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Gruppo di Melbourne allestito
da Sam Perry bassista, e Cameron Bird voce, chitarra e synt
conosciutisi a scuola negli anni ottanta.
Jamie Mildren è la chitarra e Kellie Sutherland voce, clarinetto
e synt, James Cecil batteria e Isobel Knowles fiati, a completare
il sestetto.
Iniziano a suonare assieme nell'inverno del 2000.
Quanto al nome, Cameron ricorda che venne fuori provando a
gridare alcune parole o frasi improvvisate, per vederne l'effetto...
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A
due anni esatti dall'esordio, Architecture in Helsinki tornano con
passi da gigante senza necessariamente valicare e compromettere
i limiti del proprio reame lillipuziano.
Ciò che spicca immediatamente di questa musica è il balzo in avanti
della forma, l'estro sfrenato per cui queste canzoni vengono concepite
e avvolte assieme, come assumono fogge impreviste.
Un processo di bizzarra de-normalizzazione in chiave teatrale e
architettonica, basata su continui collage di frammenti, sbalza
il corpo canzone senza sgualcire mai, giocando con l'attesa dell'ascoltatore
e raggirandola puntualmente.
Un sistema trasversale e schizoide, "benigno" e senza dubbio innovativo,
già avviato tempo fa, forse con più presunzione, da Fiery Furnaces
e il primo Cornelius di "Fantasma": la dimostrazione che ogni struttura
è contenuto-contenibile, potenzialmente in-finita, infinitamente
operabile e plasmabile
. Agendo al proprio interno i protagonisti coinvolgono, attenti
a non smarrire mai, di un'anima costitutiva, ciascun carattere distintivo
e peculiare.
L'effetto sorpresa fa dunque da padrone su "In Case We Die". Difficilmente
si sarebbe potuto fiutare un sì sconvolgente seguito per quel "Finger
Crossed", che fu esordio di culto del 2003, non tradito nel proprio
spirito "twee", bensì arricchito di suoni ed effetti saccheggiati
da ogni dove subcosciente, atti ad allungare o alterare.
Più che Helsinki o Melbourne, questi otto sono apolidi musico-architetti
anarco freak, di mente libera e ampio respiro, con fiori nei loro
cannoni.
Gran parte della sezione ritmica si presta a ogni sorta d'invenzione
casalinga: battiti di mani, di ciottoli, suoni di giocattoli, da
restituire al nipotino, una volta terminate le sessioni di registrazione.
A tutto ciò si aggiungono sensi folk (corde opportune, viola, banjo,
ma anche trombette) e cori gioiosi intorno (gli Stranger Danger/Danger
Stranger ecc...su "it's 5!"sono indimenticabili) la resa è straordinaria.
il primo brano "Nevereverdid" è sintomatico: nei suoi quattro minuti
accade di tutto, in appassionanti sequenze e continui cambiar di
peso e colore.
Temibili rintocchi di campane a morto, anziché processioni, aprono
inopinati e prodigiosi crescendo marziali (batteria, strumenti acustici
e tradizionali), passando per effettini, cincischi e quant'altro.
Vorticose comunioni di sensi, passaggi infantili euforici.
In questa chiave, le varie "It's 5!", "the cemetery", "Frenchy,
I'm Faking" e "Tiny Paintings" appaiono logiche successioni, quantunque
di "logico" o prevedibile sia lecito attendersi poco.
"Wishbone", poi offre, in caso di trapasso, il testamento più dolce
e gioioso disponibile: incipit d'organetto, seducente agrodolce
apparizione femminile, misto di cori tenore e bambinesco, archi
a suggello.
"Maybe You Can Owe Me" è poi fulgido commovente compromesso di ABBA
e Carly Simon; "Need to Shout" rilegge incrociando sfere di pop
'70 britannico più pregiato, da Caravan a 10cc.
Tirando le somme, questo sussultante "In Case We Die" degli australiani
Architecture in Helsinki verrà ricordato come uno dei più straordinari
e creativi album pop, e non solo, del 2005.
Fabio
Fingers Crossed é il debutto
di questi australiani alle prese con un pop minimale, flebile e
bisbigliato con l'inflessione languida e sensualmente cantilenante
della ragazza.
Le canzoni non superano i tre minuti e mezzo, eppure come altri
colleghi del Nuovissimo mondo (si pensi a Cat's Miaow e limitrofi)
anche Architecture in Helsinki riescono a coinvolgere nello spazio
ristretto, angusto, attraverso risvolti e vaghezze, impressioni,
trepidazioni.
La verità è che questo linguaggio di comunicazione "irrisolto",
fatto di dimensioni modeste, di preziose intimità strumentali e
di segreti passionali rivelati in fil di voce affratella moltissimi
abitanti e spiritelli delle lande pop del nuovo millennio.
A volte il tono riservato si contamina con un'elettronica primordiale
giocosa, appena accennata e in linea col resto, e ricorda qualcosa
dei Trembling Blue Stars. Altre volte (e per la maggior parte del
lavoro) si prediligono informali strumenti da camera e struggenti
armonie vocali (scissor paper back, fumble, the owls go, spring
2008), che accrescono con efficacia la lunghezza emozionale
e fanno di questo gruppo una mimesi infantile e disimpegnata della
Penguin Cafe Orchestra.
Un'operina davvero graziosa e suggestiva, tra avanguardia, pop e
gioco puro.
Fabio
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