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Ben Parker e Jason Hazeley sono autori di un pop austero e senza tempo. La maggior parte delle loro composizioni tratta di temi vasti ed essenziali come amore, relazioni, angoscia, gioia - in tutte le combinazioni possibili, con piglio e risultati assolutamente "classici". Dopo 4 ottimi lavori, l'ultimo "Goodbye" ci annuncia la loro separazione.

 

 

 
 

Discografia:

Emoticons (Go!Beat, 1999)
Hello (Polygram, 2001)
Ten songs about you (Go!Beat, 2001)
Goodbye (Setanta, 2003)

 
 

 

 
 

Goodbye
(Setanta, 2003)

 
 

Annunciatamente ultimo, "Goodbye" è il capitolo più pregiato della breve ma intensa collaborazione fra Ben Parker e Jason Haxeley. E' un disco che vi piacerà portarvi a casa e suonare e risuonare, perché possiede la soffice attrattiva del pop classico e la raffinata misuratezza d'un cantautorato folk - post/drakiano.
Ok, molti altri dischi potrebbero rispondere alla non particolarmente brillante descrizione ma - ok ancora - che ci fa? Fossimo tutti sulla stessa morbida nave che porta Ben e Jason, scivolante placida sul dorso del tempo.

Ben e Jason hanno classe, gusto, ed il giusto tocco per pennellare altre nove canzoni che son sufficienti un paio di ascolti per avere la certezza di avere sempre conosciuto. Eppure è un'opera che proviene da un'incertezza marcata, segnatamente quella di chi non ha più un contratto discografico. Lo direste?
E' così neghittoso il tempo che qui governa - gli episodi si succedono con tale serena sapienza, come un Jeff Buckley senza enfasi o eufemismi, come un Bill Ricchini più forbito e "rotondo".
Un tale spreco non poteva sfuggire all'attenta Setanta - rendiamo grazie. (Ma se tanta mi da tanta, sarà ricompensata, se non altro dalla Dea Provvidenziale della Qualità e del Motto Salace).

Morbida, ma non spettrale né insipida, penetra in punta di piedi e calze di lana nei nostri pomeriggi autunnali l'inquieta "Mr. America", tremolante di chitarre umorali intessute in livelli di Grazia; "A star in nobody's picture" ha il potente respiro della melodia felice e arrangiamenti forbiti senza affettazione; "Hollywood (the story of a domestic explosion)" procede per pianismi classicheggianti e archi languidi; la gioviale e haunting ballata per chitarra acustica "$10 miracle" si fissa bene nella sede del ricordo, con meritata semplicità, la stessa che accompagna l'ascolto dei fiati malinconici di "Orphans" e i soavi, dimessi accordi di piano di "Window in/window out".

Peccato, dunque. L'alchimia Ben/Jason dava frutti prelibati, più dolci di stagione in stagione - il terreno se ne arricchiva, ridonando all'armonia ecologica della loro arte.
Ora Ben inizierà la carriera solistica, Jason già lavora con Beth Gibbons e l'uomo rugginoso.
Ma intanto è d'uopo mettere in cassaforte quest'altro gioiello biodegradabile.

Alessandro