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Gruppo di Melbourne allestito da Sam Perry bassista, e Cameron Bird voce, chitarra e synt conosciutisi a scuola negli anni ottanta.
Jamie Mildren è la chitarra e Kellie Sutherland voce, clarinetto e synt, James Cecil batteria e Isobel Knowles fiati, a completare il sestetto.
Iniziano a suonare assieme nell'inverno del 2000.
Quanto al nome, Cameron ricorda che venne fuori provando a gridare alcune parole o frasi improvvisate, per vederne l'effetto...

 

 

 
 

Discografia:

Fingers Crossed (Trifekta, 2003)
In Case We Die (Tailem Bend/Remote Control, 2005)

Sito Ufficiale:
www.architectureinhelsinki.com

 
 

 

 
 

In Case We Die
(Tailem Bend/Remote Control, 2005)

 
 

A due anni esatti dall'esordio, Architecture in Helsinki tornano con passi da gigante senza necessariamente valicare e compromettere i limiti del proprio reame lillipuziano.
Ciò che spicca immediatamente di questa musica è il balzo in avanti della forma, l'estro sfrenato per cui queste canzoni vengono concepite e avvolte assieme, come assumono fogge impreviste.
Un processo di bizzarra de-normalizzazione in chiave teatrale e architettonica, basata su continui collage di frammenti, sbalza il corpo canzone senza sgualcire mai, giocando con l'attesa dell'ascoltatore e raggirandola puntualmente.

Un sistema trasversale e schizoide, "benigno" e senza dubbio innovativo, già avviato tempo fa, forse con più presunzione, da Fiery Furnaces e il primo Cornelius di "Fantasma": la dimostrazione che ogni struttura è contenuto-contenibile, potenzialmente in-finita, infinitamente operabile e plasmabile
. Agendo al proprio interno i protagonisti coinvolgono, attenti a non smarrire mai, di un'anima costitutiva, ciascun carattere distintivo e peculiare.

L'effetto sorpresa fa dunque da padrone su "In Case We Die". Difficilmente si sarebbe potuto fiutare un sì sconvolgente seguito per quel "Finger Crossed", che fu esordio di culto del 2003, non tradito nel proprio spirito "twee", bensì arricchito di suoni ed effetti saccheggiati da ogni dove subcosciente, atti ad allungare o alterare.

Più che Helsinki o Melbourne, questi otto sono apolidi musico-architetti anarco freak, di mente libera e ampio respiro, con fiori nei loro cannoni.
Gran parte della sezione ritmica si presta a ogni sorta d'invenzione casalinga: battiti di mani, di ciottoli, suoni di giocattoli, da restituire al nipotino, una volta terminate le sessioni di registrazione. A tutto ciò si aggiungono sensi folk (corde opportune, viola, banjo, ma anche trombette) e cori gioiosi intorno (gli Stranger Danger/Danger Stranger ecc...su "it's 5!"sono indimenticabili) la resa è straordinaria.

il primo brano "Nevereverdid" è sintomatico: nei suoi quattro minuti accade di tutto, in appassionanti sequenze e continui cambiar di peso e colore.
Temibili rintocchi di campane a morto, anziché processioni, aprono inopinati e prodigiosi crescendo marziali (batteria, strumenti acustici e tradizionali), passando per effettini, cincischi e quant'altro. Vorticose comunioni di sensi, passaggi infantili euforici.
In questa chiave, le varie "It's 5!", "the cemetery", "Frenchy, I'm Faking" e "Tiny Paintings" appaiono logiche successioni, quantunque di "logico" o prevedibile sia lecito attendersi poco.
"Wishbone", poi offre, in caso di trapasso, il testamento più dolce e gioioso disponibile: incipit d'organetto, seducente agrodolce apparizione femminile, misto di cori tenore e bambinesco, archi a suggello.

"Maybe You Can Owe Me" è poi fulgido commovente compromesso di ABBA e Carly Simon; "Need to Shout" rilegge incrociando sfere di pop '70 britannico più pregiato, da Caravan a 10cc.
Tirando le somme, questo sussultante "In Case We Die" degli australiani Architecture in Helsinki verrà ricordato come uno dei più straordinari e creativi album pop, e non solo, del 2005.

Fabio


 
 

Fingers Crossed
(Trifekta, 2003)

 
 

Fingers Crossed é il debutto di questi australiani alle prese con un pop minimale, flebile e bisbigliato con l'inflessione languida e sensualmente cantilenante della ragazza.
Le canzoni non superano i tre minuti e mezzo, eppure come altri colleghi del Nuovissimo mondo (si pensi a Cat's Miaow e limitrofi) anche Architecture in Helsinki riescono a coinvolgere nello spazio ristretto, angusto, attraverso risvolti e vaghezze, impressioni, trepidazioni.
La verità è che questo linguaggio di comunicazione "irrisolto", fatto di dimensioni modeste, di preziose intimità strumentali e di segreti passionali rivelati in fil di voce affratella moltissimi abitanti e spiritelli delle lande pop del nuovo millennio.
A volte il tono riservato si contamina con un'elettronica primordiale giocosa, appena accennata e in linea col resto, e ricorda qualcosa dei Trembling Blue Stars. Altre volte (e per la maggior parte del lavoro) si prediligono informali strumenti da camera e struggenti armonie vocali (scissor paper back, fumble, the owls go, spring 2008), che accrescono con efficacia la lunghezza emozionale e fanno di questo gruppo una mimesi infantile e disimpegnata della Penguin Cafe Orchestra.
Un'operina davvero graziosa e suggestiva, tra avanguardia, pop e gioco puro.

Fabio