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Da Firenze verso Roma con un grande amore per tanti generi diversi (garage rock, bossanova, hard rock) e grande perizia nel fonderli. Non amano promettere ma riescono a mantenere. Il loro disco d'esordio è impeccabile.

 

 

 
 

Discografia:

Bayan (autoprodotto, 2006 )

Sito Ufficiale:
www.bayanmusic.org

 
 

 

 
 

Bayan
(Autoprodotto, 2006 )

 
 

Hanno già omaggiato i lettori di indiepop.it della loro "Baracca's avenue" i Bayan di Firenze e quindi già credo sappiate che genere di suono siano in grado di secernere.
Ma una cosa è azzeccare un pezzo, una cosa azzeccarne tanti. Altra ed ultima cosa ancora è azzeccare un intero lp.
Non sempre una raccolta di buoni pezzi fa un buon album perché magari i pezzi son troppo omogenei o non sono in grado di mantenere la tensione d'ascolto costante per la durata complessiva (perché magari mancano di eterogeneità nell'omogeneità o di omogeneità nell'eterogeneità: insomma come quando in una coppia stiamo bene perché siamo simili e poi un altro giorno stiamo male perché siamo troppo simili).

Ciò che senza tema di sbilanciamento posso dire dell'esordio omonimo dei Bayan è che è

1) stilisticamente impeccabile
2) compositivamente sobrio ed elegante
3) registrato in maniera esemplare.

Si proceda analiticamente:
1) non è davvero da tutti maneggiare il pop/rock così disinvoltamente per fonderlo con la bossanova ed il blues, immergendolo in una soluzione non invasiva di psichedelia soft. Le tinte sono piuttosto crepuscolari (loro definiscono il loro lp "cupo e riflessivo"), niente di gridato. Piuttosto tutto qui prelude ad una decadenza socialmente accettata e manierata quanto basta per tirarne fuori una degna celebrazione della fine. Avete presente le ultime cose (quelle più beatlesiane) dei Das Damen? (No? Lo immaginavo, in ogni caso avrei aggiungo: se avessero saputo suonare, perché i Das Damen erano brillantemente incolti).
2) non è davvero da tutti allineare 10 pezzi che ad ogni pezzo dici "però! anche questo è buono. Non sarà per caso qualche supergruppo nascosto sotto le spoglie di un gruppo esordiente?" I calibratissimi jingle jangle, gli arpeggi, gli accordi, i bicordi, i climax, i riacquietamenti: tutto mescolato con un senso della misura raro e senza alcuna velleità intellettuale. Alla fine tutto ciò è rock, anche più che pop, ma sufficientemente pop per stare qui. Avrei detto che è un disco sanguigno, ma è davvero troppo calibrato e misurato per odorare troppo di sudore. E' rock d'atmosfera, art rock ma senza strafare. Sia aggettivo ufficiale della recensione "gradevole" (ma senza scorrere come sottofondo).
3) Il suono esalta sempre le intenzioni dei musicisti. Non ci sono grandi trucchi né niente che senza troppa fatica possa essere riprodotto live dalla band. Suona live, e lambisce la perfezione.
Ovviamente il limite è intrinseco al valore.
Epperò non sarò io in questo caso a giudicare la mancanza di ambizioni un limite di "Bayan".
Si può amare un genere, suonarlo alla perfezione senza voler per forza affermare la dominanza della tradizione sulla ricerca.
Ci sono i semplici atti d'amore. Come quello della generazione eighties che riproponeva con acume il garage rock dei sixties. I Bayan ne hanno ascoltato tanto, di quello vecchio e di quello meno vecchio. E anche la filologia ha il suo peso.
La vita è più semplice. E perché dovrebbe essere diverso?

Alessandro