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L'immacolata e fragile musica
dei Beaumont è figlia del progetto incantatorio che fu Blueboy,
presso la Sarah records. Keith Girdler (voce) e Paul Stewart
(chitarra, basso, batteria, percussioni, tastiere) erano il
loro nucleo. Dopo tre dischi che è impossibile non amare (beh,
almeno i primi due) Girdler e Stewart formano il breve progetto
Arabesque e nel 2000 pubblicano sotto il moniker Beaumont
l'ottimo "This is". Fanno parte della band Lorraine Carrol
(voce), Dick Preece (tastiere), Leigh Saunders (tromba, tastiere),
e altri due ex-Blueboy - Martin Rose (batteria e percussioni)
e Cath Close (voce).
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La patata bollente infine è
toccata a me.
L'ho voluta, sapendo che la recensione sarebbe stato il luogo in
cui la mia opinione personale avrebbe preso forma. O almeno avrebbe
dovuto, per obbligo contrattuale.
Siete dunque informati: sebbene da un paio di mesi non faccia altro
che tornare su Tiara con l'occhio lubrico di chi voglia carpirne
l'anima, ora come allora l'impasse del giudizio è forte. Dovrò infine
arrendermi al fatto che questo disco preferisce essere ascoltato
piuttosto che farsi fare il contropelo?
Lo metti sù, ne sei gratificato, ti immergi nella stagione calda
con maggiore consapevolezza, comfort, etc, riesci persino a dimenticare
chi Paul Stewart e Keith Girdler siano, e vabbè, ovviamente anche
Cath Close, e poi - poi...
..."This is" ti torna alle orecchie.
Anche lui - badiamo - non sto dicendo Blueboy, ma "This is", primo
parto dei Beaumont, era un disco molto diverso. Ogni tanto si ascoltava
anche la voce di Keith. E non che guastasse. Ci piace(va?) la sua
insostenibile fragilità, il sottile filo di emozione che sa(peva?)
veicolare. (Chissà che fa in questo disco, se fa).
Certo, la voce di Cath è un'altra cosa. E' professionale, santodio,
perfetta, pulita, a volte (o dovrei dire sempre?) troppo.
Quando parte la magnifica "En pleurs" , che è un capolavoro di suono,
equilibrio fra le parti, esecuzione, e vocals - uno pensa ai Saint
Etienne, al loro aphex più stiloso, oppure chessò, alla levigatezza
dei Everything but the girl e via dicendo. NON ai Beaumont.
Ma aspettiamo la traccia seguente: "Glance Across The Room" - che
NON è Beaumont, ma Toquinho, Umiliani, e insomma metti una bossa
a cena. Brillante, ovviamente, ancora troppo. Un esercizio di stile,
perfetto, una di quelle musiche che s' assoldano le orchestrine
per sentire. A Paul piace suonare, è un polistrumentista - insomma
si diverte.
Ma? Ecco appunto, ma. Questa roba sta in un disco dei Beaumont.
Capisco anche meglio il successivo "Club class", che più lontano
dalle mie predilezioni in campo musicale, nondimento è un "pezzo",
dancey ed elettricamente bossanovato. Stile stile e ancora stile
ma niente anima, fluisce come un pomeriggio che prelude ad una tenera
notte fra le cabine del vostro lido.
Poi, subito dopo (o dovrei dire, nel frattempo) "Meantime" - un
pezzo classico: arpeggi di chitarra e violini, pianoforte. Toccante,
e ci vedo sotto Emanuelle Beart che corre sotto la pioggia, ma dove
va, dove la porta il taxi che ha preso tutta trafelata? In "Tiara"
dei Beaumont. Uhm. Chi l'ha scritta questa sceneggiatura?
Il disco continua alternando queste tipologie di pezzi, e lo fa
sempre meglio, alla perfezione. "Friends in flares" e il suo remix
in guisa di ghost track meritano la nostra approvazione. Ma in fondo
anche il resto, solo che.
Non esagero se confesso che ascoltare questo disco è un vero piacere.
Un piacere "ambientale" forse, e vincolato alla calura della bella
stagione.
Se non stravedessi per i Beaumont mi potrei accontentare, e viverci
sopra.
Ma so già che il 21 Settembre regalerò questo disco ad un amico
e tornerò a singhiozzare il mistero della vita sulle note di "This
is".
Alessandro
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