina insopportabilmente indie, passando per strofette
dolciastre e sussurrate che confluiscono metodicamente in climax
chitarristici all'ingrosso, e finendo con quella manierata assunzione
d'irresponsabilità che è la patina d'insostanziale con cui sono
tratteggiati anche gli episodi migliori (Wide eyed fools, Captain
of Maybe) e che potrebbe essere ugualmente definità umiltà.
Ora io non so se consigliarvelo questo disco. So bene che è quanto
vi aspettereste da me. Ma davvero, nella mia vita - vi dico - sono
i Bettie Serveert a cercare me, e non io loro. Io per me non ci
pensavo, ma ora c'è la baracca da mandare avanti e bisogna ascoltare
un po' tutto. E bisogna prenderla più facile.
Ecco allora, finiamo così: se ve la sentite di prenderla facile,
questo potrebbe essere un disco per voi. E' onesto a sufficienza
per sopportarlo.
Se invece avete il tempo contato e avete la propensione (nel tempo
residuo) a simposiare sul perché ( ) dei Sigur Ros sia inferiore
ad Ágætis Byrjun, beh, allora lasciate stare.
Ché io al culo ci tengo.
Alessandro
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