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Tender Trap
Language Lessons EP
(Matinèe)
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Come
anticipazione del nuovo album previsto per il 2006, "Talking
Backwards", pezzo trainante di questo EP, è molto
promettente: sfugge alla familiare futilità della band
e si accomoda su un bel crescendo vocale costruito con
grande senso dei tempi ed attenzione alla forma. Persino
gli inserti di keyboards sono insolitamente trattenuti
e svolgono una funzione molto più che cosmetica nell'economia
del pezzo, rischiarato da un delizioso break vocale che
ne anticipa la chiusura. Agli antipodi, la già nota indiepop-hit
sciocchinoelettronica "Ccomo te Llamas?" che pure mantiene
un inspiegabile fascino a diversi mesi dalla sua uscita.
In mezzo - in tutti i sensi - "Unputdownable" e "Friendster"
(il mezzo di comunicazione preferito dagli indiepopper
anglofoni, lo sapevate?), coese e curiosamente trattenute,
quasi jazzate. Beninteso, siamo nel territorio del melodico
spinto, ma la qualità dei pezzi pare notevolmente aumentata
rispetto ai due lavori precedenti di Amelia e soci, cui
evidentemente ha giovato la lunga pausa di riflessione.
Alla batteria Cladia Gonson, già collega di Stiphen Merritt
nei Magnetic Fields.
www.users.globalnet.co.uk/~queenb/tt/ |
The Long Blondes
Separated By Motorways
(679)
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Esce un po' a sopresa
questo sette pollici natalizio per i girovaghi Long
Blondes, sempre più bravi nel rimestare la loro formula..
uhm, no-wave (?) poppizzata (?) dalle vibrazioni della
voce di Kate e resa sempre più magnetica dalla impressionante
presenza scenica della band. Avrete capito che il gruppo
di Sheffield si presta ormai ad ogni interpretazione,
sulla scorta di pezzi invariabilmente straordinari che
attingono con intelligenza dai bassifondi meno frequentati
del pop/rock inglese associandoli ad un'energia senza
fine. Nella fattispecie, le novità principali di "Separated
By Motorways", sorta di road movie al femminile, sono
l'attitudine punk del cantato, l'imponenza quasi hardcore
del basso e le reminiscenze dub degli accordi di chitarra
che emergono minacciosi dai finali di strofa, ma è difficile
razionalizzare un pezzo che prende stomaco e cervello
come questo. Decisamente più rotonda la b-side "Big
Infatuation" che riprende i temi di pop "duro" più cari
alla band (si veda "out of bounds" sul precedente singolo)
e diventa affilata in momenti dedicati, citando "Grease"
e cullandosi beata sulle doti da performer sexy e nevrotica
di Kate. Rischio di ripetermi, quindi sarò breve: i
Long Blondes sono la band più eccitante e talentuosa
partorita da Albione negli ultimi sedici mesi, ancora
criminalmente sottovalutati. Poco male: come ben sapeva
Lester Bangs, potrebbero essere i miei Amon Duul (chissà
se I o II?).
www.thelongblondes.co.uk |
The Pipettes
Dirty Mind
(Memphis Industries) |
C'è
poco da discutere: Memphis Industries ha fatto l'affare
dell'anno mettendo sotto contratto le tre ragazze a
pois; resta da vedere come l'etichetta riuscirà a gestire
la Pipettesmania che monta spontanea nell'Europa del
Nord e già minaccia di renderle antipatiche a molti.
Questo primo singolo mostra evidente volontà di sfruttamento:
due versioni (7" e CDs) con diversi retri (nessuno in
studio), andate praticamente esaurite pochi giorni dopo
l'uscita. Quasi di conseguenza l'ottima "Dirty Mind",
moderno distillato di girl-group ed esposizione del
talenti armonici del trio, esibisce una certa patina
malinconica, come se le tre ragazze si fossero rese
conto che il tempo dei velocissimi singoli su Unpopular
è ormai alle spalle e l'appuntamento con l'album e l'età
adulta non è più rimandabile. Dei retri sparsi sulle
due edizioni non si butta via nulla: nemmeno la spocchiosa
theme song "We Are The Pipettes" in resa live dalle
XFM Sessions, che ripulita dai rumori di fondo esibisce
un tessuto ritmico sin troppo invadente e si mostra
fragilina, ma la cosa migliore è "Because It's Not Love
(But It's Still A Feeling)", riservata all'edizione
in sette pollici: Motown sound lento e sinuoso diluito
in abbondante Northern Soul; la ricetta Pipettes.
www.thepipettes.co.uk
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The Ronelles
Bolt The Doors
(Neon Tetra)
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Fra tutte le possibili
combinazioni presentate dalla scena indipendente Uk
ne mancava giusto una: ed ecco che i Ronelles da Glasgow
arrivano ad occupare la casella dei Beatles meets
The Libertines, che nelle tre canzoni di questo
singolo d'esordio suona molto meno ridicola di quanto
il testo stampato suggerirebbe. Innanzitutto perché
i Beatles in questione sono quelli del biennio 1963-64:
le forme di garage moderno dettate dagli Strokes sono
ripassate in salsa beat, ogni tentazione di coolness
è spazzata via da un costante uptempo e da melodie così
aperte da resentare lo smielato. La title-track è il
classico singolone, con un tiro micidiale che prende
alla gola sin dal primo ascolto, ma la consapevolezza
arriva con "Better in the night", una specie di incrocio
tra "Run for your life" e "Can't Buy Me Love" cantata
dai Kings of Leon. E tutto considerato, la palma del
migliore spetta al terzo pezzo "Turn Around", frullare
di chitarre acustiche degno degli Everly Brothers con
inserti rock'n'roll. Forse perché si capisce che i Ronelles
sono a tanto così dal diventare una band seria: per
il momento danno l'impressione di divertirsi parecchio,
e noi con loro.
www.theronelles.com |
The Young Untold
s/t EP
(Yellow Mica) |
Il progetto del Boyracer
part-time Ara Hacopian (anche con Castaway Stones e
The Saturday People) si arricchisce dei due Boyracer
a tempo pieno - Stew e Jen, chi altri? - per cinque
pezzi di pop/punk frenetico che affonda le radici in
egual misura in influenze 60/70 procedenti in linea
diretta dai Kinks ai Jam e nella new-wave inglese di
fine anni 70: in "Chicken in a Basket" par quasi di
ascoltare gli XTC di Science Fiction, anche per il nevrotico
cantato di Ara, che caratterizza tutti e cinque i pezzi
dell'EP. A differenza dei due coniugi colleghi, gli
Young Untold mantengono sempre un buon fuoco melodico,
aiutati da una sezione ritmica che non perde un colpo.
Il brano più solido del lotto è la conclusiva "Persistence",
stomper costruito su un bel muro di chitarre, ma quello
che si apprezza di più è una cover appena sgangherata
di "Someone to Share My Life With" dei TVP, con una
tremolante linea di synth ed un destabilizzante coretto
delle due indiepopstars ospiti. Sullo scaffale di fianco
alla discografia dei Boyracer, sempre che ci sia ancora
spazio.
http://www.myspace.com/theyounguntold
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Boyracer
It's not true grit, it's real
dirt
(Yellow Mica) |
Evidentemente a Stew
e Jen avanzava una mezz'ora di tempo, proficuamente
impiegata nella registrazione di questo sette pollici
inizialmente destinato all'etichetta Popgun e poi diviso
fra quattro diverse labels sparse per il globo. Esercizio
di stile composto da quattro pezzi ognuno proposto in
doppia versione - elettrica ed acustica - che consente
a Jen Turrell di fare finalmente presenza anche dietro
al microfono. Bella in entrambe le vesti la cover di
"It's Love" delle Softies, prima accarezzata
dalla voce di Jen molto vicina all'originale e subito
dopo grattuggiata per bene dalla chitarra del marito
in una versione un po' arruffata ma di grande impatto.
Nei tre brani originali, l'esperimento della doppia
versione aiuta a differenziare la sostanza Boyracer
- più che mai frenetica nella versione dura
di "Careful What You Wish For" - ma mette
a nudo una certa precipitazione compositiva e una registrazione
a dir poco fallace della quale soffrono soprattutto
i pezzi cantati da Stew, la cui voce è particolarmente
fuori fase. Un Ep che conferma il ritrovato focus della
coppia sull'oggetto canzone dopo l'ottimo "Insults
and Insights", ma che nondimeno è riuscito
solo a metà: a voi decidere quale delle due sia
migliore.
E nel frattempo, sarà il caso di cominciare a
fare posto alla prossima antologia dei Boyracer, annunciata
per il 2006 (due CD, sessantasette pezzi, ma avanza
ancora un quarto d'ora). Impagabili.
www.indiepages.com/boyracer
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The Research
The Way You Used To Smile
(At Large)
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Ancora non mi spiego
come riescano i Research a suonare musica pop: le loro
tessiture minimali di tastiere e batteria elettronica
sono così fragili che se ne vede lo scheletro ed ogni
canzone rischia di crollare sotto il suo stesso peso,
un fattore aggravato dallo squittio della voce in questa
"The Way You Used to Smile", che chiude in cantina il
nostro amico Russell e le sue due compagne. Circondato
da un insistente giro di tastiere e un ritmo talmente
stabile da farsi ossessivo, Russell canta una perfetta
canzone di perdita senza rinunciare alle consuete stramberie
(incipit: "I want you to know I cried/beneath my
baseball cap") mentre le due ragazze si dedicano
a ghirigori e "la-lla-la" sul coro; tutto si incolla
presto alle orecchie come deve fare ogni buon singolo,
nonostante la manifesta imperfezione. Perché quando
non urlano (come nell'esordio "She's not Leaving"),
i Research appaiono smarriti nel loro fragile romanticismo,
un aspetto al tempo stesso disturbante e tenero. Sul
retro, "The Hard Times" imita il barrito di un elefante
elettronico e si illumina su un refrain insospettabilmente
melodico, ma son meglio le due B sides offerte dal vinile
(verde), piene di promesse: In "I made a promise" basso
e batteria riescono a costruire una sorta di tessuto
acustico folkeggiante sul quale si accomodano Sarah
e Georgia con media grazia, "Hey! Tornado" è una specie
di pazzia minimalista a giri irregolari che tentenna
sulla voce di Russell e rinnova la poetica triste dei
Research delle B-sides, praticamente una band parallela
a quella ufficiale.
www.theresearchgopop.com
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Mutt Ramon
The Colin Backwards EP
(Autoprodotto) |
C'è un altro animaletto
carino in copertina, ma stavolta Mutt Ramon fanno sul
serio. Se del primo EP era piaciuto l'approccio decisamente
sopra le righe a una materia elettropop sufficientemente
morbida, nei tre pezzi di questo seguito si respira
aria nuova: una relativa lucidata al sound, la testa
a posto et voilà, i Mancuniani trovano posto nella nicchia
di indiepop revivalista che guarda all'elettronica anni
80 con smanie di aggiornamento. Se le canzoni sono ancora
infettive come nell'esordio, l'espressione musicale
e del cantato si mostra composta e persino un po' affettata,
tanto da far sembrare "nornale" anche un pezzo vagabondo
come "The Dog Song", pencolante di basso su una bella
sequenza di accordi in tastiera Casio, e in verità ancora
un po' fuori di testa. La componente elettronica più
che mai prevalente si accompagna ad una naturale ricerca
armonica, ora non più sopraffatta da cacofonie varie:
tutti e tre i pezzi scivolano via piacevoli grazie ad
un'infallibile qualità melodica e ci augiriamo che procurino
ogni fortuna alla band, qui alla sua prima uscita ufficiale.
Prima erano soprattutto simpatici: che siano diventati
anche bravi? Di corsa sul sito a comprare l'EP.
www.muttramon.com |
My Enemy
Roo EP/Khreis
(Yellow Mica/Vapen & Godis) |
Dopo
il fulminante esordio "Elil", i My Enemy confermano
lo splendore dell loro timido talento con una replica
che evidenzia le influenze elettroniche del terzetto
enumerando quattro pezzi di chiara matrice electropop.
Certo, la consegna vocale è ancora completamente pop,
con la voce femminile assecondata da tastiere che simulano
tremolii: "My Time Coming" in mano ai Le Sport sarebbe
stato un inno stupidino all'elettropop anni 80 e qui
invece ha un sottofondo triste che rimbomba in ogni
beat e lo gonfia di malinconia, un po' come le cose
elettroniche dei Pipas. Lenta, a dispetto delle apparenze,
goffa e tenera come una ragazza un po' sovrappeso che
osservi triste gli amici ballare in pista. "Khreis"
offre lo stesso mix di velocità, stavolta con un refrain
quasi Bananarama, in improvvisa e entusiasta accelerazione;
un bell'esercizio di nascosto citazionismo eighties
come "Catch One Word", in cui la melodia (la voce) è
sommersa da cascate di tastiere lofi che presto eruttano
in sbarazzini punteggi di elettronica da gioco, prima
che "Bothers Me" si dedichi a pigre riflessioni notturne,
un po' discosta dal resto del programma.
La peculiarità dei My Enemy, riscontrabile anche in
buona parte del pop elettronico Svedese di questi tempi,
è la trasposizione in ambito indie delle istanze pop
commerciali, rese improvvisamente benevole ed accettabili,
una sorta di lavacro del pop più becero messo in gioco
nell'inventiva senza fine e nella capacità di recupero
della scena swedish. Ma qui c'è di più: la malinconia
del terzetto è un elemento che destabilizza le strutture
elettroniche rendendole umane ed incerte e mille volte
più preziose, riscaldando il freddo svedese con un po'
di umana compassione.
A corredo dell'EP, Vapen&Godis pubblica "Kreis", raccolta
di selettivi remix da "Roo", quasi ad estrinsecarne
ulteriormente le voglie elettroniche. C'è la title track
in originale più un remix selvaggio da pista a cura
Tommy Eld (non chiedetemi chi sia, la conoscenza della
scena DJ svedese mi è preclusa) e tre di "My Time Coming"
che ne esaltano il dub nascosto nel DNA senza cancellarne
totalmente il devastante refrain, proposto persino in
versione Shoegaze come un brano dei My Bloody Valentine
in cattività. Nulla di trascendentale, ma il gioiello
c'è, e sta in coda: una appropriatissima cover di "Cambodia"
di Kim Wilde, che dichiara infine l'amore per gli eighties
ed è consistente, realistica, pestona e malvestita come
si addice a un pezzo My Enemy. Sono grandi.
www.myenemy.tk |
Hell on Wheels
New Chemicals EP
(Kirsten's Postcard) |
Dal
sito di Hell on Wheels: "The very nice, new italian
netlabel Kirsten's Postcard have released an EP with us.
It's called "New chemicals". Ed è, aggiungiamo noi,
ascoltabile dal sito di Kirsten's.
"Heard you on the radio" è una canzone tratta dall'album
a venire e inaugura il mini. È una gemma: piacevolissimo
turbillion emotivo dal ritornello agganciatore contornato
da una limpida linea di chitarra, cori misti e tamburi.
A seguire "The soda", ripresentata in un'originaria versione
popfolk.
La prima delle due cover in programma è poi la
pixiesiana "holiday song" tratta dal demotape rivelatore
"Come on Pilgrim", eternamente condannato a gregario nella
ristampa di "Surfer Rosa". Vi troverete attraenti inquiete
chimiche: pulsazioni ritmiche e una cupa linea
melodica (quasi da pedal steel) e voci monocordi, come
in trance. L'ultimo pezzo è un'altra cover , un'irriconoscibile
e straniante "The logical song", nientemeno che il famoso
ingombrante brano dei Supertramp.
Hell On Wheels individuano il lato oscuro del brano originale
che amo (alla follia., come tutto Breakfast In America),
il suo cono d'ombra, percossa da distorsioni di chitarra,
percussioni, voci infauste e perseguitate. Qui Hell On
Wheels si trasformano nei Trumans Water.
Definiamo quest'ultimo brano esperimento non ineccepibile:
trattandosi "The logical song"di pura, ineccepibile forma,
estasi d'estetica, altalena tra liriche e melodia, alterandosi
e macchiandosi di pece a tal punto smarrisce il senso.
[F]
www.hellonwheels.nu
www.kirstenspostcard.com |
Strays Don't Sleep
Love don't owe you anything
(One Little Indian)
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Apprezzati
protagonisti della scena alt.country USA, Matthew Ryan
e Neilson Hubbard hanno unito gli sforzi sotto il tetto
comune degli Strays Don't Sleep, che incrociano l'Americana
al pop noir dei Coldplay associando al tutto un marcato
piglio teatrale intensificato dall'istrionismo delle
voci. La title-track di questo singolo è folk trasfigurato
in forme dark/pop al quale manca un vero sbocco melodico,
e così la band sceglie la via della drammatizzazione
di un refrain che presto diventa più pesante dell'aria
e potrebbe persino ambire alle charts. "You Belong to
me" è una ballad atipica, battuta lentissima e rilassata
dal sapore classico, specie nella chiusura del refrain
e in certe deviazioni melodiche: ma è una cover di Patsy
Cline, e allora la cosa davvero strana diventa la rarefazione
di strofe che negano quasi la melodia, asciugandola
al buio. Chiude il lavoro una irriconoscibile cover
di "Stay" dei Blue Nile (band la cui passione comune
che ha portato i due a formare la band, o così racconta
la cartella stampa), inspiegabilmente svuotata del suo
pathos, che era poi la sola cosa buona del pezzo ("stay
- and I will understand you", avete presente?).
Qui ci sono percussioni da cavalleria, eccessive a dir
poco. Un po' smarrita la tenerezza del precedente "Pretty
Girl", questo EP vede una versione più più patinata
della band in preparazione dell'album "The Stray", dal
quale è comunque lecito attendersi grandi cose data
la caratura dei nomi coinvolti.
www.straysdontsleep.com
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This Year's Model
Greetings from This Year's Model
(Marsh-Marigold)
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Ovvero Niklas Gustafsson
degli Higher Elevations accompagnato da qualche amico,
tra cui la deliziosa Ylva Lindbergh/Friday Bridge alla
quale l'etichetta di Niklas si accinge a pubblicare
l'album d'esordio. Resta evidente sui quattro pezzi
qui presenti l'impronta dell'indie-rock muscolare degli
Higher Elevations, dei quali però manca abbastanza curiosamente
il senso melodico, presente in una forma grezza ed involuta.
E pertanto sfugge il senso di questa produzione in opposizione
agli HE: si diversifica giusto "The Postcard", con la
sua andatura anomala e vagamente romantica e un inserto
vocale francese trés charmant di Friday Bridge
che è anche l'unico apporto evidente della ragazza a
questo disco. Il resto non riesce a coagulare attorno
a questa intuizione un autentico EP: qualche incerto
eco di Americana ("Mid-Feb") e il power-pop della casa
madre spuntano fuori in maniera abbastanza confusa,
ma senza lasciare tracce evidenti. Non a caso a sollevarsi
dalla media è l'energetica "A Place That's Real", sospesa
fra Beat e olio solare con le chitarre a ricordare il
power-pop australiano, che resta la cosa che Niklas
sa fare meglio.
www.thisyearsmodel.co.uk
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Salvatore,
Fabio
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