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Guidati dalla fragilissima
voce di Chris Healey, anche autore di tutti i pezzi, gli Arco
nascono ufficialmente nel 1998, anno di pubblicazione del
sette pollici "Longsighted". Musica per cuori infranti
e ad elevata concentrazione emotiva, che Healey mette in opera
insieme al fratelli gemello Nick (batteria) e a David Milligan
(basso). L'album d'esordio "Coming to Terms" è
del 2000.
Il nome Italiano del terzetto viene dal termine usato per
indicare agli orchestrali di utilizzare l'arco e non le dita
per pizzicare le corde.
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Ho un'amica che piange ogni
volta che guarda "Love Story". Anche quando guarda "Voglia di tenerezza",
ma non allo stesso modo, perché il fatto che Jack Nicholson alla
fine si metta con Meryl Streep la distrae un po' dal piangere. E
una volta sono capitato a casa sua mentre davano "I ponti di Madison
County", e il pavimento era ricoperto di fazzolettini di carta.
Tipo origami, ma bagnati.
Io piango (o mi mordo il labbro inferiore, che è come dire "vorrei
piangere, ma ci sono troppe persone qua intorno") quando ascolto
"Even if my mind can't tell you" dei Montgolfier Brothers. Perché
riempie la stanza di profondissima angoscia, e lascia le parole
a mordere l'aria, impotenti. E piango anche sulla scena madre di
"Segreti e Bugie" di Mike Leigh, al termine dello sfogo di Maurice,
perché non riesco a capire come si possa perdere la calma in maniera
così composta, ma posso sentire il tormento che ci sta dietro.
Ora, non vorrei avervi tratti in inganno: "Restraint" non è un disco
che fa piangere. Gli Arco non sono la Love Story dei gruppi pop,
non cantano le proprie miserie con voce rotta dall'emozione e nemmeno
cercano in alcun modo di opprimere i sensi o sfogare rabbie represse.
Scelgono però consapevolmente di dare una forte impronta emotiva
ai loro pezzi: maneggiano emozioni e le distillano in forma musicale,
aiutati da una malinconia da bruma inglese e da un'attitudine melodica
che ha del pornografico.
Gli Arco sarebbero i Coldplay della porta accanto, non si accanissero
in questo modo sui loro pezzi. Li spogliano di ogni vestito superfluo
e li lasciano seminudi nel buio quasi assoluto, ridotti a melodia
pura; sono crudeli sino a questo punto. Avessero scritto loro "In
my place" avrebbero tolto il riff, ridotto la batteria e messo lì
delle tastierine fioche, come luci che indicassero una pista d'atterraggio
nella nebbia, e poi se ne sarebbero andati dallo studio spegnendo
il riscaldamento.
Una scelta del genere si paga, e suppongo che sia per questo motivo
che in Gran Bretagna non è difficile trovare "Restraint" sugli scaffali
dell'usato, a nemmeno due mesi dalla sua uscita. Nulla a che vedere
con il suo intrinseco valore: semplicemente è un disco che asseconda
gli stati d'animo ma si guarda bene dal suggerirli. E non asseconda
*tutti* gli stati d'animo, ma a ben vedere soltanto uno. Sarebbe
del tutto inutile farne dono all'amica che si commuove davanti a
Love Story, ma non è detto che l'amico che piange su Segreti e Bugie
lo trovi di suo gradimento.
Ascoltatelo di notte, mentre una leggerissima sbornia vi stimola
speculazioni su quanto sia bello essere tristi ogni tanto, e vi
sembrerà il disco più bello del mondo. Sentitelo in auto, mentre
a 4 giorni da Natale vi affrettate a raggiungere il centro commerciale
che chiuderà tra 20 minuti inveendo contro i maledetti camionisti
non se ne possono stare a casa loro almeno oggi, e nemmeno vi accorgerete
della sua esistenza (non sto parlando di cose realmente successe,
facevo mere ipotesi).
Ma se questa è la sede per tirare fuori il meglio di un disco, allora
tanto di cappello agli Arco e alla loro formula gloomy, perché in
un anno povero di vere emozioni sanno regalarci sussulti veri. Potete
chiamarli slowcore, se avete endemico bisogno di definizioni, ma
nella loro musica la lentezza è funzionale tanto alla costruzione
emotiva dei pezzi quanto alla loro riuscita melodica, elemento irrinunciabile
di ogni pezzo di "Restraint".
Salvatore
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