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L'architetto Amy Linton, reduce dalla breve esperienza negli Henry's Dress (ispirati ai primi My Bloody Valentine), inaugura la sigla Aislers Set nel 1997 con l'intenzione di farne un progetto solista, ma presto la lineup si allarga sino a comprendere membri di altri onorevoli popbands della Bay Area, dai Poundsign# ai Fairways. Nonostante questo, gli Aislers Set sono un'espressione personalissima della Linton, che ha messo in mostra il suo notevole talento di compositrice in tre album di qualità crescente, ispirati tanto ai girl groups degli anni 60 quanto all'indie-pop degli eighties, tra Shirelles e Shop Assistants. Terrible Things Happen, The Last Match e How I Learned to Write Backwards raccontano piccole storie d'amore intrise di malinconia sotto un wall of sound di Spectoriana memoria. L'aperta ammirazione espressa nei loro confronti da gente come Belle & Sebastian, Stiphen Merrit e Amelia Fletcher fa degli Aislers Set una delle poche bands indiepop ad aver travalicato i confini della scena e ad avere ottenuto recensioni elogiative tanto da Pitchforkmedia quanto da Rolling Stone. Non male per un'architetto.

 

 

 
 

Discografia:

Terrible Things Happen (Slumberland, 1998)
The Last Match (Slumberland, 1999)
How I Learned To Write Backwards (Suicide Squeeze, 2003)

Sito Ufficiale:
www.aislersset.com/

 
 

 

 
 

How I Learned To Write Backwards
(Suicide Squeeze, 2003)

 
 

Un lungo fremito di solleticante bizarrìa.
Espongo il giudizio di questa recensione così, brutalmente, ché possa da subito evincersi che questo è un disco che fornisce vibrazioni tanto peculiari da poter - nelle tante suggestioni affioranti nella sua rigogliosa mezz'ora - passare per un disco senza referenti diretti.
Certo, la matrice twee è ostensibile. Ascoltate "Languor in the balcony", e fate attenzione a non scambiare il tutto per una vecchia cosa d'Amelia Fletcher con i Talulah Gosh.
Nonostante ciò, sembra che stia lì a ricordare il salto (che mi rifiuto di chiamare "quantico") intervenuto dall'ultimo (ottimo) "The last match".
Certo ancora, i philspectorismi sparsi throughout e in peculiar modo nella spiazzante opening track ("Catherine says") sono ormai patrimonio dell'umanità.
Però quest'umanità ha anche conosciuto il punk, e sta attraversando anni di babelica sovrapposizione di idiomi. Spector poi (forse però non c'entra) ha già speso il suo ultimo milione di dollari per evitare il carcere.
In ogni caso, "How I Learned to Write Backwards" è un grande disco. E pur ammettendo con candore di star scrivendo melodie a ritroso, proietta la nostra psiche in un gaudioso ed improbabile futuro di reciclaggio creativo.
Non è, ok, un disco che scansi ogni sospetto di inadempiuta perfettibilità: v'è ancora un margine d'ingenuità nell'impasto degli strumenti quando piombano tutti insieme a creare climax massimalisti. Di fatto la registrazione santamente lo-fi sembrerebbe penalizzare il dettaglio in favore della sarabanda complessiva. Inoltre il categorico riverbero applicato alla voce di Amy Linton non va uniformemente bene e alla lunga crea un'ipersensibilizzazione al prodotto.
Ma che importa: gli elementi positivi son parecchio soverchianti.
Vorrei cavarmele inserendo nella recensione molti sinonimi della parola "fascino", ma chissà perché, oggi ho questa tendenza ad anticipare i tempi e lo faccio quindi solo qui, affiancandola all'aggettivo "singolarissimo" e aprendo una parentesi che contenga almeno un titolo dell'opera ("emotional levy") - su cui poi sbrodolarmi un po'perché è strepitosa e inquietante; la voce riverberata copre tutto lo spazio accompagnata solo da percussioni e basso. Fossi David Lynch ci costruirei subito un film attorno.
Il singolo "Mission Bells" poi è una specie di California Dreaming post-atomica, retta da scampanellii di chitarre e sonnambulismi organistici che sfocia in un calderone di passatismo ladybugtransistoriano, con trombette, frizzi e lazzi.
"Sara's song"è desolazione di stanze vuote e abbandono condotta da contrabbasso depresso, avvolta nella sciamanica tristezza di fruscii tubolari (e se non focalizzate, vabbè, sappiate che è molto bella).
"Unfinished paintings" è un'esperienza, totale, di malinconia cosmica. Difficilmente quest'anno ho ascoltato un pezzo così toccante e al contempo gelidamente silenzioso. Potrebbe essere stato scritto da Mark Hollis per Laura Nyro, e da destra verso sinistra.
In ogni caso, come il disco tutto, riverbera per sempre.

Alessandro