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Lee Gorton (voce), Ian Smith (chitarra), Matt McGeever (cello), Sam Morris (basso) e Sean Kelly (batteria) sono gli Alfie, giunti da Manchester alla fine degli anni 90 e salutati come la nuova grande promessa del pop inglese. Gorton afferma di aver formato la band come reazione al brit-pop e ai gruppi che imitavano pedissequamente gli Oasis e i primi EP, usciti per la Twisted Nerve grazie ai buoni uffici di Badly Drawn Boy, hanno messo in mostra la notevole vena acustica e melodica della band. E' seguito "If You Happy with You Need Do Nothing", esordio per Beggars XL, e poi una carriera in discesa, culminata con l'approdo alla Regal/Parlophone per "Do You Imagine Things?".

 

 

 
 

Discografia:

If You Happy With You Need Do Nothing (Twisted Nerve, 2001)
A Word in Your Ear (Twisted Nerve, 2002)
Do You Imagine Things? (Regal, 2003)
Crying at Teatime (Regal, 2005)

Sito Ufficiale:
www.alfie-uk.com/alfieville.html

 
 

 

 
 

Crying at Teatime
(Regal, 2005)

 
 

Piangere all'ora del tè. Anche se inconsapevoli di quanto stava per succedere - lo scioglimento del gruppo era già dietro l'angolo - gli Alfie non lasciano dubbi sulla caratterizzazione emotiva del loro terzo album, il secondo per una major. Ma le dichiarazioni d'intenti lasciano il tempo che trovano, a maggior ragione se provengono da una band che non è riuscita ad affermare una propria personalità dopo essersi ritrovata controvoglia fra i reduci del NAM (sta per New Acoustic Movement, ma se non ve lo ricordate siete giustificati), e infatti non si può dire che pasticcini e lacrime siano la discriminante di questo lavoro, né che esista un tema abbastanza (im)portante da sostenere tutte le 10 canzoni assemblate dalla band negli ultimi due anni.
Dal piccolo cabotaggio alle classifiche, gli Alfie hanno cercato una via per rendersi più attraenti ai loro datori di lavoro e al tempo stesso approfittare del budget aggiunto per raggiungere quei vertici sonori ai quali da tempo ambivano. E da un punto di vista tecnico e compositivo è come se il precedente "Do you Imagine things?" - caruccio ma assolutamente dimenticabile - sia stata solo una prova per arrivare a questo album ben più sostanzioso, che modella le melodie sostenendole con arrangiamenti strabordanti, persino spreconi.
Lungo queste direttrici gli Alfie trovano un singolone come "Your Own Religion" e gli costruiscono attorno un album convincente solo a tratti, pieno di luci ed ombre per quanto animato dalle migliori intenzioni. L'umore è da pioggia, da foglie ingiallite: mai troppo gaudioso né esplosivo, tiene in riga le esuberanze di chitarra con tempi rallentati e la voce malinconica del leader Lee Gorton, si adatta alla stagione e sì, a volte suggerisce effettivamente che nel tè del pomeriggio possa esserci qualche lacrima: "Look at you now" si accomoda morbida su arpeggi doorsiani raccolti alla fonte ed ha un refrain tanto sommesso quanto memorabile, le chitarre della title track potrebbero stare nel repertorio dei Cribs, ma riescono ad apparecchiare un coro e un refrain di tutto rispetto, e quanto a "Your Own Religion", c'è poco da aggiungere a quanto scritto il mese scorso, tranne che proprio non si riesce a toglierla dallo stereo, accordandosi alla perfezione al cielo di queste plumbee giornate ottobrine.

E poi? Poi l'abitudine ha il sopravvento, il vento asciuga le lacrime e gli Alfie ripetono e ripetono le felici intuizioni di questi tre pezzi con minor smalto; in particolare da metà album in poi ("all to heavy now" ne segna il limite) tutto passa senza lasciare traccia, ma ho idea che succederebbe la stessa cosa a tracklist invertita: non è colpa delle canzoni, capaci anzi di non scivolare nel citazionismo beachboysiano fine a se stesso ma preoccupate di fornire il giusto apporto di ciccia, quanto dell'eccessiva omogeneità di un suono che finisce per schiacciare il lavoro sul muro dei suoi primi tre pezzi.
I tentativi di evasione ci sono, ma troppo abbozzati: la colorata "Wizzo", sketch alla XTC/Dukes of Stratosphear, è divertente e poco più, mancandogli una seria struttura portante che la elevi al rango di canzone. Identiche considerazioni per la conclusiva "Kitsune", che rimanda ai tempi orchustici del primo Apple Venus con forza dimezzata.

Che si tratti di ingenuità o di supponenza, è un peccato che gli Alfie non siano riusciti a confezionare l'album che il loro rango avrebbe meritato. Come ha scritto Lee Gorton nel comunicare l'addio: eravamo sul punto di diventare la grande band che ho sempre pensato saremmo diventati. Che sia il loro epitaffio.

Salvatore


 
 

Do You Imagine Things?
(Regal, 2003)

 
 

Che gli Alfie fossero i salvatori del pop inglese è sempre stato piuttosto improbabile, indipendentemente da quanto veniva scritto oltremanica. Che ci volessero comunque provare sembrava scontato: dopotutto è per quello che la Regal/BMG aveva pagato. E tuttavia. Lee Gorton e soci hanno preso i soldi e anziché scappare li hanno investiti in studio, in suoni e strumenti d'epoca, in un primo e secondo violino; forse anche in una macchina del tempo. Non sono certo che si possa parlare a ragion veduta di strade personali in ambito indiepop, ma certo gli Alfie sembrano aver bruscamente lasciato la vecchia via, forse distratti da qualche fantasma di passaggio.
"Do You Imagine Things?" è un tuffo morbido nel passato, e probabilmente un passo necessario per una band che non ha mai fatto mistero di volersi misurare con i propri padri putativi. E se dobbiamo limitarci a valutare il risultato in relazione alle intenzioni, allora questo è un album riuscitissimo, ottimo nella rievocazione degli eroi degli Alfie a cavallo di due decenni.
Dei due singoli già sentiti, è "Stuntman" ad indicare la strada: i Beach Boys in gita negli anni 70, armonie vocali ed organetti ad accompagnare le chitarre elettriche. Musicalmente tutto rimane in questi paraggi: si addensano costruzioni alla Simon & Garfunkel in "Winding Road" con contorno d'archi gentili, "My Blood Shells like Thunderstorm" trasporta l'organizzazione vocale dei Free Design in un sogno pop moderno, "Isobel" è una lenta ballata per chitarra e corno che somiglia a "Knights in Shining Karma" degli XTC e per estensione ai Beatles dell'album bianco, e così via in un susseguirsi di citazioni più o meno colte dal quale spuntano persino i Pink Floyd. Anziché ammodernare i vecchi suoni, gli Alfie li ricreano in laboratorio, sperimentando in studio ogni tipo di soluzione vintage, con particolare attenzione al lavoro degli archi, sempre puntuale ed equilibrato.

Bello, rilassato e sussurrante, "Do You Imagine Things?" ha il solo torto di bruciare le tappe: pretende di confrontarsi con la classicità pop senza presentare adeguato curriculum e così capita che un certo senso di futilità si faccia strada tra le note, anche per colpa di un programma che non brilla certo in varietà. Giusto l'allegria di "Chop Chop" si distingue dal calderone sixties, dalle ballatone corali in stile Beatles/Beach Boys ("Indoor League") illuminate da chitarre pigre alla George Harrison ("Hey Mole"). Eppure, nonostante il vago senso di delusione che colgo in giro, gli Alfie sono da applaudire. Perché sono delicati senza essere ruffiani (a differenza di Travis e Coldplay), e perché l'unica cosa che manca al loro album è qualcosa che lo zavorri a terra. Ma a metter su peso si fa sempre in tempo.

Salvatore