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Promulgatori moderni dell'antica tradizione space-rock del Michigan, gli Auburn Lull nascono a Lansing nel 1994 per opera di Jason Kolb (chitarre), Eli Wekenman (chitarre), Sean Heenan (chitarra, voce) e Jason Weisinger (batteria). Il loro suono etereo e pastorale, reminiscente del Brian Eno più "verde", li ha fatti spesso paragonare ai Mahogany, con i quali hanno collabirato in diverse occasioni. Il primo album degli Auburn Lull, "Alone I Admire", esce nel 1999 ed è prodotto proprio da Andrew Prinz dei Mahogany. "Cast From The Platform", il secondo album, esce nel 2004 per Darla Records, che nel 2002 aveva già ristampato "Alone I Admire".
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Ci sono dischi che son prevalentemente colori; eppur non è dir tutto.
I colori non sono solo patine epidermiche, sono ciò che essi stessi investono, travolgono e riempiono, sono gli elementi che prendono a prestito nel mentre da essi son cooptati.
Il sophomòr degli Auburn Lull è azzurro, in ogni tonalità, in ogni consistenza, ad ogni ascolto. Dà la sensazione che raggiungerebbe lo stadio di perfetta fusione con le orecchie a condizione di essere filtrato dagli scrosci di una cascata naturale, da cui fosse pure possibile intravedere la frastagliata leggerezza del cielo. Ogni suono ha qui la naturale consistenza dell'acqua in schizzo, del cielo increspato dal tenue lattigine di nuvole refrigeranti; le melodie sono richiami echeggianti di paradisi spersi nella lontananza di ricordi incerti; sembrano poter prendere forma in questa o quella suggestione passeggera, ma il passaggio è inarrestabile ed il percorso dalla primavera conduce all'autunno. Ed è quindi prevalentemente estate; qui è fissata la piattaforma da cui proviamo i nostri lanci pindarici.
Sono cronache di indeterminazione: sono canzoni le cui frequenze non possono giungerci se non vaporose d'etere estraneo: "direction & destination", quello che parmi essere il vertice di questa certosina sospensione prende abbrivio da venti diffratti d'altrimondi, poi è traversato da richiami di coreuti ancestrali ch'è respiro antropico in guisa di bagliore atmosferico, ed in ultimo il ritmo, riverberato, riconduce tutto nella spirale di un sogno che aspira come maelstrom onnipotente. Semplicemente divino.
Chi ha dimestichezza con il sogno, punti allo spazio: chi ha dimestichezza colle pietre piovute dallo spazio, le riscagli verso il centro onirico del proprio sostegno gravitazionale; dimentichi per unità di tempo la scabra superficialità dei corpi immaginabili, penetrandoli in direzione di un'esplosione di frattali magici.
"Cast from the platform" bissa le magie pinnacolari di "Alone I Admire", comprimendole in una unità di senso più identificabile ma non per questo meno vaga.
Vagare in queste vaghezze è l'unico proposito proponibile, l'unico desiderio volto allo sfondamento del reale in sogni vividamente suggestionabili: e se taluni episodi lambiscono meno in profondità la ghiandola che secerne le immagini, tutto l'insieme galleggia indefesso, componendosi armonicamente sull'alea di ascolti mai identici.
Son come le nuvole queste canzoni, aggettanti dall'azzurro onnipresente - prendono forme, poi le cambiano, e si fanno beffe dei nomi. Tutto ciò che in essi precipita è infingardo, falso, transeunte.
Come sinistro ticchettìo d'orologi troppo vicini.
Alessandro
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