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Studiodavoli: decibels for dummies

Non vado quasi mai ai concerti, e in genere mi ritengo giustificato, perché per uscire di casa ho bisogno di motivi più validi di sudore e mal di schiena. Non vado quasi mai ai concerti, eppure nell'ultimo anno è mezzo è la terza volta che sento suonare gli Studiodavoli, il che può voler dire che: a) mi piacciono così tanto da stravolgere le mie abitudini, oppure b) sono in tour così spesso che è impossibile non vederli almeno una volta ogni sei mesi.
Ovviamente entrambe le cose sono vere, tanto che mi ritrovo il pomeriggio di venerdì 7 aprile ad un breve showcase acustico alla FNAC di Milano (il concerto vero era alla Casa 139 quella stessa sera, ma a quell'ora ero a casa a sorseggiare finto tè da tazzine di plastica e spiegare la tecnica per la perfetta capriola sul materasso) per scambiare quattro chiacchiere con Gianluca DeRubertis, ovvero la persona più vicina ad una popstar che io abbia il piacere di conoscere.
Negli ultimi due anni le cose sono successe in fretta per la band salentina: un ottimo disco d'esordio acclamato da buona parte della stampa e del pubblico, una lunga serie di concerti su e giù per la penisola e a inizio 2006 un nuovo album - Decibels For Dummies - che ne testimonia l'immensa maturazione e mette a frutto i due anni di esperienza on the road, soprattutto nella capacità di messa a fuoco del suono. Gianluca mi fa notare "ti è piaciuto di più il primo album, eh" e io nego, senza ragione. Mi è piaciuto di più il primo album, ma non necessariamente perché fosse migliore. Megalopolis è stato un fulmine a ciel sereno, un'astronave aliena su un pianeta inesplorato, ed era impossibile non rimanerne incantati. Il secondo album non poteva godere dello stesso effetto. E poi c'è il fatto che "Decibels" è più ambizioso e ponderato, e all'opposto di ciò che mi attendevo da loro: chissà perché mi aspettavo un passo nella direzione opposta, qualcosa di più urgente e che catturasse parte del suono live della band. Scoprirò che non potevo essere più lontano dalla verità.
Certo gli Studiodavoli di "Decibels" sono un altro gruppo rispetto a due anni prima, molto più maturo e consapevole dei propri mezzi, al limite del narcisismo. Gli chiedo se sono cresciuti molto in questi due anni, tra un album e l'altro, tra un'autostrada e l'altra.

Molto: in un anno e mezzo abbiamo fatto circa cinquanta date, tantissime, e siamo migliorati sia nell'aspetto tecnico che nella capacità di stare sul palco. Matilde è cresciuta moltissimo. D'altra parte è la più giovane di noi: in Megalopolis c'erano delle piccole incertezze dovute alla sua giovane età, ma da allora è migliorata molto, ha frequentato una scuola di canto e poi adesso ha una voce matura, ha dei mezzi vocali che le permettono di affrontare al meglio qualsiasi pezzo.

E se "Decibels" suona compositivamente meno omogeneo del predecessore e al tempo stesso una forte identità, una idea chiara di quello che dev'essere il "suono Studiodavoli" il motivo è lo stesso: tanti concerti (prima) e tanto lavoro in studio (dopo) con poco tempo per tutto quello che sta in mezzo.

Ed cambiato il modo in cui abbiamo concepito questo disco: "Megalopolis" nasce da un'esperienza suonata in quattro, per "Decibels" siamo partiti da singoli pezzi portati da ognuno di noi e poi arrangiati in studio - in alcuni casi, come per "Kiss", arrangiati addirittura in fase di registrazione, senza mai averli suonati prima.
In realtà gli ultimi pezzi di "Megalopolis" avevano già preso questa piega di scrittura privata, quasi solitaria, per poi venire arrangiati all'interno del gruppo. Un po' come gli ultimi Beatles (ride), non proprio un procedimento usuale per un gruppo.

Il che spiega come mai "Decibels" non sembri dopotutto un album concepito sul palco: tutt'altro.

In effetti in questo ultimo anno abbiamo suonato moltissimo dal vivo e pochissimo in sala prove. E dal vivo abbiamo lavorato più che altro sui vecchi pezzi, senza avere l'occasione di comporre tutti insieme nuove canzoni. Non escludo che in futuro ritorneremo a scrivere i pezzi tutti insieme in sala prove, ma per questo album è andata così: ognuno ha lavorato per conto suo, io ho scritto "I prefer", Matilde "Stay On", Francesco "It Could Last Forever", tutti pezzi studiati e progettati a casa, imbastiti al PC con un arrangiamento primitivo e poi nel caso arricchiti in studio con la presenza di tutti. E' stato così per quasi tutti i pezzi, tranne "City Dweller" che invece è nato in sala prove.

E in fondo non è strano che un gruppo che ama così tanto lavorare in studio passi tutto questo tempo a suonare sul palco. Probabilmente la tecnica appresa dal vivo fa sì che ci sia più voglia di testare i propri limiti in studio. Gianluca spiega che sono rimasti molto a più lungo del solito in studio ad affinare i suoni di "Decibels".

Sia noi che Stefano Manca (l'ingegnere del suono già al lavoro su Megalopolis) siamo diventati molto più esperti, abbiamo affinato il modo di usare lo studio e Stefano ormai è capace di leggerci nel pensiero, lui sul mixer trasforma in realtà quello che noi pensiamo, in pratica è il quinto Studiodavoli. E' stato necessario anche un lavoro più lungo di mixaggio e architettura del suono, perché ci sono dei pezzi molto articolati, con molte tracce, non è stato un lavoro facile. abbiamo anche dovuto cancellare qualche traccia già registrata per non sconfinare nel marasma: ogni tanto bisogna scremare.

Eppure i pezzi che apprezzo di più da "Decibels" sono "I Prefer", intimista e delicata, e l'estroversa "Optical Love", ovvero quelli nei quali gli Studiodavoli si lasciano un po' andare, si allontanano da quell'atteggiamento distaccato/sensuale che caratterizza il resto del disco e lo allontana emotivamente dall'ascoltatore. Gianluca nega che si tratti di un atteggiamento precostruito.

Questo aspetto di cui parli è presente soprattutto nei pezzi scritti da Matilde, ma la sua non è una posa, è solo il suo modo di scrivere, di approcciarsi alla musica. Non credo che da parte nostra ci sia il rischio di sembrare più distaccati, semplicemente ci piace entrare in studio e progettare un disco, riflettere, ragionare sui dettagli, su ogni singolo suono.
Prendi "City dweller": se giochi con la manopola del balance ti accorgi di alcune scelte molto particolari che rendono il suono completo solo quando il balance è al centro: mi rendo conto che è una cosa un po' da maniaci, ma è quello che ci piace fare. Il live invece segue un percorso tutto suo: il pezzo è uno solo, ma quello progettato per il disco prende una strada, e quello portato sul palco ne può prendere una completamente diversa, soprattutto per quel che riguarda l'atmosfera.


La scelta di tenere separati i due aspetti (palco e studio) non è mai stata in discussione, anche perché siamo talmente cervellotici in fase di progettazione, abbiamo un approccio quasi ingegneristico, grazie all'aiuto di Stefano, che riprodurre le stesse cose dal vivo non sarebbe possibile.

E poi c'è la psichedelia, tirata in ballo da più parti e citata dallo stesso gruppo come influenza principale sul nuovo album.

La mia fascinazione per la psichedelia è totale, sia visiva che sonora. Ma quello che mi appassiona e mi è sempre piaciuto - e intendo da sempre, già a 15 anni ascoltavo The Piper At The Gates Of Dawn - in reatà è il suono e le dilatazioni che raggiunge: l'aspetto psichedelico per me è scoprire come il suono si dilata e all'interno di un suono singolo ne scopri altri, un po' come i frattali.
Questo è ciò che mi interessa: è una cosa che contraddistingue molto il nostro sound dal vivo e che mi interesserebbe molto sviluppare, anche se il resto della band forse non sarebbe d'accordo. Mi piacerebbe ad esempio fare un concerto tutto improvvisato.

Ho visto suonare i Davoli dal vivo e so che Gianluca dice sul serio: sul palco la band si trasforma, ama lasciarsi trascinare dalla musica in direzioni imprevedibili. Ho il ricordo vivido di una stupefacente e acidissima versione in technicolor di "Superpartner" (o meglio della sua versione p-funk), con luci psichedeliche a colorare le chitarre e un piglio garage che farebbe l'invidia di molte rock bands. Eppure per molti gli Studiodavoli erano solo anni 60 e Stereolab, due influenze che hanno cercato in qualche modo di eludere con il nuovo disco. Gianluca mostra un comprensibile risentimento per certi giudizi affrettati:

E' vero che in Megalopolis c'erano influenze lounge e cinematiche, anche se "lounge" è un termine tanto vasto che non può valere come riferimento ad un singolo genere. Facevamo capo a colonne sonore, a musicisti come Umiliani e Piccioni più che al beat anni 60 che era presente in misura minore. Ma non era un disco lounge, anche se alcuni molto superficialmente hanno voluto descriverci in questo modo.
Riguardo alla componente Stereolab: loro sono uno dei nostri gruppi preferiti, hanno questo modo particolare di far evolvere i pezzi, di cominciarli in un modo e poi smarrirsi, cambiare, inseguire il riff: è un'attitudine psichedelica, una musica episodica che loro sono riusciti a rendere omogenea e ridurre in forma canzone, ma rimane un approccio imprevedibile. In Megalopolis c'era questa attitudine, c'erano pezzi che cambiavano completamente volto come "Breat's Garden", "Steady Job".
In Decibels questa influenza si sente meno, sia perché è effettivamente meno presente, sia perché i pezzi non si lasciano smarrire da un evento, hanno un inizio e una fine ed una forma pop più classica. E questa è una cosa che non mi spiace assolutamente: Decibels riflette un periodo in cui abbiamo avuto più facilità a scrivere canzoni in questa forma.

Ci sono modi e modi di porre ad una band la domanda più originale di tutte. Stavo pensando a come girarci intorno (perché capite, a me interessava davvero), ma mi è bastato dire "il titolo dei disco" perché Gianluca iniziasse a raccontare.

In realtà il titolo noi l'avevamo già deciso un anno e mezzo fa: doveva essere "A Hitchhiker's Guide To The Galaxy", che rifletteva la passione mia e di mia sorella per la fantascienza, ma poi è uscito il film tratto da quel libro e ci ha bruciato il titolo: io l'avevo letto forse dieci anni fa, ma dopo il revival che ne è seguito abbiamo dovuto rinunciare. Ed eravamo talmente certi che il titolo dovesse essere quello che questa cosa ci ha completamente spiazzato, non avevamo più idea di che titolo scegliere.
Poi un giorno stavamo sfogliando un manuale per ingegneri del suono, e c'era un paragrafo intitolato "Decibels For Dummies". E ci è piaciuto subito, sia per l'aspetto ironico - non mi dispiace segnalare che ci sono in giro tanti imbecilli - sia perché il termine decibels dà il senso della quantità di lavoro in studio che abbiamo messo in questo disco.


Chiedo ragione di un pezzo cantato in francese che mi aveva fatto perdere la testa dal vivo e che non ho ritrovato in questo album: hanno dovuto scartare molto materiale?

In tutto abbiamo registrato 20 pezzi, sei/sette non li abbiamo nemmeno mixati perché scartati subito dopo la registrazione, più quel pezzo in francese che ricordi e che abbiamo escluso dopo il mixaggio perché non ci convinceva il suono, specialmente in relazione al resto dell'album. Speriamo di recuperarli presto in un EP, perché ce ne sono almeno 2/3 che secondo me sono al livello di quelli dell'album. Il fatto è che non volevamo esagerare con il numero di tracce, essendo stati bacchettati per il disco precedente (anche se in Megalopolis c'erano tre pezzi che componevano una canzone sola e quindi alla fine le canzoni "vere" non erano più di quindici). Su questo disco, essendo costruito da canzoni più compiute, volevamo limitarci a 13/14 brani.

Gli Studiodavoli sono ancora giovani ma già maturi, viaggiano da due anni sull'onda di un entusiasmo palpabile, sanno quello che vogliono e sono uno dei pochi autentici gruppi di talento partoriti dalla scena indie italiana. Ho idea che tra un paio di anni li potremmo ritrovare sulle copertine oggi dedicate ai Baustelle, magari vestiti di tute spaziali. Chiedo a Gianluca se in mezzo alle frenetiche attvità degli ultimi 24 mesi hanno avuto il tempo di fermarsi a pensare a se' stessi, e a cosa vorrebbero diventare da qui a due/tre anni.

Credo che le aspettative che avevamo due anni fa non siano cambiate: il desiderio principale è quello di riuscire a vivere di musica, e poi ci piacerebbe molto riuscire a farci conoscere all'estero. Questo è l'unico rimprovero che ho per Recordkicks, che si prende davvero molta cura di noi, ma non riesce a promuoverci all'estero. "Megalopolis" è uscito in Germania, abbiamo anche ricevuto qualche feedback, ma si tratta di pochissima roba. E penso che in Germania, Svezia Inghilterra esista un pubblico interessato alle nostre cose, sicuramente più che in Italia.

E poi sarebbe bello fermarsi un po' prima del prossimo album. magari finire un giro di concerti e ad inizio 2007 entrare in sala prove, stavolta senza pezzi già pronti, solo con alcune idee. in realtà ci sono anche problemi logistici, perché il nostro bassista Giancarlo lavora a milano e quest'anno ci siamo ritrovati molto spesso a provare in tre. Adesso che ho finito l'università probabilmente lo raggiungerò, quindi ci sarà il modo di incontrarsi più facilmente. vedremo.

Vedremo, perché ci sono pochi dubbi che la storia degli Studiodavoli sia di quelle destinate ad avere un lieto fine.

Salvatore

Links:

StudioDavoli Website: www.studiodavoli.net
RecordKicks: www.recordkicks.com
StudioDavoli@indiepop.it: bands/studiodavoli.htm