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Acid House Kings sono i fratelli
Johan (animatore di Club 8 e Poprace) e Niklas Angelgard (ex-Red
Sleeping Beauty), e la cantante Julia Lannerheim, che entra
nel gruppo nel 1998 prendendo parte a un paio di brani nel
secondo album.
Fondati nel 1991 assieme al dimissionario Joakim Ödlund (anche
in Poprace e Starlet) Acid House Kings debuttarono tramite
la teutonica label Marsh-marigold col singolo "play pop",
per poi trasferirsi in Shelflife.
Nel 2001 il gruppo organizza un proprio studio, il Summersound
Studios, e la propria etichetta Summersound, che un anno dopo
viene inglobata da Labrador. "Mondays..." esce nel
2002 per quest'ultima etichetta, e arriva anche in Italia
nel 2003.
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Qual è lo stato degli
Acid House Kings dopo dieci anni di attività e tre album a progetto?
Nessun segno di stanchezza, anzi una gran voglia di suonare sottolineata
dalla notevole prolificità (un altro singolo è in
dirittura d'arrivo), dal titolo di questo quarto album e dalla ironica
dichiarazione d'intenti che lo ha preceduto: "come se gli Smiths
suonassero pezzi Motown anni 60 arrangiati da Burt Bacharach con
il perfezionismo dei Kraftwerk". E ancora: "Showing untrendy
will be the new trend for 2005"; alla Labrador devono aver assunto
un nuovo copywrighter.
Perfettino "Sing along With" lo è, ma è anche disimpegnato quanto
un party in piscina verso il calar della sera, con gli invitati
in rigorosi abiti di lino. Più che alla Motown, Angengard e soci
(tornati ad essere un quartetto) guardano alle reliquie dei 60 disimpegnati,
alle canzonette gentili di acts minori e one hit wonders, gli Unit
4+2 di "Concrete and Clay" e i Keith di "98,6", e ne ottengono nuova
ispirazione e anche una gradevole leggerezza che evita loro la tentazione
di prendersi troppo sul serio nonostante una maniacale ostentazione
di perfezionismo.
V'è da dire che il gioco funziona a stento, osando avventurarsi
oltre il limite temporale riservato a simili manifestazioni melodiche:
non c'è dunque da stupirsi se questo album è nel complesso inferiore
all'EP che
lo ha preceduto, che del resto ne anticipava i due pezzi migliori
("Do what you wanna do" e "This heart is a stone"). Devono essersene
accorti anche i Re Acidi, che tentano di imporre all'album un godimento
dosato rallentando i ritmi e creando crepuscoli artificiali fra
le ridanciane armonie di "7 days" o "I write summer songs for no
reason": è la voce di Julia a farsi carico di questo peso con grazia
tutta femminile, sopportando al meglio il pop ombroso ed inglesizzato
di "London school of economics", cui pure manca un'idea forte di
canzone. Come se nel tentativo di bilanciare sera e giorno sia venuta
meno la sostanza.
Ci rimetterà lei, che nonostante una presenza più corposa (e più
gradita) rispetto al precedente "Sundays." si vede privata del materiale
migliore, affidato alla voce di Niklas: il pop folkeggiante di "I
write summer songs for no reason" e "will you love me in the morning",
e quello appena più indurito di "Wipe away those tears". Quanto
alla vagheggiata Motown, sta tutta negli archi di "Tonight is forever",
più Barry White che Ronettes, in realtà un confuso esercizietto
da balera moderna.
Sterile, piacevole in dosi misurate e solo a patto di non aspettarsi
troppo, "sing along with the Acid House kings" difetta sorprendentemente
in personalità, si adatta meglio ad ascolti distratti e poco esplorativi.
E' un disco di passaggio, verso più gratificanti ascolti estivi.
E io dico che si poteva fare di più, persino sulla distanza dell'album.
Salvatore
Acid House Kings è
un collettivo svedese che pubblica centellinando le proprie creazioni,
dunque solo se e quando è davvero soddisfatto del prodotto.
Anziché esibire un'idea, loro continuano a lavorarci sopra, la accudiscono,
la custodiscono preziosamente, la covano in modo che il tempo possa
intervenire ad influenzarla. Per poi magari disfarsene, e partire
da capo, per fare ancora meglio.
"Mondays Are Like Tuesdays And Tuesdays Are Like Wednesdays" é il
frutto più recente di questa metodologia certosina di comporre canzoni;
pubblicato nel 2002 e oggi rilanciato sul mercato italiano.
Con gli altri due va a comporre una sorta di trilogia in dieci anni
di esistenza del gruppo, tra '92 e 2002.
Come per gli altri si tratta di un lavoro assolutamente pregevole,
da ascoltare.
Una revisione stilistica del pop di diversi spazio e tempo,
che coinvolge e richiama l'elettronica anni 80, la grazia Sarah
Records e i lieviti Siesta (saranno le interferenze e i riverberi
di Red Sleeping Beauty). Niente di nuovo eppure questa musica
ha il gusto e il potere, ancora e sempre, di raccontare la vertigine
dell'emozione come fosse la prima volta.
Sarà anche il quadro, quel palcoscenico scandinavo che sempre s'ammanta
di uno spleen così individuale.
I climi turchini di "sunday morning", quei tasti di piano in apertura
cui fan seguito fiati alla Percy Faith, e la voce di Julia che irrompe
"you forgot your dreams".; i palpiti affettivi portati dalle
tastiere su "she keeps hoping" testimoniano altezze di sgargiante
sensibilità autoriale.
L'incipit di chitarra acustica di "brown and beige are my favorite
colours" provoca sottili fremiti e agitazioni, ed è bissato dalla
gentilissima modulazione del crooner.
La toy-orchestra su "Summer's on its way" possiede la stessa fulgida
filigrana dei connazionali Eggstone. "Swedish hearts" svela
nel proprio titolo l'inscindibilità con la propria terra d'origine,
di questo pindarico sentimentalismo rappreso.
Una mestizia dolce, tenue e inconsolabile va a permeare gli strumenti;
la voce rammenta di non ferire sentimenti della persona amata.
"Beautiful loser" (quell'intrecciarsi di voci, un'emozionalità senza
pelle) e "one two three four" (con l'idea geniale dello xilofono)
son tigli che propiziano gioie e tormenti, melodie memorabili nelle
proprie essenze pop.
"Say yes if you love me" offre un altro refrain irresistibile, l'ennesimo
di una raccolta di composizioni incantevoli.
Fabio
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