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The American Analog Set,
quartetto drone-pop da Austin, Texas, nato a metà degli
anni '90, formato dal cantante/chitarrista Andrew Kenny, la
tastierista Lisa Roschmann, il batterista Mark Smith e il
bassista Lee Gillespie. Dopo i primi 3 ottimi album su Emperor
Jones e i 2 successivi su Tiger Style, i texani, forti di
un pop-style inconfondibile, approdano alla tedesca Morr Music. |
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La band americana approda
con questo sesto lavoro alla berlinese Morr Music...che nel mentre,
zittazitta, sta cercando di orientare le sue produzioni su lande
sempre meno indietroniche (qui lo dico e qui lo nego). I Texani
in questione non si sforzano mai di levarsi sopra le righe; decidono
invece di contentarsi di galleggiare in quel limbo in cui l'orizzonte
d'attesa del fan medio AmAnSet non può che risultare (stancamente?)
appagato.
L'innata predisposizione della band alle atmosfere malinconicamente
dilatate e agli acoustic drones è ben accompagnata da una stilizzata
attitudine dreampop, che non fa altro che confermare ciò che i nostri
ci avevano proposto nelle precedenti puntate e che con "Set Free"
continuano a proporci...dell'ottimo slow-drone-pop...ma in definitiva,
niente di nuovo sotto il sole.
La sensazione è che non ci siano picchi emozionali clamorosi, quanto
invece un liquido dipanarsi tra atmosfere vaporose, calde e "spazzolate";
motivo per cui il disco non può che essere letto come un blocco
(o un concept, eufemisticamente ) difficilmente analizzabile nelle
sue minime parti (ovvero le singole canzoni).
La voce di Andrew Kenny (tra Yo La Tengo, Styrofoam e i Low più
acustici.anche se possiamo tranquillamente dire "alla American Analog
Set") è sempre lì a cesellare linee melodiche che annegano nei fluidi
arrangiamenti, ma è capace anche di farsi notare, soprattutto per
il sapiente e gustosissimo incastrarsi con tastiere, chitarre e
drones di varia natura (la squisita "Born On The Cusp" ne è esempio
lapalissiano).
Qualche richiamo alle sonorità della nuova casa madre c'è: si nota
nelle amalgame soffici e nelle dinamiche mai ingombranti e gentilissime,
così come nelle armonie, sorrette da pedali che si muovono tondi
modellando i cosiddetti "giri killer" (i giri sopra i quali tutto
sta bene, a men che non si vada fuor di tonalità) che tanto hanno
utilizzato le band di casa Morr (Lali Puna e Guther su tutti).
La (gradevole) sensazione che mi lascia è quella di un concerto
rock su di un fondo di una piscina, che si ascolta seduti su poltrone
beige con camicia a quadretti d'ordinanza, gettando sguardi furtivi
alla ragazza che somiglia a Suzanne Vega seduta accanto a te.
Non è un album da ballare, non è un album tappezzeria e neanche
un sottofondo per cenette twee. In realtà non mi è ancora chiaro
che cosa esso sia e probabilmente non mi interessa; fatto sta che
il disco ha girato senza tema in queste vacanze natalizie e questo
mi basta (o avanza??).
L'interrogativo finale che mi pongo è il seguente: hanno voluto
rischiare davvero poco seguendo la legge "disco che vince non si
cambia" o hanno davvero suonato su di un fondo di una piscina?
Matteo
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