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Sorrisi e lacrime
Breve excursus nella geografia in movimento perenne del giovane indiepop Svedese

EmmabodaAnche l'indiepop conosce le sue ere geologiche. Basta dare un'occhiata in giro, magari con un mappamondo e qualche bandierina a disposizione, per accorgersi della rivoluzione consumatasi sotto i nostri occhi: la scena pop inglese si è precocemente inaridita, lasciando a rappresentarla soltanto un manipolo di eroi della Vecchia Resistenza e i loro diretti discendenti, costretti ad arrabattarsi in mezzo a migliaia di gruppi di belle speranze. Quella USA è ancora viva e prospera nell'infinito serbatoio di bands dei college, ma alzi la mano chi riesce a capirci qualcosa. Nessuno stipendio al mondo è troppo alto per il tizio che fa il talent scout alla Darla.

Torniano al mappamondo e alle bandierine: usatele per localizzare i vostri dieci gruppi indiepop preferiti e diteci in quale zona del mondo abitano. Se le cose vanno come sospettiamo, metà delle bandierine starà in quella nazione allungata e penzolante con la scritta "Sverige": insomma, quella che tiene alto il nome dell'indiepop (e anche del black metal, ma quella è un'altra storia) nel mondo e che ne costituisce un serbatoio pressoché inesauribile.
Chi ricorda come è iniziata? Forse con la bella Nina Persson che con i fiori tra i capelli cantava "Sick and Tired" circondata dal grano, forse ancora prima, nell'età della pietra di fenomeni locali come Eggstone e Happydeadmen. O ancor più indietro, nella silenziosa penetrazione che il pop inglese di metà anni 80 ha operato in queste terre, dando vita a una webzine (Benno) il cui nome è ancora pronunciato con reverenza da coloro che sanno.
Sia come sia, oggi non si tratta - non più - di una scena subalterna a quella inglese: gli avvistamenti di gruppi Svedesi sono ormai comuni in terra d'Albione, spesso come headline di serate pop; bands come Concretes e Radio Dept. sono in grado di fare il tutto esaurito in qualsiasi locale di Londra, chiunque sarà pronto a giurare sull'inevitabile destino da star di Jens Lekman e se fino a poco tempo fa esisteva il problema della circolazione della musica in una scena che scoppiava senza trovare i necessari sbocchi discografici, la capillare diffusione offerta dalla rete ha annullato il dilemma anche per le realtà minori.

E allora è arrivato il momento anche per noi di fare i conti con la giovane Svezia.
Oddio, non che il momento sia arrivato adesso, ma negli ultimi mesi abbiamo sperimentato una nuova ed impressionante invasione di giovani artisti svedesi, in larga parte sconosciuti dalle nostre parti, che prendono il posto dei nomi affermati e delle band silenziosamente defunte (e ricordo qui enpassant i deliziosi e giovanissimi Florian, i cui diciott'anni avranno probabilmente portato cose più interessanti da fare che incidere l'agognato seguito di Florianopolis). Un'invasione troppo massiccia per essere ulteriormente trascurata.
D'altra parte la geografia del pop svedese cambia con velocità impressionante: se Labrador insiste nel dare una continuità alle proprie uscite (proprio in questi giorni vedono la luce i nuovi lavori di Wan Light e Sambassadeur), cercando di educare pubblico e gruppi alla persistenza, il resto della scena non sembra avere pietà per chi rimane indietro: band ed etichette nascono e muoiono con velocità impressionante, ed una fotografia statica è cosa praticamente impossibile, anche per chi cerca di tenersi faticosamente al passo come i siti It's a Trap! e Hello!Surprise! (quest'ultimo risorsa preziosissima interamente dedicata all'indiepop). Il sottobosco pop svedese è fermento continuo di idee, un inarrestabile avvicendarsi di giovani band che nutrono la scena di se' stesse. E se una critica si può muovere al tutto è in questa tendenza all'autocannibalizzazione, nella qualità usa-e-getta e nell'intercambiabilità di buona parte delle proposte, che pure non manca di far emergere il meglio.

Sarà poi il caso di mettere le cose in prospettiva, perché per quanto la microscena sia florida e amorevolmente nutrita dall'emittente radio nazionale con una trasmissione apposita (P3 Pop), i riscontri a livello mainstream continuano ad essere minimi, le tirature (quando esistono) limitatissime, la presenza live riservata ai festival di genere, ormai divenuti appuntamenti fissi ed immutabili. Quando la stampa internazionale parla di "swedish invasion" si riferisce a Hives e Soundtrack of Our Lives, non certo ai nostri beniamini. Alla scena indie restano piccoli spazi, come la citata P3 e indie.nu, radio via internet che consente ai visitatori di consigliare i pezzi da suonare caricandoli sul sito.

Ma a noi interessa forse il mainstream? Dato che un'analisi esauriente del pop svedese è comunque impossibile, in primis per la titanicità dell'impresa, sarà piuttosto il caso di concentrarsi sulla Svezia non emersa, vera linfa vitale dell'indiepop scandinavo nata negli spazi larghi della Rete. In queste maglie è finalmente possibile scorgere delle direttrici, ipotizzare connessioni nascoste, e persino cercare di tirare somme parziali.
Parliamo di giovani (e non) sensazioni, accomunate da un grande senso di libertà in musica, che consente loro di reinterpretare il passato e il presente con incoscienza e franchezza in gran parte sconosciute al pop inglese, il quale ama sovente circondarsi di un certo alone di mistero. I punti di riferimento sono ostentati sino quasi alla replica, ma resi con un'ingenuità che non ammette obiezioni. La creazione del suono avviene spesso con una strumentazione povera, il sound è esile e volutamente imperfetto, le registrazioni provvisorie. Un'immediatezza che permette di mirare dritto allo stomaco, tanto che la cosa più importante per tutte queste band sembra essere la stessa: poter registrare i pezzi in tempo reale, senza sottostare ai lunghi tempi di studi e produttori, e metterli immediatamente a disposizione di chi ascolta.
Altri ingredienti essenziali: l'alternanza scientifica di dolce ed amaro, di melodie solari e malinconie colte al crepuscolo che raggiunge lo stato dell'arte nei pezzi degli Hartmans; e poi la franchezza, la necessità di autoanalisi, la forte autoreferenzialità spesso trattata con feroce autoironia (senza sconfinare necessariamente nel miserabilismo Morrisseyano), che è elemento essenziale del pop scandinavo ed è direttamente correlato alla necessità di nascondersi dietro un alter ego musicale, dal Rocky Dennis di Jens Lekman all'Andypandy di Anders Lovgren.
E dunque entriamo dalla porta di servizio e facciamo la conoscenza di inguaribili sognatori (Andypandy), timidi innamorati della semplicità (Eisenhower), indiepopper autoreferenziali (Hartmans), e nostalgici (Friday Bridge). Con l'avvertenza di prendere tutto con le pinze: tanto mentre leggerete queste righe "provvisorie" arriveranno altre n+1 band a renderle già irrimediabilmente vecchie.

The Hartmans

Hanno un nome collettivo che parrebbe un omaggio alle più note family bands della storia, dai Carpenters agli Smiths, e invece è rubato a Kim Hartman, commentatore delle gare di biliardo su Eurosport ("siamo grandi fans", dicono, ma non sappiamo se credegli), e nel giro di quattro EP autoprodotti, pubblicati a scadenze regolari e con rigorosa programmazione sul sito www.thehartmans.tk hanno conquistato un posto al sole tra gli appassionati, per la loro instancabile celebrazione della scena indiepop (sin dai titoli delle canzoni: "Gimme indie" e "Pop Music") e una proposta musicale che deve molto al fascino delle voci intrecciate del terzetto. La voce profonda e tremolante di Jens e quella docile di Anna si sovrappongono in uno straniante effetto dolceamaro che di volta in volta è sovraimpresso a un inscalfibile muro di chitarre o ad accordi floreali e tastierine estive. Le intermittenti ispirazioni dai girl-groups (si ascolti "The first thing I was though when I was young" sull'EP Achtung) segnano la continuità con quei gruppi che nel passato (Shop Assistants, Flatmates) e nel presente (Pipettes, Diskettes) hanno le costruzioni di Phil Spector nel mirino. Non è un caso che il miglior esempio dell'arte degli Hartmans sia proprio "Gimme Indie", superba progressione melodica ricca di amore e disincanto che rende il pezzo autorealizzante: mentre si celebrano le virtù un genere musicale lo si interpreta in chiave ideale, purissima.
Anna, 23 anni e Jens, 25 anni, sono entrambi studenti, Johan (25 anni anche lui) diventerà uno chef. Vivono in una piccola città nel nord della Svezia (Östersund) ed esemplificano in molti aspetti questi nuova generazione di popsingers svedesi, tanto nell'autoreferenzialità quanto nella scelta di diffondere i propri pezzi via internet. Ma non c'è niente di dogmatico in questo: "le cose funzionano a meraviglia così, ma se qualche buona etichetta ci chiedesse di fare un disco molto probabilmente accetteremmo". E' piuttosto un problema di immediatezza, lo stesso che ha portato Lekman a decidere di pubblicare soltanto EP, ma condotto ad un ulteriore estremo: "ci piace suonare, e far sentire le nostre cose a quanta più gente possibile. Per questo incidiamo solo demo, così già dalla settimana successiva chiunque li può trovare in negozio, o sul nostro sito. Non so se avremmo la pazienza di aspettare mesi perché un disco venga registrato/mixato/masterizzato prima di poterlo fare ascoltare in giro. E poi, in quale altro modo avremmo potuto farci conoscere sino in Italia?".
Riguardo alla "scena", sostengono di essere un po' fuori dal giro; non suonano spesso dal vivo ("siamo troppo timidi per proporci") e non sono in contatto con altre band, anche se apprezzano gruppi locali come Sibiria, Vapnet, Brent Unkbelt, Lola Barbershop (segnatevi i nomi, non si sa mai).
Da queste parti li amiamo per un pezzo in particolare (la già citata "Gimme Indie") che è una sorta di manifesto programmatico, eppure c'è chi è riuscito a fraintendere: "qualcuno ha pensato che volessimo prendere in giro la scena, ma in realtà si trattava di un'ode, di un tributo." E di una dichiarazione di indipendenza: "Indiepop è quando fai musica con il cuore, senza che le etichette e i loro interessi commerciali ti respirino sul collo. E' semplicemente amore per la buona musica". Ammettono il loro nerdismo, e citano fra i preferiti i Vaselines e gli Eugenius di Eugene Kelly, Jesus & Mary Chain e Television Personalities, oltre a eroi svedesi come Heikki, Popsicle, The Legends. "Ci piace cantare delle cose che ci rendono allegri, come l'indiepop, ma anche di cose più tristi o serie". Il quinto EP è on the way.

www.thehartmans.tk


Anders Lovgren - Andypandy


L'alter ego di Anders Lovgren svela il background sociale di buona parte dell'indiepop svedese, intersecandosi a meraviglia con quel nerdismo che spesso lo contraddistingue: il nomignolo "andypandy" in Svezia è usato per indicare quei ragazzi che a scuola sono popolari, belli, spiritosi. A 10 anni avevo questa fantasia di essere "andypandy", il ragazzo più cool della scuola, che suonava nella migliore band della zona e che passava l'estate in riva al lago ad ubriacarsi con la sua ragazza Nicole, o qualcosa del genere. Ma nei miei anni di scuola sono stato sempre e solo Anders (che in Svezia è il nome più nerd che esista, superato solo da Ingemar, il mio secondo nome), quindi dopo aver registrato i due EP ho deciso di assumere finalmente il mio ruolo di Andypandy ufficiale. Sfortunatamente in questo momento ci sono un sacco di andypandy in giro per le scuole svedesi e ti assicuro che passeranno tutti delle estati meravigliose in riva al lago.
Esilarante, no? Ma ovviamente c'è un altro motivo: usare Andypandy è anche un modo per allontanarmi dai testi che interpreto, per sdrammatizzarli. C'è una linea sottile tra onestà e pretenziosità, e non voglio superarla.
Ascoltando i pezzi dei due EP "I was andypandy and all" e "Some cups of tea are very important", autoprodotti e immediatamente disponibili per il download sul sito di Lovgren, diremmo che il buon Anders non corre questo rischio, tanto più che i testi evidenziano la funzione prettamente ironica del moniker: l'aspirazione del nostro all'andypandysmo è continuamente frustrata, ed esposta con impetosa autoironia in "I Guess You Already Married A Japanese Banker Though", sogno di amore idealizzato e fugace al quale la memoria si aggrappa. Perché Andypandy è fondamentalmente una questione di desideri irrealizzati, per quanto le sue canzoni siano reali e presentissime: i testi di Lovgren sono irresistibili vignette di vita post-adolescenziale dipinte con lucidissima ironia: in "I won't Bring a Friend" spiega alla mamma che no, non porterà un'amica nemmeno a questo pranzo di Natale, e ditemi se si può essere più sinceri di così. Volevo esprimere sentimenti con i quali ho convissuto per molto tempo. Ho inciso e registrato gli EP in due settimane, insofferente verso l'inverno e il clima generale in Svezia (dal punto di vista meterologico e sociale), e quando ho finito non sono più riuscito a scrivere altre canzoni, quindi suppongo che questi due EP abbiano avuto un effetto prosciugante dal punto di vista emotivo. Ci ho messo tutto quello che avevo dentro.
Altro attestato di onestà, la dimensione acustica delle otto canzoni sin qui conosciute, spesso ancorate ad una estrema lentezza. Lui le definisce semplicemente "pop", ma non ha l'ambizione di credersi un musicista: ho suonato la batteria per 10 anni ma tutto quello che riesco a suonare sono semplici ritmi pop. Se mi metto d'impegno, riesco a fare del punk-rock moderatamente veloce. Indiepop nel midollo.
Cita Broder Daniel e Kent tra le sue maggiori influenze, rinoscendo loro un ruolo chiave per l'indie svedese. Mi hanno aperto un nuovo mondo. L'idea di provocare, esprimere emozioni, di poter suonare ciò che volevo senza seguire alcuna convenzione o compiacere il pubblico, era affascinante. Peccato che al tempo fossi troppo giovane, con i miei amici abbiamo messo in piedi diverse band, tutte orribili: avevamo solo 13 anni e la vocetta da bambini. Almeno ci provavamo. Ammette però di non essere mai stato un ascoltatore particolarmente consapevole, preferendo alla musica i videogames, altro sintomo ineludibile di nerdness: ascoltavo qualunque canzone mi capitasse all'orecchio, ma di certo ho passato più tempo a giocare a Monkey Island 1 che non ascoltando musica.
Riguardo all'anomala produzione musicale Svedese e al privilegio riservato all'autoreferenzialità, Anders ha le idee chiare ed è l'unico a fornirne una spiegazione complessa: c'è un forte aspetto culturale all'opera. La società svedese è arida, la Svezia è per definizione una nazione noiosa ed anonima, e collettivamente soffriamo di un complesso di inferiorità storico. Da tutto questo è nato un mood artistico che è difficile da localizzare: puoi trovarlo nei libri, nei film, nelle riviste, nella musica, anche negli spot pubblicitari. Il romanticismo e l'aria di fertilità che si trovano nella cultura francese, italiana, spagnola, qui non esistono e quindi l'arte deve assumere un tono autocosciente, persino ironico. Non c'è spazio per il sentimentalismo (inteso in senso positivo) o per l'aperto romanticismo nella nostra arte, perché da noi mancherebbero di credibilità. E' qualcosa che non esiste nella cultura svedese, e quindi ogni espressione d'arte capace di avere un qualche tipo di impatto è colorata da ironia o autoreferenzialità, per la cui espressione è fondamentale mischiare in parti uguali risate e lacrime. Per molti versi la Svezia è simile all'Inghilterra, e questa similitudine si estende alle espressioni artistiche dei due paesi.
La forza comunicativa e la lamentazione sottesa ai suoi testi lo avvicinano a Morrissey, e ricordando quello che ci disse Jens Lekman ("in Svezia i fans degli Smiths erano quelli con le ragazze più belle e i vestiti migliori"), gli chiediamo che ne pensa. Sono d'accordo con Lekman quando dice che il ruolo di Morrissey in Svezia è molto diverso da quanto ci si aspetterebbe. La generazione degli anni 80 qui da noi è disillusa ed emotivamente straniata, ma abbastanza felice di trovarsi in questa situazione. Morrissey e ciò che rappresentava hanno stimolato uno stile di vita che si adatta molto convenientemente al nostro clima sociale piuttosto che essere motivo di apprezzamento artistico, così che oggi c'è sicuramente una relazione tra l'avere una bella ragazza e l'essere un fan di Morrissey. Il fatto che l'anno scorso lui sia stato una presenza costante nelle charts Svedesi insieme a Kelly Osbourne e che abbia suonato ad un megafestival sponsorizzato dalle compagnie telefoniche riflette la situazione generale. La Svezia è un paese pieno di pretenziosi aspiranti poeti con troppo tempo libero. D'altra parte Moz ha avuto una forte influenza anche nei paesi latini, quindi chi può scagli la prima pietra.
Nonostante i due EP siano stati registrati in contemporanea, "Some cups of tea.." mostra più equilibrio, e persino un paio di pezzi veloci che fanno desiderare ardentemente uno sbocco commerciale alla musica di Anders. Oppure preferisce la dimensione acustica? Volevo registrare le canzoni molto in fretta, subito dopo averle scritte, e rederle più ruvide possibile. Ho messo lo spinotto nel mio laptop e le ho incise al volo. Credo che lo stile si adatti molto alla musica, e in un certo senso ne amplifica il risultato. Ma ho anche intenzione di registrare qualcosa di più elaborato e credo che un giorno, appena avrò qualcosa che merita la pubblicazione, lo farò.

www.andypandyworld.tk


Eisenhower

Di norma non siamo tipi da fare favoritismi, eppure per quel che ci riguarda Henrik Påhle, al secolo Eisenhower, è senza dubbio la perla più preziosa tra gli artisti svedesi ancora privi di contratto.
Data l'innocenza delle sue canzoni non era difficile immaginarselo imberbe diciottenne ma Henrik - nato nel 1963 a Sundsvall - non è esattamente un novellino del music business, che frequenta con esiti alterni sin dalla fine degli anni 70. E' anche uno dei pochi indiepoppers a guadagnarsi da vivere con la musica, dal momento che oltre a lavorare come insegnante al centro municipale di Halmstadt la sera fa il professore di musica in un istituto per disabili mentali, realizzando uno dei sogni di Morrissey (da "Frankly Mr. Shankly", ricordate?). La musica che esce da quei corsi a prima vista è molto diversa da quella di Eisenhower, ma se la ascolti meglio noterai delle somiglianze. Vado sempre alla ricerca della massima semplicità e purezza, qualche volta dell'ingenuità.
Sono proprio questi gli aspetti che ci hanno conquistato nella musica di Eisenhower, non tanto per quel pezzo pubblicato nella compilation Heavenly Pop Hits ("Black letter boxing"), che nonostante rimanga strepitoso è anche un po' più strutturato della media delle sue canzoni, ma per gli mp3 che ha postato con dedizione sul proprio sito web sin dal 2002 e che mostrano una visione paradisiaca della musica pop, legata a motivetti di assoluta semplicità che tuttavia sono in grado di resistere ad infiniti ascolti senza perdere un grammo di efficacia.
E sì che Halmstad non è esattamente il centro del mondo: praticamente la scena indie qui non esiste. Naturalmente sono al corrente di ciò che succede nel resto della Svezia ma non sono in contatto con alcuna realtà. L'unico riconoscimento che ho avuto negli scorsi mesi è stata l'inclusione nel sito Hello! Surprise! (una aggiornatissima guida alla scena indie Svedese), del quale sono molto grato. In Svezia abbiamo una lunga tradizione pop sin dagli anni 60. Non è difficile trovare uno studio per provare, reperire gli strumenti e riuscire a suonare qualche concerto in luoghi forniti dalle municipalità. L'inverno freddo e con poche ore di luce ci offre la possibilità di stare a lungo in casa a provare coi nostri strumenti, credo che questo abbia giocato un forte ruolo nella tradizione pop svedese.
Il nome Eisenhower è una risposta a Nixon, nomignolo scelto dall'amico Roger Gunnarsson per il suo progetto solista post Free Loan Investments. E la dimensione solista è quella preferita anche da Henrik: Dopo tanti anni passati a suonare in band che non andavano da nessuna parte ho deciso di provare a stare da solo per un po'. Formare una band, trovare altre persone con la giusta ambizione e capacità musicali è molto stancante. E quando ce l'hai fatta di solito la band si scioglie subito dopo, quando i membri si accorgono che l'attività non è gratificante sul breve periodo. Io e Roger abbiamo deciso di evitare tutto questo e concentrarci sull'unica cosa essenziale, la musica. E' un sollievo essersi liberato di lunghe sessioni in studio, di batteristi troppo rumorosi, di tutti i compromessi che essere parte di una band comporta. Faccio tutto da solo, canto, suono la chitarra, il basso, l'organo e il synth, programmo le percussioni eccetera, ma ho la libertà di fare tutto a modo mio.
Insuperabile per immediatezza, Henrik continua a ripetere di avere come primo obiettivo la semplicità, ma pezzi come "Can I look at you girl" mostrano la confidenza di chi la sa lunga e una grande familiarità con le regole della musica pop dagli anni 60 agli 80 e oltre. Solo la strumentazione, organizzata per poter registrare i pezzi il più rapidamente possibile, tradisce qualche limite amatoriale che si riflette però positivamente sulla musica, offrendogli una necessaria sponda di sincerità. Voglio che chi ascolta possa farsi un'impressione immediata della mia musica, e per questo ho la necessità di registrarla nel mio studio casalingo. Ho solo un registratore a otto piste, e niente altro. Ma posso mettere su nastro una canzone non appena si forma nella mia testa e questa per il momento è la cosa più importante.
Identico discorso per i testi, la cui autoreferenzialità - sempre concentrata sull'Eisenhower musicista e mai sul privato di Henrik - rimane su temi molto leggeri. Canzoni come "My name is Eisenhower" stanno lontano dall'autoanalisi così comune nella musica pop e propongono Henrik come una sorta di moderno cantastorie. Cerco di andare dritto al punto, non voglio cercare di suonare troppo furbo, voglio essere sincero e convincente. Per me è una sfida cantare cose come "Hello Baby I Love You" e farle sembrare sincere. Cantare di cioccolato e di ragazze è più gratificante che cantare della fine del mondo in una guerra nucleare, e voglio che i testi seguano il ritmo e il tono della musica.
Capacissimo anche sul terreno elettronico, specie quando riesce a buttare in gioco il synthpop di pezzi come "Tell me you love me", ha reinterpretato in questa chiave due canzoni dei Joy Division, che non sono esattamente il massimo dell'allegria: in realtà non sono un grande ammiratore dei Joy Division, ho solo pensato che sarebbe stato divertente prendere uno dei loro pezzi ed interpretarlo come se fosse una mia canzone. Il primo tentativo ("Disorder") è riuscito bene, il secondo ("She's Lost Control") molto meno, quindi mi fermerò qui. Non voglio diventare una specie di cover artist dei Joy Division.
Diventare una popstar non è facile, specie quando la vita ti distrae, ma Eisenhower sta cercando di mettere ordine nelle sue attività: la maggior parte degli mp3 è scomparsa dal sito e tutte le sue canzoni sono state raccolte in tre CD-R, ordinabili tramite Delicios Goldfish (non fatevi spaventare dal testo in svedese, scrivete loro una mail in inglese e chiedete di pagare con PayPal: vi verranno incontro con la massima cortesia), e Apple-Crumble distribuirà gli stessi dischi addirittura in Giappone.
E se le cose andranno per il verso giusto Henrik non esclude di lavorare di nuovo con una band: nonostante quello che ho detto prima, quando le cose funzionano bene lavorare con una band è il miglior modo di fare musica. Per ora, solo un consiglio: comprate i dischi di Eisenhower, sono eccezionali. Non potremmo essere più d'accordo.

hem.thalamus.nu/%7Ehnm002621

Friday Bridge

La sorpresa più bella della stagione è arrivata a noi per merito della sempre ottima Best Kept Secret, che ha pubblicato "the Lady Julie" di Friday Bridge, al secolo Ylva Lindbergh da Stoccolma. Ma sono cresciuta in una casa nella foresta, appena fuori da un piccolo villaggio, poco lontano da un villaggio più grande, non lontano da Uppsala. Sono materiale per le fiabe.
Appassionata francofila, Ylva ha confezionato un EP che omaggia le sue passioni musicali e stupisce per la spontaneità, l'incompromissione di un suono che pure non lascia margini all'immaginazione sulla sua provenienza. Lo yè-yè è il pop perfetto! confessa. E' melodico, è dolce, è piacevole, ha arrangiamenti complessi e quando vuole sa essere strano, Cos'altro si può chiedere?
Si può chiedere un EP come "The Lady Julie", nel quale la Friday Bridge girl con una strumentazione solo in apparenza semplice e con una voce che tramuta la presunta esilità nella sua maggior forza, ricrea un favoloso immaginario romantico che dei suoi ingredienti - sixties pop, yè-yè - rileva i lati migliori, lasciando le canzoni a dire solo l'essenziale di melodia (perfetta) e fragilità. Che il disco risulti così deliziosamente immediato nonostante la presenza di melodie complesse è di per se' un piccolo miracolo, reso probabilmente possibile dalla formazione classica di Ylva: ho studiato pianoforte e flauto, e le canzoni di Friday Bridge consistono di numerosi strati di voce/strumenti e melodia. Ma ho la passione per i vecchi suoni di sintetizzatore e per gli strumenti giocattolo, probabilmente a causa della loro originalità involontaria. Cercano di riprodurre il suono di un violino o qualcosa del genere e invece producono un suono che non assomiglia a niente altro.
Allo spettro opposto di Eisenhower, nel senso che il suo attento lavoro di ricerca è teso a ricostruire un'ambientazione coerente e credibile per le canzoni, Friday Bridge ottiene gli stessi meravigliosi risultati. Come una Isobel Campbell ad un piano superiore di consapevolezza, questa complessità indolore distanzia Friday Bridge dalla semplicità dell'indiepop odierno e la pone su un gradino più alto, quasi aristocratico. La registrazione su cassetta purtroppo non rende giustizia a questi sei pezzi, che si gioverebbero certo di una maggior pulizia sonora ma sono nondimeno preziosi, irraggiungibili in purezza e sincerità. E' forse un tentativo di escapismo? Sì, in parte è così che la vedo. Come vivere in un mondo parallelo, staccato dalla mondanità della vita di tutti i giorni. Ma è qualcosa che creo per me stessa più che per i potenziali ascoltatori, anche se il fatto stesso che io renda pubblici i miei pezzi rivela il desiderio di farli ascoltare alla gente. E' come se li invitassi ad entrare nel mondo di Friday Bridge, e a restare, se lo trovano gradevole.
L'attività principale di Ylva è quella di illustratore e graphic designer (potete avere un assaggio dei suoi lavori visitando il suo sito: www.une-esthetique-nouvelle.com). Sue le copertine dei dischi di Friday Bridge, e prossimamente anche del prossimo lavoro Happy Go Lucky. Ma a dispetto di ciò anche lei sostiene di non conoscere alcuna scena indiepop: faccio musica da quasi dieci anni e conosco pochissimi altri musicisti. Per me la musica è un'esperienza molto solitaria: ero figlia unica, sono cresciuta in un luogo molto isolato e quindi sono stata abituata a fare da sola per tutta la vita. Una scelta appropriata, perché il lavoro di Friday Bridge non è riconducibile a nessun'altra esperienza in patria, fatta eccezione per la validità del risultato finale e per il fatto di avere a sua volta un curioso moniker. La cui scelta però mostra motivazioni opposte alle solite: la mia musica non è così personale da richiedere che il mio nome e la mia persona siano associati ad essa. Non sono una cantante confessionale, quindi voglio che la mia musica sia un po' distanziata da me. Friday Bridge è un piccolo villaggio vicino Cambridge. L'ho scelto a caso, guardando una cartina. Ha attirato la mia attenzione, probabilmente per il doppio senso che contiene ("il ponte di venerdì") e perché è davvero un nome strano e poetico per un paese. E poi ha un bel suono.
Ylva sta lavorando al prossimo disco di Friday Bridge, che uscirà per l'etichetta svedese Bedroom.

www.fridaybridge.tk

Salvatore

Links

Hello!Surprise! (un sito sull'indiepop svedese): www.hellosurprise.com
It's a Trap (sito sulla musica indie scandinava): www.itsatrap.com