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L'architetto Amy Linton, reduce dalla breve esperienza negli
Henry's Dress (ispirati ai primi My Bloody Valentine), inaugura
la sigla Aislers Set nel 1997 con l'intenzione di farne un
progetto solista, ma presto la lineup si allarga sino a comprendere
membri di altri onorevoli popbands della Bay Area, dai Poundsign#
ai Fairways. Nonostante questo, gli Aislers Set sono un'espressione
personalissima della Linton, che ha messo in mostra il suo
notevole talento di compositrice in tre album di qualità crescente,
ispirati tanto ai girl groups degli anni 60 quanto all'indie-pop
degli eighties, tra Shirelles e Shop Assistants. Terrible
Things Happen, The Last Match e How I Learned to Write Backwards
raccontano piccole storie d'amore intrise di malinconia sotto
un wall of sound di Spectoriana memoria. L'aperta ammirazione
espressa nei loro confronti da gente come Belle & Sebastian,
Stiphen Merrit e Amelia Fletcher fa degli Aislers Set una
delle poche bands indiepop ad aver travalicato i confini della
scena e ad avere ottenuto recensioni elogiative tanto da Pitchforkmedia
quanto da Rolling Stone. Non male per un'architetto.
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Un lungo fremito di solleticante
bizarrìa.
Espongo
il giudizio di questa recensione così, brutalmente, ché possa da
subito evincersi che questo è un disco che fornisce vibrazioni tanto
peculiari da poter - nelle tante suggestioni affioranti nella sua
rigogliosa mezz'ora - passare per un disco senza referenti diretti.
Certo, la matrice twee è ostensibile. Ascoltate "Languor
in the balcony", e fate attenzione a non scambiare il tutto per
una vecchia cosa d'Amelia Fletcher con i Talulah Gosh.
Nonostante ciò, sembra che stia lì a ricordare il salto (che mi
rifiuto di chiamare "quantico") intervenuto dall'ultimo (ottimo)
"The last match".
Certo ancora, i philspectorismi sparsi throughout e in peculiar
modo nella spiazzante opening track ("Catherine says") sono
ormai patrimonio dell'umanità.
Però quest'umanità ha anche conosciuto il punk, e sta attraversando
anni di babelica sovrapposizione di idiomi. Spector poi (forse però
non c'entra) ha già speso il suo ultimo milione di dollari per evitare
il carcere.
In ogni caso, "How I Learned to Write Backwards" è un grande disco.
E pur ammettendo con candore di star scrivendo melodie a ritroso,
proietta la nostra psiche in un gaudioso ed improbabile futuro di
reciclaggio creativo.
Non è, ok, un disco che scansi ogni sospetto di inadempiuta perfettibilità:
v'è ancora un margine d'ingenuità nell'impasto degli strumenti quando
piombano tutti insieme a creare climax massimalisti. Di fatto la
registrazione santamente lo-fi sembrerebbe penalizzare il
dettaglio in favore della sarabanda complessiva. Inoltre il categorico
riverbero applicato alla voce di Amy Linton non va uniformemente
bene e alla lunga crea un'ipersensibilizzazione al prodotto.
Ma che importa: gli elementi positivi son parecchio soverchianti.
Vorrei cavarmele inserendo nella recensione molti sinonimi della
parola "fascino", ma chissà perché, oggi ho questa tendenza ad anticipare
i tempi e lo faccio quindi solo qui, affiancandola all'aggettivo
"singolarissimo" e aprendo una parentesi che contenga almeno un
titolo dell'opera ("emotional levy") - su cui poi sbrodolarmi un
po'perché è strepitosa e inquietante; la voce riverberata copre
tutto lo spazio accompagnata solo da percussioni e basso. Fossi
David Lynch ci costruirei subito un film attorno.
Il singolo "Mission Bells" poi è una specie di California Dreaming
post-atomica, retta da scampanellii di chitarre e sonnambulismi
organistici che sfocia in un calderone di passatismo ladybugtransistoriano,
con trombette, frizzi e lazzi.
"Sara's song"è desolazione di stanze vuote e abbandono condotta
da contrabbasso depresso, avvolta nella sciamanica tristezza di
fruscii tubolari (e se non focalizzate, vabbè, sappiate che è molto
bella).
"Unfinished paintings" è un'esperienza, totale, di malinconia cosmica.
Difficilmente quest'anno ho ascoltato un pezzo così toccante e al
contempo gelidamente silenzioso. Potrebbe essere stato scritto da
Mark Hollis per Laura Nyro, e da destra verso sinistra.
In ogni caso, come il disco tutto, riverbera per sempre.
Alessandro
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