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Da
Firenze verso Roma con un grande amore per tanti generi diversi
(garage rock, bossanova, hard rock) e grande perizia nel fonderli.
Non amano promettere ma riescono a mantenere. Il
loro disco d'esordio è impeccabile. |
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Hanno
già omaggiato i lettori di indiepop.it della loro "Baracca's
avenue" i Bayan di Firenze e quindi già credo sappiate
che genere di suono siano in grado di secernere.
Ma una cosa è azzeccare un pezzo, una cosa azzeccarne tanti.
Altra ed ultima cosa ancora è azzeccare un intero lp.
Non sempre una raccolta di buoni pezzi fa un buon album perché
magari i pezzi son troppo omogenei o non sono in grado di mantenere
la tensione d'ascolto costante per la durata complessiva (perché
magari mancano di eterogeneità nell'omogeneità o di
omogeneità nell'eterogeneità: insomma come quando
in una coppia stiamo bene perché siamo simili e poi un
altro giorno stiamo male perché siamo troppo simili).
Ciò che senza tema di sbilanciamento posso dire dell'esordio
omonimo dei Bayan è che è
1) stilisticamente impeccabile
2) compositivamente sobrio ed elegante
3) registrato in maniera esemplare.
Si proceda analiticamente:
1) non è davvero da tutti maneggiare il pop/rock così
disinvoltamente per fonderlo con la bossanova ed il blues, immergendolo
in una soluzione non invasiva di psichedelia soft. Le tinte sono
piuttosto crepuscolari (loro definiscono il loro lp "cupo e
riflessivo"), niente di gridato. Piuttosto tutto qui prelude
ad una decadenza socialmente accettata e manierata quanto basta
per tirarne fuori una degna celebrazione della fine. Avete presente
le ultime cose (quelle più beatlesiane) dei Das Damen?
(No? Lo immaginavo, in ogni caso avrei aggiungo: se avessero saputo
suonare, perché i Das Damen erano brillantemente incolti).
2) non è davvero da tutti allineare 10 pezzi che ad ogni
pezzo dici "però! anche questo è buono. Non sarà
per caso qualche supergruppo nascosto sotto le spoglie di un gruppo
esordiente?" I calibratissimi jingle jangle, gli arpeggi,
gli accordi, i bicordi, i climax, i riacquietamenti: tutto
mescolato con un senso della misura raro e senza alcuna velleità
intellettuale. Alla fine tutto ciò è rock, anche più
che pop, ma sufficientemente pop per stare qui. Avrei detto che
è un disco sanguigno, ma è davvero troppo calibrato
e misurato per odorare troppo di sudore. E' rock d'atmosfera, art
rock ma senza strafare. Sia aggettivo ufficiale della recensione "gradevole" (ma senza scorrere come sottofondo).
3) Il suono esalta sempre le intenzioni dei musicisti. Non ci sono
grandi trucchi né niente che senza troppa fatica possa essere
riprodotto live dalla band. Suona live, e lambisce la perfezione.
Ovviamente il limite è intrinseco al valore.
Epperò non sarò io in questo caso a giudicare la mancanza
di ambizioni un limite di "Bayan".
Si può amare un genere, suonarlo alla perfezione senza voler
per forza affermare la dominanza della tradizione sulla ricerca.
Ci sono i semplici atti d'amore. Come quello della generazione eighties
che riproponeva con acume il garage rock dei sixties.
I Bayan ne hanno ascoltato tanto, di quello vecchio e di quello
meno vecchio. E anche la filologia ha il suo peso.
La vita è più semplice. E perché dovrebbe essere
diverso?
Alessandro
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