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Vengono da Virginia Beach, ovvero la patria dei più grandi produttori e performers hip-hop, ma non sembrano curarsene: gli Astropop 3 sono una pop band impegnata nel difficile compito di coniugare i sixties inglesi al pop inglese degli anni 80 e a forti influenze indie-rock USA, dagli Husker Du ai Weezer, ibridando folk e pop, punk e rock. Sono guidati dal cantante e songwriter Dan Villanueva, accompagnato al basso da Keith Vanetta e alla batteria da Bill Mendoza, e con la voce di Angelique Everett. Nati nel 1995, gli Astropop 3 hanno fondato una propria etichetta, la Planting Seeds Records, che ne pubblica tutti i dischi.

 

 

 
 

Discografia:

Astropop 3 (Planting Seeds Records, 1998)
Eclipsing Binary Star (Planting Seeds Records, 2001)
Allies and Stepping Stones (Planting Seeds Records, 2004)

Sito Ufficiale:
www.astropop3.com

 
 

 

 
 

Allies and Stepping Stones
(Planting Seeds Records, 2004)

 
 

Pochi di noi sono interessati all'esatta collocazione geografica delle band: in genere ci accontentiamo di sapere che un gruppo è Americano o Inglese, e tanto ci basta. Non farà quindi molto effetto al lettore sapere che gli Astropop 3 vengono da Hampton Roads, Virginia, ma per Dan Villanueva e soci la cosa deve invece aver rivestito una certa importanza, dato che le stelle della scena cittadina si chiamano N.E.R.D., Missy Elliot e Timbaland. Provate voi a presentarvi ad un'etichetta, dire che venite da Hampton Roads e che suonate musica indiepop: è probabile che vi rideranno in faccia.
E sì che di fronte ad "Allies and Stepping Stones", terzo album della band in quasi dieci anni di attività, c'è poco da scherzare: l'influenza dei sixties londinesi così evidente nei primi due dischi è rimasta un ricordo, e i nuovi Astropop3 sembrano aver studiato a fondo sia lo shoegaze inglese che le sue imitazioni/ibridazioni americane. Lush, Husker Du, Velocity Girl, Ride gli autori della materia prima, qui rielaborata con gusto e capacità non comuni in forma di fuzz-pop: ci sono il muffled sound e la ritmica serrata di Bob Mould e Grant Hart (periodo Warehouse), la leggerissima vaghezza dei Lush di "Split", l'occupazione sonora di quell'indie-rock Americano evoluto dallo shoegaze negli anni 90 e poi assestatosi in corpose forme melodiche (sto volutamente cercando di evitare il termine "emo", nel caso non si fosse capito), ed altro ancora: una sorta di jukebox indie-pop-rock assemblato da una band che guarda con uguale interesse ai due lati dell'oceano e che opera una selezione personale e gradevolissima.
A conti fatti, il malinconico singolo "Anything" si è rivelato tanto bello quanto ingannatore: ha il cantato nasale e la gentilezza degli anni 80 inglesi, è poppy, leggera e delicata come una qualsiasi canzone Matinèe, ma è anche l'unico pezzo a poter essere definito semplicemente indiepop. Il resto è abbastanza un'altra musica, anzi tante altre musiche, a partire da "Forget Tomorrow", aggressivo numero pop-uptempo camuffato da strati di chitarre e da minimi ammiccamenti melodici, con una resa sonora ovattata che non ne limita la potenza. E' il segnale di partenza di un disco che muta ad ogni angolo: c'è il piglio punk di "Nothing Without You", lo shoegaze puro di "Fade on your own", con tutte le chitarre al loro posto e l'obbligatoria voce femminile (Angelique Everett), una improvvisa nenia ipnotica in crescendo soffocata dalle distorsioni ("Cubicles"), uno strumentale da spy movie con sottofondo di vento ("Spytek"), il pop abrasivo da NME facile e irresistibile di "Our Forgotten Yesterdays". Ascoltare per credere, gli Astropop3 riescono a tenere in miracoloso equilibrio tutto ciò, mantenento intatta la credibilità di ogni sfaccettatura del loro suono: tutto ciò che fanno lo fanno benissimo, sino al puro tweepop di "Bubble Gum Breakup" saltellante sulla voce di Angelique, la ciliegina sulla torta di un gran disco, il termine di paragone con il passato recente di una band cresciuta esponenzialmente in questi ultimi due anni.

Oggi gli Astropop 3 sarebbero una scommessa vinta, se qualcuno avesse puntato su di loro. Ma preferiamo credere che non sia ancora troppo tardi.

Salvatore