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Gli A.M. vengono fondati nel 2002 da Michael Tighe, voce leader, chitarra e basso, e da Parker Kindred synt, batteria e voce aggiunta.
Completa il trio Andrew Wyatt chitarra basso e tastiere.
Dopo una rilevante carriera di strumentisti alle spalle, gli A.M. si mettono dunque in proprio, proponendo un pop rock glamour decadente ispirato a
tutta una serie di autori, tra cui Marc Bolan e Placebo.
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Gli A.M. qui al debutto discografico non sono esordienti veri e propri, vantando un background di session-man per autori come Jeff Buckley, The Mooney Suzuki e Grand Mal.
La proposta musicale specifica dell'omonimo album del trio qui in esame si discosta affatto dagli autori citati, incentrandosi preferibilmente su suoni glam-pop degli anni settanta, caratterizzati da arrangiamenti fastosi, strumenti a corda d'ogni tipo, corni, tastiere, e una performance vocale insinuante, istrionica ed efebica, costantemente sopra le righe.
Un modello saccheggiato in abbondanza, con difformi esiti, da parte di esponenti brit-pop durante lo scorso decennio; si pensi soprattutto a Suede e Placebo.
E'proprio a questi in particolare che Tighe e soci, a nostro avviso, si riferiscono.
Sia sul piano melodico (valga "changeling" da esempio), che sull'istrionismo "poseur" smargiasso, in forma di vocalismi in distorsione ("deep city diver") o squillanti e piacioni ("utopia", "spellbound", "chanay") che già distinsero Prince e Brett Anderson, per esser poi ripresi con ovvia autoironia dai
colleghi yankee Ween, Beck e Bobby Conn.
Se "if I was the sheriff" offre un ineccepibile grintoso pop-rock, e "there is a time" ha un buon riff di memoria beat, altrove le idee latitano un po': "isolation", "it's not for me" o "it's pouring".
Ciò induce a preferire situazioni più contemplative e malinconiche, segnatamente le acustiche, intime "transgression" e "colors are beginning to deepen". Quando Tighe attenua gli accenti,
lievita la qualità.
Per i fans dei suoni rock melodici modello di T-Rex e Bowie più dandy. Fabio
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