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Tears in X-Ray Eyes
Don't Be So Beautiful
(Test Tube)
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Sono in molti a scommettere sul futuro dei londinesi Tears in X-Ray Eyes, progetto solista di Tim Closs evoluto negli anni in una sorta di band, nonostante il debutto "Half-Life" (2002) non abbia scomodato lodi eccessive. A giudicare da "Don't Be So Beautiful", le cose potrebbero presto cambiare: la materia prima è quella che è (una ballad mediamente desolata) ma Closs se ne appropria con facilità estrema, trapuntandola di tastierine natalizie, archi ad effetto drammatico e semplici beat che la ancorano ad una dimensione terrena e sofferta quantomai efficace. Perfetta per struggersi in una giornata uggiosa dopo una telefonata storta con il partner, con ogni accordo che invita a lasciarsi andare alle lacrime: un po' ruffiana, ma di grande effetto. Sul lato B, la strumentale "The Way We Live Now" la bissa in tristezza se non in magnificienza e completa al meglio un ottimo viatico per l'album omonimo, che si annuncia da non perdere. Vengono subito in mente i Montgolfier Brothers, con una vocazione decisamente più pop, e scusate se è poco.
www.tearsinxrayeyes.com
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M Craft
Emily Snow 7"
(679 Recordings)
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M
Craft è un sogno indiepop doventato realtà. La piccola
679 porge tre meravigliose canzoni che sono come tre
outtakes del compianto Elliott Smith registrate di nascosto
ad un party in piscina. La title-track è un piccolo
capolavoro di pop bossato, sofficemente saltellante
su lievi accordi jazz, spazzole, battimani e cori di
zucchero e invita all'ammirazione con un bicchiere vuoto
in mano e uno sguardo ebete dipinto in volto. Canzone
pop formata e inafferrabile, affine allo spirito retro
di Gentle Waves e memorabilia simile, la si direbbe
troppo carina per essere vera eppure è proprio lì, che
ammicca e muove i fianchi incurante del passare del
tempo. La meraviglia è duplicata dalla conclusiva "Dragon
Fly" che doppia le voci su un singolo giro di chitarra
e riesce nell'impresa di incantare con pochissima materia
prima, mentre "Sweets", con la voce di Sarah Cartwright
sullo sfondo, prova a complicare le cose senza diventare
mai più difficile di un episodio della Famiglia Bradford,
affastellando discordanze con graziosa tenacia; tutto
così bello che vien quasi da chiedersi dove stia l'inganno
Splendido, splendido singolo per notti insonni e pomeriggi
d'autunno. Credo di essere innamorato.
www.musicforears.com
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Love is All
Spinning and Scratching
(Philosophy Of The World)
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Quest'anno i Love is All di Gothemburg se la giocano con i Bearsuit per il titolo di gruppo più adorabile - e meno descrivibile - del mondo. Il sette pollici di cui andiamo a parlare (si noti il nome dell'etichetta) ad esempio è roba da applausi per una lunga serie di motivi: l'enorme copertina apribile, la registrazione a volume minimo che fa tanto bassa fedeltà, l'enorme eco che cattura i suoni, l'atmosfera amatoriale che circonda il tutto e soprattutto per i tre pezzi che racchiude, un concentrato ipervitaminico di new wave e pop evoluto che dà l'impressione di fingere beata incoscienza giocando con le proprie radici e alla fine non si capisce se ci è o ci fa. Stessa miscela dei già citati Bearsuit, e ditemi voi se la strepitosa "Make Out. Fall Out. Make Up" non potrebbe essere uscita dalla penna dei Norwichiani: sassofoni nascosti sotto uno strato di chitarre acute, tastierozze hard quasi in stile Ladytron e un bianchissimo coro che scandisce sillabe all'unisono. Dei tre pezzi qui racchiusi è il migliore, riuscendo a superare anche la notevole "Spinning and Scratching", sorta di incrocio tra le Slits, Lora Logic e un'orchestrina jazz da angolo di strada che alla Rough Trade hanno addirittura incluso nella prossima compilation indiepoppica, evidentemente travolti da questa sanissima vena di follia svedese. Inspiegabili, ma fa-vo-lo-si.
www.loveisall.tk
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Ari Up
True Warrior
(For Us Records)
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E
dato che si è parlato di Slits, usciamo un istante dal
nostro orticello per dare un'occhiata a questo sette
pollici di Ari Up/Ariane (Arianna Forster se vi piacciono
i nomi completi), che del gruppo londinese fu fondatrice
- a soli 14 anni! -, voce e forza centripeta. I successivi
passi solisti non sono sin qui stati memorabili ma questo
True Warrior 7" è tutta un'altra cosa, in virtù del
fatto che i due pezzi sono stati scritti da/con le Slits
a cavallo del meraviglioso "Cut" e dell'enigmatico secondo
album. Ciò che più conta però è che siano stati registrati
con la massima fedeltà alle idee originarie, e così
sembra davvero di ascoltare le Slits predatanti Return
of The Giants Slits, compresa la fatale infatuazione
per i ritmi giamaicani. Il reggae primitivo di "True
Warrior" fa un po' impressione, ma soprattutto tanta
tenerezza, e si può ballare dondolando la testa e chiudendo
gli occhi. Ma la vera chicca è "I'm Allergic" che mischia
chitarroni più aggressivi della media punk slitsiana
e dub con il piglio dei bei tempi. Certo, "Typical Girls"
resta su un altro pianeta, ma di tutti i recuperi possibili
in questi tempi di continuo riciclo, questo è uno dei
più graditi e meglio riusciti.
www.ari-up.com
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Comanche
First Cut Classic/You don't I
(White Noise) |
Gli anni Ottanta sono revival? Forse ne siamo ancora dentro. La risposta che il singolo degli svedesi Comanche suggerisce è propensa all'immanenza: non solo ci siamo dentro, ma anche ci saremo, e lo schema col quale hanno riempito il vuoto ci è rimasto in eredità e non se ne andrà più via.
Davvero l'ascolto di questo "doppio lato A" (enunciazione furbetta per dire che non esiste un pezzo da privilegiare nel radio airplay) suggerisce che il rischio che sbuchi un giovane Linus dopo la sigla di Taffy è palese. E questi due ragazzi di Malmoe "ci stanno dentro", come si diceva in quei tempi: in due tracce -poche come sempre per trarre conclusioni affrettate, ma è il nostro sporco mestiere e qualcuno lo dovrà pur fare- Fredrik e Niklas si iscrivono al registro del pop portando in dote tutti gli stilemi tipici di quanto si muove lassù, in quel paradiso perduto di microetichette (qualcuna un po' più grande, come Labrador), dove gira la leggenda che per ogni band esordiente nei club o nei basement ci sia un a&r da Londra pronto a far firmare contratti. Un'aria che in Italia si dice non spirerà mai, al pari di altre conquiste e issues peculiari nei popoli nordici.
"First cut classic" rimastica il synthpop partendo con una cassa che si fa nitida e inserendo a seguire la classica voce impersonale, e una chitarra usata come un campionamento: ricorda da molto vicino qualcosa di indefinito fra Visage, Human League e sottoprodotti da classifica d'un temps, ma anche sviluppi patrii come i danzerini Melody Club e i labradoriani Tribeca. In pratica, un innocuo hit da apertura di discoteca retrò...
Appena più complessa è la tessitura di "You don't I", il cui start è mutuato dai concittadini (nostri amatissimi) Radio Dept. e lo sforzo per collocarsi 'fuori dal tempo' (cit.!) è più apprezzabile, anche se aleggiano i New Order ovunque. Può dirsi una buona base su cui lavorare, in anni di (declino dell') elettroclash, ma non sarebbe disdicevole aggiungere strumentazione e convinzione...[E]
www.comancheband.tk |
Harry Hunks
Revolutions From Pink to Pale EP
(Marsu on Paras) |
Membri dell'aristocratico collettivo indiepop Marsu on Paras insieme ai connazionali Ultrasport e Red Carpet, i finlandesi Harry Hunks suonano pop umbratile a bassa velocità, ingentilito oltre misura dagli interventi di un sottilissimo Rhodes. I cinque pezzi di questo EP stanno fra la timida leggerezza dei Belle and Sebastian e gli impetuosi crescendo dei Low, conditi però da un candore melodico tutto scandinavo.
"The guy who makes horses run and the frogs fly" e "Let's Not Go To Vienna", in testa e in coda, sono trapunte di tastierine così esili che il pur gentile cantato di Matti Erasaari rischia di apparire troppo ruvido, e fungono da perfetta cornice alla stagione fredda grazie al caldo contributo del violoncello: gli Harry Hunks indossano le proprie fragilità, accennano a timidissme storie d'amore con ragazzi che arrossiscono sorridendo e non disdegnano un minimo di analisi sociale sullo Stato della Nazione (cfr. "we saw the revolution fade from red to pink" nella folkeggiante "Snooze Alarm"), ma non sempre trasformano queste intuizioni in canzoni finite come gli artisti a cui s'ispirano. Che "Revolutions..." sia lo stesso un gran bel disco va a loro merito.
harryhunks.cjb.net |
The Fairies Band/The Vichy Government
Filthy Little Angels EP3
(Filthy Little Angels) |
Ci
perdonerete se ci siamo persi i primi due EP di questa
neonata ed agguerrita etichetta con base transoceanica,
intenta a pubblicare singoli di estremo fascino. La scusa
è che l'indiepop c'entra marginalmente, sebbene l'etica
diy e l'irresistibile allure che questi 7" a prevalenza
femminile emanano esercitino un'attrazione troppo forte
per resistere a lungo. Approfittiamo quindi della presenza
su questo terzo capitolo dalla serie dei Vichy Government,
duo popelettronico di Belfast il cui biondo cantante (Jamie
Manners) ama indossare gonne eleganti e declamare testi
in prosa sulle quiete basi Casio del suo socio Andrew
Chilton. "The Immortals" e "Oliver Cromwell in Weimar
Berlin" sono due furbate smart and peculiar che
ammiccano all'intelligentia indie mentre la deridono alle
spalle. Pensate agli Arab Strap degli esordi che raccontano
barzellette con in sottofondo la colonna sonora di un
gioco del NES: divertenti, ma come si dice in Inghilterra
troppo intelligenti per il loro stesso bene. L'altro lato
ospita quattro ragazze londinesi note come Fairies Band,
che nonostante affermino di essere cresciute a Leamington
Spa (vedi), devono aver traslocato presto, a giudicare
dal punk-blues di "Pink Socks Rock" appropriatamente sottotitolata
"(fuck my hole)" e dall'acustica "Colonel Bright" che
spinge ancor di più sull'impronta bluesy e ricorda il
lato peggiore delle Hole. E noi spingiamo oltre.
www.filthylittleangels.com
vichy.verot.net
www.thefairies.tk |
The Close-Ups
I'm on my way
(Northern Round Square)
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Oh, finalmente un normalissimo gruppo indiepop. Di quelli che si ispirano agli Archies, che si fanno raffigurare da disegnini so cute, hanno la canonica e deliziosa voce femminile più tastierine gentili e anni 60. La cantante dei Close-Ups, Abby Kirkella (magari sarà inventato, ma non è un nome delizioso?) si definisce "pop's prettiest understatement", sogna di uscire con Alex dei Franz Ferdinand e ha il poster di Vanessa Paradis in camera, ma poi rende "I'm On My Way" un infettivo esercizio di pop incerto su tre gambe che zoppica giusto il tempo per farsi abbracciare: gentile party song al limone candito per un ballo delle superiori coi genitori sull'uscio, swingante con spigliata nonchalance. Il retro "Feigning Indifference" poi sfida ogni descrizione: un accenno folk interpretato con la medesima disarmante incoscienza della title-track, così pieno di bassi che alla fine sembra una via di mezzo tra una nenia giapponese e i Fairport Convention ubriachi. Forse non tutto è immediato come sembra, i Close-Ups appaiono in verità un gruppo twee consapevole ed evoluto, ma non si sa ancora bene evoluto in cosa. In attesa di scoprirlo, è bello vedere che l'immaginario cartoonesco non rimarrà esclusiva degli Aqua.
www.theclose-ups.com |
Treeball/Aaron Booth
Intercontinental Pop Exchange Vol.4
(Endearing)
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La
Finlandia è terra da colonizzare per Nick Triani, americanissimo
ex leader dei Supermodel che una volta approdato ad Helsinki
ha messo insieme gli assai poco scandinavi Treeball. La
matrice a stelle e strisce è evidente sia nelle frequenti
deviazioni delle linee melodiche che nelle progressioni
vocali: Triani ibrida melodie di scura malinconia con
il pop/rock sbilenco del college e li assembla in agrodolci
duetti uomo/donna che purtroppo non sempre sanno offrire
le dovute variazioni sul tema. L'iniziale "Not Happy Now"
ricorda i Blake Babies nelle tortuose sovrapposizioni
vocali ma si risolve in una ballad un po' fiacca, e tutto
il lavoro si accende ad intermittenza sino al sorprendente
power-pop di "Friday Night", bel concentrato di energia
per chitarre e tastiere che scomoda i Big Star.
L'altro ospite di questo quarto volume è l'occhialuto folksinger canadese Aaron Booth, un Jeff Tweedy spostato a sinistra. I Wilco di "Summerteeth" sono il riferimento per questi quattro pezzi, che attingono al serbatoio dell'Americana e del pop più classico con un calore talmente familiare da strappare il sorriso. Canzoni senza doppio fondo, che mostrano ora in trasparenza ("Steal My Heart") ora in evidenza ("Stay") la matrice alt.country, e sfociano in una protest song alla Phil Ochs/Billy Bragg come l'intima "The Many Leads The One". Un po' fuori strada, ma notevole. Decisamente alla Endearing sanno sempre dove andare a pescare.
www.treeball.com
www.aaronboothmusic.com
www.endearing.com
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Spearmint/Novillero
Intercontinental Pop Exchange Vol.5
(Endearing)
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 Certo non c'è bisogno di presentare - non questo mese - gli adorati Spearmint, che hanno appena fatto pulizia nel repertorio di b-sides e subito ne aggiungono un altro paio, tanto per gradire. E' brutto ripetersi, quindi saremo brevi: "Thomas" e "Girls With Guitars" ribadiscono sia l'entusiasmo strumentale degli ultimi Spearmint che l'ispirazione lirica del loro leader. Il primo è uno splendido crescendo di chitarre soul sui piccoli dolori e sugli intrecci amorosi dell'adolescenza che non avrebbe sfigurato su "A Different Lifetime", la seconda un'affilata e sporca satira su mode ed eccessi del rock. Sarà la pulitissima voce di Shirley, l'ordinata genialità delle loro melodie, i testi come al solito una spanna sopra la media, fatto sta che anche in due evidenti scarti come questi gli Spearmint sembrano eccezionali. "The Beautiful Things" e "A Happy Ending" sono tratte da "A Leopard" al quale vi rimando.
Da Winnipeg, Canada, arriva il big pop/rock dei Novillero: roba d'altri tempi, condita di fiati e gonfiata secondo dettami seventies con precise influenze mod. Ma - sorpresa - i Novillero fanno il tutto nella maniera meno scontata possibile. Se "The Hypothesist" va prevedibilmente fuori dai confini con fiati e chitarroni eccessivi, piace lo slalom ad alta velocità fra i paletti powerpop di "The art of carrying on" ma soprattutto la ballata rigonfia e sghemba di melodismo "The Rules", che profuma di Emitt Rhodes e spirito pop. E che porta al numero di quattro i pezzi favolosi di questo quinto volume di IPX.
www.spearmint.net
www.novillero.net
www.endearing.com
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The Hidden Cameras
I Believe in the Good of Life
(Rough Trade)
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Il
pur valido "Mississauga Goddamn" non è riuscito a rubare
la scena al meraviglioso esordio degli Hidden Cameras,
e il fatto che fosse nella logica delle cose non ci rincuora.
Oltre a frequentare con troppa assiduità gli stessi temi
di "The Smell of Our Own", mi pare che il nuovo lavoro
di Gibb soffra seriamente dell'impossibilità di catturare
su disco il dinamismo (sonoro e fisico) della band. "I
believe in the good of life" è sintomo serio: l'incipit
è quello di "Ban Marriage", la canzone ha il merito di
trasformare strofe non facilissime in gustoso tormentone,
ma manca un po' dell'entusiasmo che il gruppo vorrebbe
trasmettere, sepolto dal tentativo di amalgamare con efficacia
nel mix il gran dispendio di strumenti in studio. Considerazioni
valide anche per la prima delle due B-Sides ("High Above
The Church Grounds"), che recupera la stramba dimensione
chiesastica degli Hidden Cameras ma rimane distante e
infestata da echi; va meglio a "Steal All You Can Motherfucker"
che finalmente si lascia un po' andare, fa buon uso di
un glockenspiel e risalta per allegria oltre che per eclettismo.
Ma sia chiaro, gli HC rimangono una delle band migliori
e più originali in circolazione. Molto gradevole il video
della title-track, di taglio cinematografico, con un gruppo
di travestiti graffitari e borseggiatori alle prese con
la giustizia.
www.thehiddencameras.com
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Bloc Party
Helicopter
(Wichita)
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Un
attento studio delle parti più agitate di Strokes e Franz
Ferdinand è valso ai Bloc Party (di Londra anche loro)
un prezioso contratto con la Wichita. E sebbene posseggano
tutti gli elementi della popband costruita, dall'ipertrofia
chitarristica a un cantante che di nome fa Kele Okereke,
i ragazzi colgono in "Helicopter" un rocker in grado di
farvi agitare per una manciata di minuti, e fors'anche
alzare il volume dell'autoradio. Ma poi la tamarraggine
ha il sopravvento e gli ascoltatori più attenti ricorderanno
che "Evil Eye" degli Ash in fondo era addirittura meglio.
Insomma, si sa sempre cosa aspettarsi dalla nuova sensazionale
novità di NME, che per la band scomoda la sempreverde
definizione di "art rock" (ma dove?). Sulla scia di Razorlight,
Rapture e delle band sopra nonimate, i Bloc Party procedono
con poca originalità e un discreto tiro anche nella b-side
"Always New Depths" e nel fiacco remix di "Tulips". Al
giorno d'oggi sembra che basti.
www.blocparty.com
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Salvatore
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