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Pop lo-fi, ritmi disco e tanta confusione: sono i Bearsuit, sestetto di Norwich che ha esordito nel 2001 con il singolo "Hey Charlie Hey Chuck" e da allora procamato "Pop band più adorabile d'Inghilterra" un po' da tutti - John Peel compreso - grazie anche ad una intensa attività live e alle divise da orsi indossate sul palco. Dopo diversi ottimi singoli, l'album per Fortuna POP! è uscito ad Aprile 2004. La formazione: Cerian Hamer (corno, tastiere, violino, percussioni), Lisa Horton (theremin, tastiere, fisarmonica e voce), Matt Hutchings (batteria), Matt Moss (basso), Jan Robertson (flauto, tastiere, chitarre, percussioni) e Iain Ross (chitarra, voce)..
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Difficile crederci,
ma è davvero possibile odiare i Bearsuit, liquidarne la schizofrenia
con un'alzata di spalle, definirli trascurabili, mediocri, incapaci.
D'altra parte il sestetto di Norwich non invita al dibattito: o
li si ama senza condizioni o li si detesta a prescindere, il che
rende superflue le argomentazioni. Che qui li si adori è persino
ovvio, ma esiste anche un'altra sponda: quelli.
Per chi si sentisse escluso dalla categorizzazione di cui sopra,
"Team Ping Pong" è imprescindibile bigino dell'arte dei Bearsuit,
la cui musica è specchio fedele della confusione emozionale che
ha dato le mosse alla band (chi sta con chi?) e della sua congenita
mancanza di scopo. Collage di singoli inconsapevolmente coeso, offre
accelerazioni improvvise e intrugli melodici, inserti di fiati che
fanno spazio ad irresistibili progressioni cacofoniche, assurdità
affastellate in modo da costruire pezzi di pop strabordante e inarrestabile.
Anti-anthems privi sinanche della benevola trappola della cuteness,
eppure ugualmente carinissimi, come dei Boyracer che avessero coltivato
un gusto esclusivo per le stranezze.
Se tutto nella loro musica sembra affidato al caso, Team Ping Pong
è la storia di una band trascinata (rovinata, direbbero quelli)
dall'entusiasmo, lo stesso che traspare senza filtro dai solchi
accrescendone indefinitamente il valore. Portati ad inseguire rumori
ed intuizioni, i Bearsuit incasinano i loro pezzi sino quasi al
collasso: anche quando partono con le migliori intenzioni (la quasi
timida ballatina indiepop "Stop what you're doing what you're doing
is wrong") piazzano una accelerazione illogica, una grattata di
chitarra che non c'entra niente, e simili deviazioni non fanno che
accrescere la stranezza di un disco asimmetrico, illogico, che afferma
più di ogni altra cosa la vitalità e le intenzioni dei Bearsuit.
Dice da dove arrivano, se non proprio dove vogliono andare.
Questa breve raccolta (nove pezzi) è al tempo stesso più scatenata
e più misurata di "Cat Spectacular", potendo contare su un insperato
equilibrio di follia e refrigerio, sparsi in singoli e lati B: partendo
dal candore da domenica mattina di "I Though You Said You Were Blind"
sino alla favolosa litigata pop-punk di "Chargr", i Bearsuit attraversano
tutti i loro umori, e mettendoli in fila enumerano - per una volta
- la loro stirpe: punk, innanzitutto; pop e Pixies, l'ingannevole
indolenza di Raincoats e Slits ("Busy Needles" è assurdamente metodica
nel ricostruire le anti-strutture sonore di Ari Up e compagne),
Ramones, Huggy Bear, C86, dub frullati nella furia claudicante di
"Hey Charlie Hey Chuck". Tutti gli ingredienti che fanno grandi
i Bearsuit, sommati alla loro imprescindibile follia.
E se vi capiterà di ascoltare questi nove pezzi e dire "beh, dove
sono le canzoni?" non è grave. A patto che non vi pesi essere uno
di quelli.
Salvatore
Avevamo pregustato meraviglie da un eventuale album dei Bearsuit quando "Cat Spectacular!" era solo un'ipotesi, e ora che è arrivato non veniamo certo smentiti. Però, però, questo disco è una bella gatta da pelare (perdonate il pessimo gioco di parole), specie perché ci obbliga a trovare una definizione calzante per la band. Non che non ce ne siano a sufficienza, anzi: offbeat, low-key, lo-fi, DIY, noisepop e un'altra decina di paroloni rigorosamente in inglese danzano davanti al monitor pronti ad essere afferrati. Ma per cominciare a offrire anche solo un'idea che prescinda dall'ascolto non c'è modo di non usarli tutti insieme. I Bearsuit sono un gruppo diagonale, una riga sulle convenzioni, una sfida ai confini dell'esperienza pop.
Gli stessi problemi deve averli avuti John Peel, che dal suo scranno in radio ha proclamato che "in un'epoca in cui tutto si assomiglia, i Bearsuit non assomigliano a nessuno". Beh, grazie. Vogliamo vedere di quante altre band l'ha detto?
A pensarci bene, quella sorta di anarchico minuetto pop di "Itsuko Got Married" è probabilmente la descrizione più adatta per questi cinque ragazzi di Norfolk, che vestono sul palco in costumi da orsacchiotti e riescono a reggere tre minuti di orchestra shoegaze con battimani punk e giri di valzer come fosse una canzone di Justin Timberlake. Adatta perché non spiega nulla, se non il modo in cui dal caos (banda di paese in anfetamine con chitarrista pazzo e benvenuto refrain finale che porta tutto a casa) può fiorire la bellezza. Lo stesso smarrimento che si sperimenta di fronte alla quasi totalità dei pezzi di questo pazzo album: "Welcome Bearsuit Spacehotel", sottotesto ingannatore nippo-shoegaze che invita a gustare tutto quanto fiorisce sotto al feedback (io ho riconosciuto violini, flauti, forse una fisarmonica, batterie elettroniche e non); "Tstm", una band in ostaggio di un dj pazzo armato di vocoder in una stazione della metro; "Rodent disco", il pezzo che il dj non passa mai anche se glielo chiedete per ore: disco mutante per oscilloscopi e orsi di peluche, ma con un piglio punk nemmeno nascosto e 30 secondi Nintendo sul finale.
Ecco, il bello dei Bearsuit è che sono definiti da ogni loro pezzo: ogni canzone di Cat Spectacular trasuda Bearsuitaggine, qualsiasi cosa sia: punk frizzantino, caldi organetti, due voci che litigano per il microfono, flautini e armonie in fiore. Le vere delizie cominciano da "Cookie oh Jesus", upbeat per fagotto, voci barcollanti e coretti, abbarbicata al suo caotico refrain, e non finiscono sino all'ultima traccia, ma se dovessi dire di quale canzone sia più probabile innamorarsi citerei "On Your Special Day" e "Diagonal Girl", che in fondo qui dentro sono i due pezzi più in orario, i più regolari nel rilasciare indolenza twee.
Ma sono solo io, e i miei tentativi di razionalizzare: alla fine è più semplice dire che "Cat Spectacular!" è un disco punk. Lo è per il nichilismo che lo pervade, per la piacevole sensazione di straniamento, di "tutto può succedere" che si affaccia su ogni nota.
Certo, c'è un dazio da pagare a questo allegro caos: ed è che ai primi ascolti non ci si capisce niente, letteralmente. Vi sorreggerà la fiducia, mentre gli darete altre chances e "Cat Spectacular!" continuerà a rimanere un oggetto misterioso, bello e scontroso, come la vostra ragazza quando ha le sue cose. Alla fine avrete due chance: accontentarsi di prenderlo com'è, rinunciando a penetrarlo (che tanto in quei giorni non ce n'è) oppure lasciare che vi sommerga completamente e vi porti via con se' nel gorgo del lavandino. Una cosa è certa: è un disco in anfibi e gonna corta, lo potete portare in discoteca o al concerto degli Exploited, farà comunque la sua figura.
E allora fate una pernacchia ai distributori italiani, lasciateli fermi a Franz Ferdinand e Veils, andate a farvi un giro al negozio Rough Trade (via RyanAir oppure online) e regalatevi "Cat Spectacular!". Non ne rimarrete delusi.
Salvatore
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