Un pieno mensile di 7", CDs, EP ed mp3.

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The Tidy Ups
Emmy The Great
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The Fratellis : Henrietta (Island)

Dev'esserci una specie di aura protettiva attorno ai The Fratellis che li salva anche dalle peggiori figuracce. Prendete questa "Henrietta": il limite tra divertimento e cattivo gusto pericolosamente sfiorato da "Creeping Up The Backstairs" è definitivamente travolto, la tamarraggine regna sovrana come nemmeno in un disco di Piero Pelù, c'è una rima tra "cola" e "gondola" (con l'accento sulla seconda "o") che sinora la storia del Rock aveva accuratamente e con ragione evitato, e persino la copertina lascia a desiderara. Eppure boh, quei continui stop and go, i fiati oh so kitsch, i temi ska e power-pop e l'aria di essere una versione gonfiata a steroidi di "Country House" dei Blur (che già tanto naturale non era di suo) la rendono un altro inspiegabile successo. Forse perché i Fratellis sono persino meno pretenziosi degli Art Brut, annullando ogni briciola di cerebralità dai loro pezzi e accontentandosi di bruciarli nello spazio di pochi minuti, oppure più semplicemente perché sono il segnale che le "rock bands" che proliferano in terra Inglese stanno per cominciare a fagocitare se stesse.
Tornando a noi, a tratti sembra di risentire la felice incoscienza dei Supergrass di "I Should Coco", un punto di riferimento certo più valido dei Libertines e chissà quanto votato al successo commerciale che Island si aspetta dai tre scozzesi.
Personalmente sono sicuro di aver trovato la mia canzone dell'estate. Così tanto che per una volta non mi interessa più di tanto dire che la b-side è more of the same ("Cigarello", da tempo sul sito della band in forma di demo). Andate e consumate, io già mi metto in attesa del prossimo capitolo.

www.thefratellis.com

Salvatore, 28/06/06


Sambassadeur: Coastal Affairs (Labrador)

Con la sublime "Between the lines" ancora nelle orecchie ci occupiamo del nuovo EP dei Sambassadeur, che arriva in tempo per l'estate a confermare tante cose: la discendenza in linea diretta dal nobile ceppo dei Concretes, la predilezione per tempi e melodie morbide ed aristocratiche, e soprattutto l'innato talento della band di Gothemburg per la scrittura di killer tunes: scolpita su una linea di basso rubata al songbook dei Cure, ombrosa ma disposta a concedersi ai raggi di sole, "Kate" è una edizione più ventosa e solare di "Between the lines", manifestandone la stessa divina solidità melodica e la medesima precisione ritmica sin dall'avvio dedicato agli archi, sorta di tappeto rosso per l'arrivo dell'accento sensuale di Anna Persson. Un altro pigro gioiello stagionale, con le identiche possibilità di tenuta del suo predecessore. Colto l'asso con il pezzo introduttivo, i restanti tre si accontentano di rinfrescare l'arsura con effettini vivaci e volatili - "Marie" - e il solido e perfetto incedere armonico di due-voci-più-battimani della francofila "Claudine". Quanto alla blanda popelettronica di "Think nothing of it", si tratta di bluff: sotto la superficie pseudoritmica mostra un cuore morbido insieme a schive stonature di tastiere alla Flaming Lips.
Secondo Labrador "Coastal Affairs" è lavoro isolato che non prelude a nessun album, e in verità non si apprezzano passi avanti rispetto alla scrittura tanto discontinua quanto promettente dell'omonimo LP, ma accontentarsi della certezza che per il momento i Sambassadeur non sbagliano un singolo non è poco, no?

www.sambassadeur.com

Salvatore, 22/06/06


Cannonball Jane: Take it to fantastic (Fortuna POP)

Non è stato semplice l'approdo in Europa per Sharon Hagopian/Cannonball Jane - insegnante elementare dell'Ohio in abiti civili ed alchimista elettronica DIY dopo il crepuscolo: l'album "Street Vernacular" esce nel 2003 per la 555 di Stewart Anderson ma pochi se ne accorgono, sino a che Fortuna POP! non lo pubblica in Uk due anni dopo, oltretutto designandola erede legittima di quei Go!Team che casomai aveva anticipato. E beh, così si costruiscono le mode; adesso che il secondo album è in dirittura d'arrivo, preceduto da questo succoso (nella sostanza, ché di pezzi nuovi ce n'è soltanto uno) aperitivo gioverà dire che la ragazza è piuttosto nella stessa lega della ormai vetusta Solex, con la passione per i vecchi vinili Tamla Motown a sostituire quella per jazz ed indie music. Per dimostrazioni, accomodarsi al lato A di questo singolo, rudimentale impeto da beatbox travolto da un superbo lavoro di assemblaggio come la colonna sonora di un b-movie suonata in un garage da una big band. Il piano che apre "Slumber Party" e le sue note malinconiche per contro fanno davvero pensare a una versione da sgabuzzino dei Go!Team, ma forse si tratta di autosuggestione, perché poi la cosa evolve in una maxifesta per xilofono e samples ricca di quei coriandoli che la band di Parton/Ninja è diventata troppo seria per utilizzare ancora. Sharon sceglie i campioni e li assembla a mano sul suo registratore a quattro piste, suona tutti gli strumenti a cui riuscite a pensare e non contenta produce anche il disco. Se siete in questo tipo di cose, ne verrete conquistati.

www.cannonballjane.com

Salvatore, 16/06/06


Wolfgang: Not in love (not true) (Hypnote)

Niente di strano che agli inizi degli anni ottanta, fra cognitivismo, robotica e grande industria, la gallina dalle uova d’oro dei discografici d'assalto cambiasse identità. Wolfgang, primo prototipo di robot capace di provare sentimenti umani, fu imbottito dei dati di tutto quanto all’epoca fosse sinonimo di testa della classifica: New Order, Human League ma anche Den Harrow e Taffy. Il suo finanziatore, probabilmente amico di Cecchetto, il magnate dei videogames William Jennings Wellworth lo aveva fortemente voluto (e pagato) per diventare per il synthpop ciò che Moggi è stato per il campionato di calcio italiano. Automatismo e sentimenti, programmazione e vendite: le canzoni composte da Wolfgang avrebbero dovuto conquistare il mondo. Sennonché, potrete ben immaginare, le fredde e avide mani di un tycoon non trasmettono la calda amorosa quiete che genera l’ispirazione. Wolfgang nacque sterile e fece fallire il progetto. Poi non si seppe più niente di nessuno dei due.
Circa venticinque anni dopo, durante le manifestazioni di protesta per impedire la trasformazione in condomini di lusso dell’ex industria elettronica Wellworth organizzata da alcuni giovani attivisti/artisti del circondario Wolfgang fu ritrovato in mezzo a una discarica di monnezza elettronica da uno di loro. Da costui fu nettato e provvisto di batterie nuove. Fu assolutamente impossibile per Wolfgang non innamorarsi e non comporre musica per il suo nuovo padrone dai gusti (concidentalmente) dance. Scrisse centinaia di canzoni come manifestazione di abilità e smargiasseria, e tutte per conquistare il cuore del suo oggetto d’amore. Ma presto Wolfgang iniziò a realizzare le difficoltà intrinseche ad un rapporto talmente promiscuo, prima fra le quali l’impossibilità, per un uomo in carne ed ossa di innamorarsi d'un automa. “Not in love (not true)”, la più toccante e triste composizione di questo folgorante ep d’esordio nasce proprio da una simile desolante epifania. Le altre tre manifestano invece il lato esuberante e compiacente di W., con inclusa una cover degli italiani Lime (e inno gay) "Angel Eyes". Se amate il synthpop di quegli anni, non vi dispiace il vocoder e sapete apprezzare un’idea geniale quando vi ci imbattete, quello di Wolfgang è l’ep giusto per la vostra estate.

www.myspace.com/wolfgangtherobot

Alessandro, 13/06/06


The Hussy's: Napoleon (Fat Cheerleader)

Certe cose succedono così: qualcuno ti segnala una pagina su MySpace, tu la visiti nella confusione di un pomeriggio prefestivo e come sempre parte un pezzo a tradimento. E poi ne ascolti un altro, e un altro ancora, e prima che sia passato un quarto d'ora stai visitando inutilmente ogni negozio di dischi in rete nella speranza che qualcuno baratti quelle canzoni con una transazione della tua carta di credito.
Nel giro di otto canzoni e due EP parimenti splendidi, gli Hussy's hanno visitato più luoghi di quanto facciano tanti loro colleghi in una intera carriera: ska, rock and roll, swing e new wave shakerati con misurate dosi di ritmo, riff scolpiti nel marmo e proterve tastierine electroclash ad aggiungere la necessaria nota danzereccia. Una atipica band di Glasgow che procura dipendenza incurabile, aggravata dai quattro gioielli vivaci ed eleganti di questo nuovo EP, che andiamo ad elencare:
1) "Napoleon" (aggiungete "Dynamite" per capire di che si tratta) è precisa come quei congegni pop studiati a tavolino da produttori svedesi, eppure rigogliosa, spontanea, travolgente. Balla sulla spaziosa base ritmica e costruisce l'attesa di un refrain non abbastanza ruffiano da stancare, il che spiega perché la si ascolta più che volentieri sino allo sfinimento.
2) "Rock Concert" è r&r da cartone animato come quello dei Close-Ups, con lo stesso straniato senso di irrealtà che riveste il suono come una sottile pellicola trasparente: ansimi, cori e scale di basso, sibili di tastiere e un refrain di irridente semplicità ("I've been losing sleep/since I saw you at the rock concert last week").
3) "Friends Reunited" velata di nostalgia dolce, una ballata che al centro si colora di flauti psichedelici tanto inaspettati quanto perfetti.
4) "Marty" è pop-folk sciocchino che esplora i limiti del buon gusto mantenendosene coscienziosamente al di qua, e ricorda tanto le Lush bellissime e futili un attimo prima dell'oblio.

E dopo una simile autopresentazione non servirebbe nemmeno dire che uno dei quattro Hussy's è James McColl dei Supernaturals, la cui scomparsa lamentavo qualche mese fa sul nostro blog. Non è importante quanto l'aggraziato equilibrio di un EP al quale si chiede sempre di più, nonostante secondo ogni logica sia destinato a sciuparsi. Lontano dalle debolezze e fragilità del pop scozzese, la loro proposta è una versione politically correct dei Republica, degli Sleeper, dei Catatonia e di tutte quelle pseudo popband da classifica che offrivano rifugio ai vostri sensi di colpa, ma senza mal di pancia. Non dovrebbero rimanere cosa per pochi. Dico davvero.
Perfetti e sexy come lo erano le Elastica, ma nel tempo e luogo sbagliati.

www.thehussys.com

Salvatore, 11/06/06


The Tidy Ups: Dizzy Heights (Music Is My Girlfriend)

I Tidy Ups sono una band per specialisti twee svedesi, e un coscienzioso riassunto della loro esistenza presupporrebbe troppe conoscenze da parte del lettore: la collocazione della cittadina di Skellefteå, ad esempio, e la musica dei Funday Mornings, stupefacente e giovanissima popband mostratasi al pubblico tre anni or sono e poi subito scomparsa dalla quale i Tidy Ups mutuano un membro (Jenny) oltre a raccogliere l'eredità. C'è poi quell'EP uscito in tiratura limitata nel 2003 del quale in pochi possono parlare, un minihit delizioso come "I Hate Being In Love With Elijah Wood" e una serie di canzoni tenere e sperdute che catturano l'esile essenza di band storiche come Tiger Trap e Heavenly in confezioni di splendido disordine.
Chi ha perso tutto questo può ripartire da zero con il nuovo EP "Dizzy Heights", nel quale tutto sembra succedere per caso ed è invece un consapevole scriglio di arruffati tesori pop, dalle gracili trombe che accompagnano la title-track (come i Lucksmiths in sala prove) sino alla sincerità persino eccessiva di "Death to the Tidy Ups", armonia triste e discendente con samples di archi e accordi elementari che suggerisce di non affezionarsi troppo al quintetto, perseguitato da problemi logistici e geografici. Pop primaverile il cui senso di provvisorietà irrita (perché non si può non pensare a che splendore sarebbe il C86 purissimo di "Lack of nourishments" con arrangiamento e registrazione adeguate) e preserva allo stesso tempo la delicata bellezza di questi quattro pezzi, istintivi come le cose migliori di Pipas e Free Loan Investments. Chi sa fare di meglio?

www.musicismygirlfriend.com

Salvatore, 07/06/06


Emmy The Great : Secret Circus (Fear and Records)

Di folksingers come lei ne nascono poche ogni decennio: magnetica e talentuosa (e sì, bella), occasionale cameriera in un club a Bethnal Green, Emma-Lee Moss da Hong Kong ha appena iniziato a farsi conoscere ma c’è già chi giura che è l'erede naturale di Cat Power. Imprevedibile e sincera al limite della convenienza, Emmy The Great è al tempo stesso autentica esponente anti-folk e figlia legittima della cultura indie londinese; fedele tanto a Kimya Dawson quanto a Regina Spektor, si fa aiutare dall'amico Jeremy Warmsley (affiliato alla ultracool Transgressive Records) per questo sette pollici d'esordio che la conferma sfuggente ad ogni classificazione sommaria. "Secret Circus" è una folk song capace di fare piazza pulita degli stereotipi con un distillato di batteria ed archi che si sovraimprime gradualmente al tessuto acustico e sommerge i goffi acuti di Emmy, diventando silenziosamente complessa eppure immediata e persuasiva al punto di farvi dimenticare tutte le Polly Paulusma del mondo. E chi pensa che sia solo un caso fortunato è invitato ad assaggiare lo stesso stupefacente trattamento attaccare le sparse note di "The Hypnotist’s Son", spigolose radici di conversativa poesia urbana addolcite da archi e xilofono. E' una perla rara Emmy, ostinata ed ossuta come Audrey Hepburn da giovane, tanto brava che si esita a prendere sul serio l'innegabile splendore di questo primo singolo, in cui la ragazzina si concede persino il lusso di una ghost track di sessanta secondi di vocalizzi beachboysiani su una sperduta nota di tastiera alla Half-Handed Cloud. Da innamorarsi. In tour inglese con tilly and The Wall.

www.emmythegreat.com

Salvatore, 05/06/06


Let's Be Honeys : Popsongs For My Poor Self (Yellow Mica)

Chi non crede più alle anime candide dovrebbe farsi un giro sul sito di questo ragazzo, ordinario genio lo-fi che nella propria segreteria telefonica registra cover dei Mt. Eerie e incide di continuo squisite canzoncine per la prima infanzia emotiva da rendere disponibili ai frequentatori del suo sito web. Let's Be Honeys è il moniker di Nils Folke Valdemar da Göteborg, cui Yellow Mica pubblica questa prima raccolta di canzoni, pop songs per il (non così) povero se stesso, ovvero deliziosi acquerelli in bassa fedeltà per tutti gli altri. Trattasi di tweepop dell'ultima onda Svedese: chitarra acustica, tamburello, handclaps ed orecchiabilità estrema, per popsters che vivono compiaciuti del loro stesso mito lacrimoso - andate sul sito e scaricate "Instant Popsong (just add tears)" per verificarlo - ma nelle quali è davvero difficile trovare traccia di artificiosità. D'altra parte il bedroom pop a cui basta aggiungere le lacrime di Let’s be Honeys non ha nulla da nascondere, a cominciare dal dichiarato intento romatico: lui invita nemmeno troppo velatamente a procurarsi il disco dal file sharing – ove non bastassero i pezzi già disponibili sul suo puntotk - e attacca ogni pezzo con una chitarra acustica veloce e felice. Pulita delizia adenoidale per cuori infranti-ma-non-troppo (l'ironica "No Love"), per consapevoli amanti dell'indie ("Pop love"), compendi di filosofia di vita spiccola ("Heartful Of Secrets") con l'innamoramento sempre dietro l’angolo e il sottinteso assunto che alla fine tutto andrà per il meglio, se è vero che ogni cosa della vita può essere descritta da una dolce filastrocca acustica. Ecco, se la musica del buon Nils ha uno scopo è quello di instillare ottimismo istantaneo, solubile, sinanche nella chiusura "No More Two-Chord Lovesongs" (le canzoni le registrerà nel suo cuore, ci informa): una estrema dichiarazione di fiducia nel potere della musica e dell’amore, e la proclamazione dell'irrinunciabilità di entrambi. A trionfare alla fine è il suo straripante talento melodico proposto nudo e candido alla rischiosa distruzione dell’ascolto, senza nemmeno il filtro del comune disincanto di un Jens Lekman. Bisogna ammirarlo anche per questo.
"holy macaroni, I’m in love" (Dr Doom 2).

www.nilsfolkevaldemar.se

Salvatore, 03/06/06


Piano Magic: Incurable (Important Records)

Scrivo questa recensione mentre lo spoglio dei dati elettorali regionali della Sicilia sta per concludersi. "Incurable" dei Piano Magic girava da qualche settimana nella mia playlist ma è giusto che sia oggi ad assurgere nella mia vita a nuovo inno di Mameli. Della musica che dire? Come saprete i Piano Magic, a prescindere da che di volta in volta lo facciano oppure meno, hanno la possibilità di vivere di rendita. Chiunque sia rimasto suggestionato da un loro pezzo in passato ne ha accatastato la discografia fra i feticci e, a prescindere che li si ascolti oppure meno, "rimangono una delle band più interessanti degli ultimi dieci anni". Nei loro dischi c'è sempre almeno un uno percento in più di maniera (un paio di maniere a dire il vero) piuttosto che d'ispirazione, sia che il disco sia bello oppure inutile. Ascoltando "Incurable" (come il precedente) si ha la sensazione che non ci sia niente di davvero vibrante qua dentro. La title track si camuffa formalmente bene ma è poca cosa: il suo abusato basso joy division su batteria elettronica marziale si spreca per una melodia decisamente immemorabile. "I have moved into the shadow" porta meccanicamente a chiedermi perché la tenebrosa Angéle David-Guillou (e con lei Glen Johnson che la plagia) ami così tanto immergersi nell'ombra, farcelo sapere con il piglio di chi elargisca un prezioso dono senza infine decidersi a restarvici una buona volta. Capisco il dover campare, ma sono incline a perdonare tali pose solo in presenza di un'urgenza maggiore di quella che muove i due accordi stantii di synth di un pezzo come questo. Lo strumentale "Giant Mirror To Light Up Village", da parte sua, è costruito su un solo accordo di vitalità e non potrei immaginare qualcosa di più irritantemente supponente. A chi c***o è destinato un pezzo così? Nei film dell'orrore di serie Z girano colonne sonore decisamente meno gratuite di questa. "Lights Come On At 3" termina l'EP. E' il suo maggior merito.

www.piano-magic.co.uk

Alessandro, 01/06/06