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Olandesi di Amsterdam, i Bettie Serveert son attivi dai primi anni 90, e seppur non baciati dalla fortuna commerciale di certi altri loro colleghi diventano, già dal notevole album d'esordio "Palomine" beniamini delle college-radio, mantenendo il culto nel corso di 5 album di indierock più o meno ispirato e variamente accolto dalla critica.

 

 

 
 

Discografia:

Palomine (Brinkman Records, 1992)
Lamprey (Brinkman Records, 1995)
Dust Bunnies (Brinkman Records, 1997)
Private Suit (Palomine, 2000)
Log 22 (Hidden Agenda, 2003)

Sito Ufficiale:
www.bettieserveert.com

 
 

 

 
 

Log 22
(Hidden Agenda, 2003)

 
 

Ah, il millenovecentonovantadue.
Saltate pure la recensione se il ricordo di quell'anno non vi soffia dentro qualcosa di relativamente bello. E no, non mi riferisco solo al fatto ch'eravamo tutti dannatamente più giovani. Per chi non è stanco di pappine ricorderò: i Nirvana avevano donato al mondo il tormentone di Nevermind già da un anno, e le prospettive dell'indie avevano compiuto un'autentica capriola, con tanto di rotazione su se stesse.
Guardare la vetta, per una media indieband, sembrava allora tanto facile quanto improvvisamente alla portata. MTV non era ancora venefica come siamo abituati a patirla di questi tempi e spargeva intorno improbabili germi di creatività con l'aria di chi passi lì per caso. A volerla buttare sul mitologico la frenesia durò il tempo che bastò a Cobain per tornare nell'Utero col ben noto commiato.
Ma Palomine, ve lo ricordate, col suo pelouchino bianco su sfondo arancio, con la sua estetica sintomatica dell'era fai da te, con la sua freschezza stiracchiata, la goffaggine caracollante di chitarre preponderanti? E beh, sì, lei, la rossa Carol Van Dijk, discretamente figa e sculettante in mezzo a quelle fisionomie desuete di ipervitaminosi?
Il disco l'avevo, non ricordo bene quanto mi piacesse, però lo ascoltavo, specie perché lo avevo comprato. Me lo chiedo ora: perché lo comprai?
Ci sono cose della propria vita che s'iniziano a pensare post factum. Prima compri il disco, e poi vivi come se l'avessi sempre avuto. Era scritto che dovessi prenderlo, ben prima che la mano del fato lo piazzasse avanti avanti sullo scaffale delle novità, col suo cagnetto che ti viene incontro e ti fa bau bau. Magari che ne sono di più belli nella stessa gabbietta, ma cribbio, quello ti è venuto incontro.
Questa la mia storia fin qui con i Bettie Serveert.
Con la stessa quieta serendipità con cui Palomine venne a me, il resto della loro produzione decise di occultarmisi. E questo valse loro un'amnistia generalizzata.
Ma poi, ah, il duemilatre.
Chissà come sarebbe ascoltare Palomine oggi per la prima volta. (Hey scherzo, non dico sul serio, ma mettiamolo per amore di retorica e soprattutto di recensione:)
Io lo so! E' un po' come ascoltare, a distanza d'altri tre album e undici anni, Log 22. Anzi senza un po'. E' ascoltare Log 22.
Magari saltando il pezzo che dura 7 minuti, per amor di Dio.
E ci ritrovo dentro tutto: l'energia, la svagatezza, quel pizzico di ben dissimulata intalentuosità e persino sciattezza, a cominciare dalla copertina insopportabilmente indie, passando per strofette dolciastre e sussurrate che confluiscono metodicamente in climax chitarristici all'ingrosso, e finendo con quella manierata assunzione d'irresponsabilità che è la patina d'insostanziale con cui sono tratteggiati anche gli episodi migliori (Wide eyed fools, Captain of Maybe) e che potrebbe essere ugualmente definità umiltà.
Ora io non so se consigliarvelo questo disco. So bene che è quanto vi aspettereste da me. Ma davvero, nella mia vita - vi dico - sono i Bettie Serveert a cercare me, e non io loro. Io per me non ci pensavo, ma ora c'è la baracca da mandare avanti e bisogna ascoltare un po' tutto. E bisogna prenderla più facile.

Ecco allora, finiamo così: se ve la sentite di prenderla facile, questo potrebbe essere un disco per voi. E' onesto a sufficienza per sopportarlo.
Se invece avete il tempo contato e avete la propensione (nel tempo residuo) a simposiare sul perché ( ) dei Sigur Ros sia inferiore ad Ágætis Byrjun, beh, allora lasciate stare.
Ché io al culo ci tengo.

Alessandro