| Stockholm
Syndrome #6
Immaginate una stanza. Semplice. Sobria. Minimale.
Uno specchio, un divano, uno stereo.
Immaginate un malato immaginario. Afflitto dalla Sindrome di Stoccolma.
Immaginatelo innamorato di una ragazza che, forse, nemmeno esiste. Di nome Ingrid.
Immaginatelo vivere a Stoccolma…
La nostra stanza a Stoccolma:
THE MIRROR (Storie, confessioni, pensieri
o semplici ricordi)
THE SOFA (Interviste, approfondimenti,
riflessioni): Mixtapes and Cellmates
THE STEREO (Dischi, concerti, bands,
etichette, vuoti da colmare)

Storie, confessioni, pensieri o semplici ricordi

Stoccolma
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La Svezia è una
costruzione mentale.
Guidare una vecchia Volvo marrone sull'asfalto ghiacciato.
Mentre Ingrid indossa grossi occhiali da sole dalla
montatura bianca. E intanto fuori sta nevicando.
La Svezia è un tavolo da Ping Pong, lasciato fuori
all'aperto d'inverno.
L'odore del freddo sulla pelle e polaroid ingiallite
a giocare l'ultimo set decisivo, prima dell'addio.
La Svezia è Lisa che ti chiama alle quattro del
mattino, ubriaca. Raccontandoti del suo primo concerto
a Londra.
Il rumore di respiri affannosi e singhiozzi stemperati
da risate.
Una frammento video, mandato a memoria, su un bacio
che non c'è mai stato. E ci sarà.
La Svezia è tutto quello da cui sei scappato e che
ti ritorna indietro sopportabile, impressionato
su pellicola emulsionata.
Correre in bicicletta avvolti in Anorak troppo stretti,
sventolando tergicristalli come trofei.
Ingrid che ti sorpassa alzando il dito medio e subito
dopo riprende a parlare di Brian Eno.
I suoi capelli a tracciare onde nell'aria.
La Svezia è un sogno che facevi da bambino, fluttuando
su una foresta di conifere. La sua sensazione di
vertigine.
E amici che non senti da troppo tempo.
Ho lasciato il rubinetto dell'acqua aperto questa
notte.
L'ho fatto anche la notte precedente.
Mi sono concentrato su una macchia sul muro, accanto
al frigorifero.
Ho aspettato che l'acqua smettesse di scorrere.
La Svezia non esiste.
Ho comprato un paio di scarpe nuove, da ginnastica.
Un paio di Lacoste.
Ho immaginato Brian Eno indossarle, durante una
partita di palla a mano.
Portava dei polsini bianchi con su scritto "And
then so clear".
Quando giocheremo l'ultimo set?
Presto partirai per il Giappone.
Quel giorno ti accompagnerò all'aeroporto.
E la Svezia, d'improvviso, diventerà qualcos'altro.
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Interviste, approfondimenti, riflessioni

Mixtapes & Cellmates
Robert Svensson
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Avere diciotto anni.
Lontani da casa. In una città che non conosci. La
scuola. Un amore finito male. E un universo di fragilità
d'attraversare.
Essere bellissimi. Come un Kurt Cobain adolescente.
Innamorato della musica country.
Sguardo malinconico, e movimenti segnati dalla timidezza.
Una voce che è già diventata adulta, senza che il
cuore sia riuscito ad adattarsi. Robert Svensson,
cantante ed autore dei Mixtapes & Cellmates,
è tutto questo e tantissime altre cose.
Robert è un adolescente svedese, andato via di casa
a diciassette anni, alla ricerca di un qualcosa
di più di una ormai soffocante vita in provincia.
La provincia svedese. La vera Svezia forse.
Più simile ad un film di Lukas Moodysson che a delle
foto di Emmaboda.
Luoghi abitati da storie d'ordinarie adolescenze.
Ipersensibili.
Iperreali.
Incontrare Robert, lo scorso mercoledì otto marzo,
è stata un'esperienza umana indimenticabile. Uno
di quegli incontri che, nel corso di una lunga permanenza
all'estero, ti regalano "il senso" di una nazione
più di qualsiasi altra cosa.
Un incontro di una dolcezza indescrivibile, che
poco o nulla ha avuto dei connotati tipici di un'intervista.
La prima per Robert.
Robert, raccontami come sono nati i Mixtapes
& Cellmates.
Robert: E' un po' un casino a dire il vero. Vediamo
se riesco a ricordare tutto bene. All'inizio ho
conosciuto Olle - quasi due anni fa - a Karlskrona,
una città nel sud della Svezia vicina alla piccola
città dalla quale provengo io, Karlshamn.
Credo ci conoscemmo dopo un mio concerto. All'epoca
mi esibivo chitarra e voce suonando canzoni malinconiche
influenzate dall'alt.country, per un audience che
in realtà voleva ascoltare esclusivamente gruppi
hardcore.
Iniziammo a parlare di musica e si creò subito una
forte sintonia. Rimanemmo in contatto e in seguito
mi spedì una linea di synth che ora è "Static,Oh
Static".
Johan l'ho conosciuto chattando, lui è di Uppsala
nel nord della Svezia, anche in questo caso avevamo
gli stessi interessi musicali, soprattutto legati
alla scena emo. Col tempo s'instaurò una grande
complicità e iniziammo a fantasticare sul fatto
di fare qualcosa insieme. "Static,Oh Static"
è stato il pretesto per incontrarci tutti e tre
insieme. Venne fuori che il padre di Olle, per qualche
motivo, aveva in casa delle apparecchiature per
registrare, così ci chiudemmo nella cantina di casa
sua per qualche giorno e ne uscimmo con quella canzone.
In seguito una webzine la mise online e il ragazzo
della Bedroom ci contattò chiedendoci un Ep.
Questo è l'unico motivo per cui i Mixtapes & Cellmates
sono una band e hanno continuato a scrivere canzoni
insieme. Non fosse intervenuta la Bedroom, con la
richiesta di un Ep, molto probabilmente l'esperienza
sarebbe finita con quella prima canzone. E invece.
All'inizio quindi eravamo solo noi tre e poi, con
le prime richieste di suonare live, abbiamo contattato
Henning, l'altro chitarrista e Matilda, la bassista.
Frequentiamo lo stesso liceo musicale.
Adesso siamo in cinque e trovare il tempo per suonare
e scrivere nuovi brani è ancora più complicato,
visto che siamo sparsi un po' per tutta la Svezia.
Tre nella zona di Stoccolma, uno ad Uppsala e l'altro
a Karlskrona. State scrivendo nuovi
brani? A che punto è il successore di Juno Ep? Che
progetti ci sono nel futuro dei Mixtapes & Cellmates?
Robert: Sì, stiamo scrivendo dei nuovi brani ma la
verità è che siamo molto pigri e indisciplinati.
Quando abbiamo registrato Juno Ep più della metà
del tempo che abbiamo trascorso a casa di Olle,
l'abbiamo passato bevendo tè e chiacchierando. Ora
siamo in cinque, quindi puoi immaginare.
Anche se ultimamente stiamo diventando più disciplinati
e quando c'incontriamo tutti insieme, cosa che capita
veramente di rado, riusciamo a focalizzarci meglio
sulla musica e sui brani da scrivere.
Il nuovo Ep uscirà al più tardi tra un paio di mesi
e dovrebbe chiamarsi "If there is silence, fill
it with longing", sempre su Bedroom.
Le canzoni sono quasi pronte, quasi tutto è stato
già registrato, stiamo aspettando la masterizzazione
dell'album. Se ne occuperà Andreas Tilliander, soltanto
che è da un po' che non risponde alle nostre mail.
Ci sono novità nel suono dei Mixtapes &
Cellmates? Cosa dobbiamo aspettarci?
Robert: All'epoca di Juno Ep non avevamo idea
di come registrare le nostre canzoni, tutto è stato
fatto in maniera molto artigianale e naif. La maggior
parte degli effetti sulle chitarre sono stati ottenuti
in seguito, con il computer. Per il nuovo Ep abbiamo
avuto a disposizione qualche strumentazione in più
e abbiamo lavorato alle distorsioni direttamente
attraverso gli amplificatori usando distorsori ed
effetti vari.
In alcune parti c'è parecchio rumore, abbiamo sperimentato
molto su come ottenere determinati riverberi. Non
siamo tuttora dei grandi esperti, comunque. Abbiamo
aggiunto molti strati man mano che registravamo.
Probabilmente sarà un Ep meno diretto. Necessiterà
di qualche ascolto in più del precedente, ma di
sicuro è un lavoro più corale, al quale abbiamo
lavorato tutti e cinque insieme.
Potrebbe suonare ancora più "sporco" e saturo di
Juno Ep. Avete un album in cantiere?
Robert: Sto scrivendo molte canzoni, una dozzina
per l'album ci sarebbero. Vedremo cosa accadrà in
futuro. Il fatto di vivere in città diverse rallenta
tutto. Poi c'è la scuola di mezzo. Perché
il nome Mixtapes & Cellmates?
Robert: Dovevamo scegliere un nome per la band
e io ed Olle tiravamo fuori tutti questi nomi così
pretenziosi. Alla fine pensai al titolo di una canzone
di un cantante country americano chiamato Rocky
Votolato, che stavo ascoltando in quel periodo.
Proposi il nome ad Olle e ci sembrò subito perfetto.
Di fatto quindi l'abbiamo rubato. Da
quanto tempo vivi a Stoccolma? Cosa ti ha portato
qui? Com'è vivere in una piccola città di provincia
in Svezia?
Robert: Vivo a Stoccolma da quasi un anno e mezzo.
Sono andato via di casa a diciassette anni. Avevo
bisogno di andare via da Karlshamn. Il liceo musicale
che sto attualmente frequentando è stato solo un
pretesto per andarmene. Karlshamn è una città piccolissima,
non c'è molto da fare. Se non bevi, non ascolti
Hard Rock e non sei pronto a devastarti ogni volta
che esci, sei tagliato fuori, e così è successo
a me.
Io ero innamorato della musica country, scrivevo
canzoni malinconiche che parlavano di ragazze e
presto la gente ha iniziato a darmi nomignoli tipo
"Cosy Robert" o "Cheesy Robert". Era meglio levarsi
di torno.
In diciassette anni passati lì credo di essere andato,
si e no, a tre feste. Orribili ovviamente. Tutti
erano ubriachissimi ed io ero l'unico sobrio. Finiva
sempre che aiutavo la gente a vomitare.
A volte andavo a Kalskrona la città più vicina.
Sono sempre stato un appassionato di musica screamo,
una sorta d'emo dove il cantante urla a squarciagola,
un genere molto emotivo e forse un po' adolescenziale.
Lì la scena è molto forte e andavo a vedere dei
concerti o incontrare un po' d'amici.
Ho ancora una band del genere, ovviamente mi limito
a suonare la chitarra, non potrei mai urlare in
quel modo, ma mi fa star bene suonare a tutta velocità,
scuotendomi da una parte all'altra del palco, agitare
la chitarra come una furia, dare uno sfogo così
fisico alle emozioni.
Abbiamo fatto anche un tour in Inghilterra e presto
andremo in Germania, Svizzera e probabilmente in
Italia.
Due delle mie band preferite vengono da lì, da Forlì
in particolare, si chiamano La Quiete e Raein, sono
straordinari. Li conosci? No. A dire
la verità non conoscevo neanche il genere.
Curioso, comunque. Che tipo di evoluzione musicale
hai avuto? Che musica hai ascoltato fino adesso?
Robert: Sono sempre stato legato ad artisti che
in un modo o in un altro riuscivano ad emozionarmi
e in un certo senso ad esprimere il mio malessere.
Ho sempre cercato musica nella quale potessi identificarmi,
rispecchiarmi.
I Kent sono stati il primo gruppo al quale mi sono
affezionato. In Svezia sono la band adolescenziale
per eccellenza, scrivono testi per teenager sofferenti,
nei quali tutti si ritrovano. Sono stato un loro
grandissimo fan. Dopodichè sono arrivati i Millencollin
e lo skate, per un po' non ho ascoltato e fatto
altro. Poi è arrivato il country, grazie ad una
cassetta di Ryan Adams registratami dal mio vicino
di casa, al quale ha fatto seguito l'amore per Kristofer
Astrom, un cantautore svedese. Nonostante quel
che può sembrare, non ho mai ascoltato così tanto
gente come Radio Dept, My Bloody Valentine e le
cose shoegaze. So però che Johan era un fan dei
My Bloody Valentine già all'età di undici anni,
così come dei Songs:Ohia però. Qual è la tua band svedese preferita?
Robert: In assoluto i The Bear Quartet, un gruppo
indie abbastanza grosso qui in Svezia. Li adoro.
Adoro le loro liriche. L'anno scorso ho aperto un
loro concerto nel sud della Svezia, in un club organizzato
da un ragazzo nell'appartamento dove vive. Cento
persone stipate in due stanze, una cosa folle. Mi
dedicarono la mia canzone preferita quella sera
ed io mi misi a piangere. La mia ragazza mi aveva
lasciato da poco, ero sconvolto.
Non seguo molto la scena pop svedese, non mi piace
la componente legata alla moda, all'hype, tipica
di scene come quella di Stoccolma. Non sopporto
l'ondata dei duo synth-pop che in questo periodo
va per la maggiore.
Al contrario adoro due band svedesi, quasi esclusivamente
strumentali, che suonano una sorta di post-rock:
Jenifer Ever e No Method. Da dove trai
ispirazione per le tue liriche? Da quello che ho
capito dai una grande importanza alle parole.
Robert: Scrivo di me stesso, è l'unica cosa che
sono in grado di fare. Nei testi c'è tutta la mia
vita, i dolori, le paure, le delusioni, gli amori.
L'unico testo che è nato in maniera più estemporanea
è quello di "Static,Oh Static", il nostro primo
pezzo.
Non sapevo come chiudere la parte finale del brano
e allora ho rubato un paio di liriche da un vecchio
Lp di Michael Jackson che avevo sotto mano, così
per scherzo, alla fine però funzionavano benissimo
e sono rimaste. "Something more than last time"
l'ho scritta con la mia ex-fidanzata di fianco,
addormentata, e parla di un'altra ex fidanzata,
prima di lei.
Le ultime due tracce dell'Ep sono collegate, anche
nel titolo. Parlano della difficoltà di lasciare
casa tua e il posto dove sei cresciuto, la tua famiglia,
per andare in una grande città, in cui non conosci
nessuno.
Avevo questa foto dei miei genitori davanti e una
nostalgia immensa dentro. Odiavo Stoccolma, odiavo
i suoi abitanti, il loro modo di fare. Venendo dal
sud della Svezia mi sembravano così freddi, così
distaccati. Allo stesso tempo, però, Stoccolma era
anche la città di Rebecca, la mia ex-fidanzata e
quindi tutto era più sopportabile.
Prima di venire a Stoccolma non avevo mai abitato
da solo, dormito da solo di notte. Era una cosa
che mi terrorizzava e mi faceva stare male.
Sono stato fortunato perché quasi subito, dopo che
è iniziata la scuola, ho conosciuto lei, Rebecca,
che frequentava il mio stesso liceo musicale, è
fin dall'inizio ha iniziato a dormire da me.
Non ero più solo. In un certo senso era diventata
la mia nuova famiglia. Quando mi ha lasciato, tutto
è andato in pezzi, sono tornato a casa dei miei
genitori e non mi sono alzato dal letto per una
settimana. Mia madre mi obbligava a mangiare ogni
tanto, solo per sopravvivere.
E' stato un incubo. Ne porto ancora le conseguenze.
Tutte le liriche del nuovo disco parlano di lei.
E' ovunque. E' difficile cancellare una persona
con la quale hai vissuto parte della tua vita.
Mi sono ubriacato per la prima volta solo dopo che
mi ha lasciato. Sono sempre stato astemio.
Quella notte tornai a casa completamente fuori di
me, presi quelle poche cose di lei che erano rimaste
nell'appartamento, e che veneravo come reliquie,
e trovai il coraggio di buttarle fuori dalla finestra.
Le scagliai sulle macchine sottostanti scatenando
tutta una serie d'antifurti. Puoi immaginare che
scena.
Adesso Stoccolma mi sembra invivibile, vorrei tornare
a vivere nel sud della Svezia, a Goteborg forse.
La band è l'unica cosa che mi trattiene qui, se
mi trasferissi sarebbe ancora più complicato incontrarsi
per suonare. Lascerei il liceo domani. Tuttora la
gente mi prende in giro per il mio accento del sud.
Sono cose così stupide. In più sono timidissimo
e il tutto complica la situazione. Pensa che qualche
giorno fa, a scuola, una ragazza mi si è presentata
durante una lezione. Non si era neanche accorta
che stavamo facendo lo stesso corso, nella stessa
classe, da settimane. Qual è stato il
momento più bello legato all'esperienza con i Mixtapes
& Cellmates?
Robert: Senza ombra di dubbio il concerto all'Emmaboda.
E'strano, suonammo di fronte ad un mare di persone
in delirio, durante l'ultima canzone iniziai addirittura
a piangere mentre cantavo. Era tutto così forte.
Il momento più bello della mia vita nel periodo
più brutto della mia esistenza. Rebecca mi aveva
appena lasciato. Ero emotivamente distrutto. Piansi
per ore seduto sul prato dopo l'esibizione, mentre
il nostro Ep andava completamente sold-out. La gente
credeva fossi ubriaco, in realtà ero lucidissimo,
soltanto disperato.
Robert mi ha lasciato in consegna una copia delle
canzoni del nuovo Ep dei Mixtapes & Cellmates, in
versione ancora non definitiva.
Io e Ingrid le abbiamo ascoltate abbracciati nel
letto, la scorsa notte.
In alcuni momenti abbiamo smesso di respirare.
Presto partirai per il Giappone. |
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Dischi, concerti, bands, etichette, vuoti da colmare

Radio Dept - Il nuovo
singolo

Hell on Wheels - The
Odd Church

The Knife

The Concretes

Loney, Dear
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Ricordo ancora una
loro intervista su un giornale italiano. Ricordo
perfettamente il loro amore dichiarato, candido,
sorprendente, per i Pet Shop Boys, sommerso da quel
tappeto di distorsione e riverberi emozionali.
Quel nome impronunciabile e per certi versi incomprensibile,
alle nostre latitudini, legato a ricordi infantili
e cori ultras provenienti dallo stadio.
Ricordo la prima sera qua a Stoccolma e la voce
di Neil Tennant sorprendermi incantato ad ammirare
il viso angelico di Ingrid.
Ricordo come tutto sia cambiato in un istante.
Stasera è come se si chiudesse un cerchio e iniziasse
una linea retta.
Stasera il nuovo singolo dei Radio Dept suona
sullo stereo. E le parole di quell'intervista assumono
significati che vanno al di là di ogni discorso
musicale. Tutto diventa un fatto privato e come
tale incontestabile, tutto, incredibilmente, sembra
tornare.
Indietro. "The Worst Taste in Music"
è il nuovo singolo dei Radio Dept e svela
irrimediabilmente come quell'amore non fosse una
semplice dichiarazione esotica e provocatoria ma
al contrario il sintomo di un bagaglio estetico/culturale
diverso e a suo modo sorprendente, il simbolo di
una Svezia fino ad allora insospettabile, per il
sottoscritto almeno, e che in seguito si sarebbe
rivelata in tutta la sua chiarezza e semplicità.
"The Worst Taste in Music" da quell'estetica attinge
a piene mani e ci regala una perla elettropop che
dopo qualche ascolto è già memorabile, senza tempo.
Bassi sintetici in arpeggio. Batteria elettronica
in pulsazione. Archi cinematografici e spaziali.
Le chitarre appena presenti a ricamare contrappunti
di memorie passate.
Dilatazioni e riverberi come ricordi, a confermare
ciò che è stato e la sua trasformazione. "What
you sell", la seconda traccia inedita contenuta
nel singolo, esclusi i due remix del lato A, non
fa altro che sottolineare il cambiamento avvenuto
nell'immaginario del gruppo.
Un cambio di direzione che per ora è solamente intuibile,
immaginabile.
Qualcosa dei Prefab Sprout.
Da qualche parte.
E un album in uscita ad Aprile.
Sarebbe straordinario riuscire a farli accomodare
sul divano. Prima o poi.
Gli Hell On Wheels, al contrario, del divano
sono stati i primi ed indimenticabili protagonisti.
Adesso dopo quasi sei mesi da quell'incontro li
ritroviamo prossimi alla pubblicazione del loro
nuovo album (il terzo, esclusi ep e raccolte) "The
Odd Church".
Un disco che lascia senza parole, di una bellezza
stratificata e rivelatrice.
Un caleidoscopio d'atmosfere e d'emozioni in grado
di frastornarti come una corsa sulle montagne russe.
Zucchero filato che non vorresti mai veder finito.
La voce di Asa sempre più presente ed affascinante
a rincorrere i deliri sempre più geniali di Rickard.
Johan seduto dietro le pelli, come uno scienziato
del ritmo, a tenere insieme il tutto con nastro
adesivo coloratissimo.
Canzoni memorabili giocate sui contrasti.
La già nota "Heard you on the radio", di una dolcezza
ultraterrena, posta ad inizio del disco.
L'immaginario russo vestito con le barbe dei Grandaddy
in "Alexander".
La cover miracolosa di "Tuesday" degli Yazoo imbevuta
d'elettricità.
La conclusiva "Frozen State" come un Angelo Badalamenti
cresciuto a punk inglese e indie americano.
Spruzzate di My Bloody Valentine d'annata in "Handing
over your heart".
Il brano che i New Order non riescono più a scrivere
in "Stealing notes from the devil's notebook".
Poco d'aggiungere. Gli Hell On Wheels ci hanno regalato
il loro capolavoro. E uno dei dischi dell'anno.
The Knife sono il gruppo synth-pop svedese
per eccellenza e stanno per pubblicare il loro nuovo
album "Silent Shout" anche in Italia. Uscita
prevista il venti di marzo.
The Knife hanno smesso di suonare musica pop e hanno
realizzato uno dei dischi più oscuri e complessi
che mi sia mai capitato di ascoltare.
Un inno occulto e primitivo, intriso d'atmosfere
private e inafferrabili. "Silent Shout" è una
raccolta di detriti melodici, sublimi e cristallini,
abbandonati alla deriva di una prigione sonora scandita
dai ritmi della techno più minimale ed astratta.
Sonorità techno che incontrano schegge impazzite
di world music, proveniente da qualsiasi latitudine
del pianeta, creando un ibrido alieno dai connotati
inediti e sorprendenti.
La voce di Karin a tessere realtà sfuggenti ed inquietanti,
di Lynchiana memoria. Filtrata e deformata sino
all'esasperazione come ad interpretare la miriade
di personaggi borderline che abitano il suo immaginario
surreale. "Silent Shout" è uno di quei
dischi destinato a creare scalpore e divisioni ma
che, in qualsiasi caso, ha già conquistato un posto
di prestigio negli annali della storia della musica
contemporanea.
The Knife rappresentano la Svezia come nessuno
è in grado di fare oggi.
Lontani da qualsiasi stereotipo e clichè di genere.
Lontani da ogni stupida e noiosa cartolina.
The Knife incarnano la periferia svedese più profonda
e genuina, terribilmente anonima. Ingoiata dalla
neve e dal buio, arredata da Fast Food.
Hanno realizzato un capolavoro.
Fatto di dolore e verità.
Esattamente all'altro lato della carreggiata, quello
dove batte sempre il sole e la primavera non ha
mai fine, troviamo i The Concretes, ensemble
elettro-acustico leggero e spensierato, coloratissimo,
che del citazionismo e della rivisitazione dei generi
ha fatto il suo marchio di fabbrica. Un gioco garbato
e mai banale intento a disegnare quadretti leggeri
ed umorali che raccontano di un amore sconfinato
per vecchie sonorità dell'America degli anni settanta
e per le melodie southern soul. "In Colour"
è un viaggio immaginario su un furgoncino Volkswagen
celeste, attraverso stradine di campagna che profumano
di mid-west e lande sterminate bruciate dal sole.
Cappelli di paglia e vestiti a fiori, slide guitar
e vecchi organetti. Fleetwood Mac come gli Stereolab,
Cat Power come Conor Oberst.
Microuniversi idealizzati e costruiti su veri e
propri topoi letterari della cultura pop. Cuori
infranti e telefonate malinconiche, sguardi rubati
e lacrime autunnali. Il sole che, ancora una volta,
fa capolino in una giornata uggiosa.
Novità del disco, la maggiore coralità compositiva
che vede autrici ed interpreti, affianco alla sempre
splendida Victoria Bergsman, la chitarrista Maria
Eriksson in "Greydays" e la batterista Lisa Milberg
in "Your Call", in coppia con l'icona dei The Magic
Numbers, Rodeo Stodart. "In Colour" è
un disco che niente aggiunge alla storia della musica
pop ma che conferma in maniera inequivocabile il
bisogno che tuttora persiste di dolcezza e spensieratezza
nella sempre più fragile società contemporanea,
candidando i The Concretes come massimi alfieri
di un linguaggio che è già canone ma che, nonostante
tutto, necessita di essere riscritto in continuazione
per non venir dimenticato.
Ci sarà sempre bisogno di una nuova colonna sonora
dedicata ai primi tepori primaverili.
Ci sarà sempre bisogno di una dolce malinconia estiva.
Ci sarà sempre bisogno di gruppi come i The Concretes.
Come ci sarà sempre bisogno di fragili cantautori
sofferenti ed innamorati, e di poeti misconosciuti
come Loney, Dear.
L'ennesima scoperta di Ingrid. "Sologne"
è il suo primo album ufficiale, dopo una lunga
serie di cd-r, distribuito attraverso i circuiti
di Dotshop.se.
Un disco che lascia senza fiato. Di quelli che da
sedicenne avrebbero accompagnato, rendendola indimenticabile,
ogni lacrima versata su ogni amore non corrisposto.
Uno di quei dischi in grado di segnare intere adolescenze.
Emil Svanangen è un autore immenso, in grado di
fagocitare e restituire, sotto forma di dieci scarabocchi
lo-fi, gli ultimi quindici anni di produzioni indie
americane.
Attraverso una scrittura che regge il confronto
di nomi come Grandaddy, Smog, Flaming Lips, Bright
Eyes, Sparklehorse, The Decemberists, senza battere
ciglio, anzi ponendosi con naturalezza al loro livello.
"Sologne" è una raccolta sorprendente di "piccoli
classici" a venire.
Una raccolta di negativi sbiaditi e impolverati
che odorano di vecchie soffitte che abitavano l'infanzia
e cottage estivi nella campagna svedese. Fragili
ammissioni di sconfitte senza più equivoci e umide
confessioni di paure senza più lacrime. "I Fought
The Battle of Trinidad e Tobago", "The City, The
Airport", "Le Fever", "Take It Back", "I Lose It
All", scorrono sulla pelle come gelide gocce d'ansiolitici,
a sedare l'affanno di questo inverno svedese senza
fine.
Dopo di che ci addormenteremo per un po', e faremo
splendidi sogni. Dischi per il mese
di Marzo (se anche voi avete dei vuoti da colmare).
The Knife "Silent Shout". Rabid.
Hell On Wheels "The Odd Church". Hybris.
The Concretes "In Colour".
Loney,Dear "Sologne".
Radio Dept "The worst taste in music".
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Marco
Puntate Precedenti:
#1: Hell On Wheels
#2: Le Sport
#3: Montt Mardiè
#4: Kirsten's Postcard & The
Sad Snowman
#5: Mattias Lovkvist (Hybris) |
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