Tales of Jenny
The Ferg
Sessions
(Autoprodotto) |
AAA
etichetta (ricca) cercasi. I Tales of Jenny da York sono
uno dei gruppi più chiacchierati della comunità
twee, sulla bocca di tutti senza nemmeno aver pubblicato
un singolo. E proprio questo è il nodo, perché
la band ha cessato di esistere poco dopo aver registrato
queste sette canzoni nell'estate del 2004, disperdendosi
poi ai quattro angoli dell'Inghilterra ad inseguire arcobaleni.
Avvisano che solo un contratto discografico potrebbe convincerli
a mollare il lavoro e riportarli insieme , e tanto basta
ad infiammare la fantasia delle mailing list di mezzo
mondo. D'altra parte non si capisce come un'etichetta
degna di questo nome possa lasciarsi sfuggire un gruppo
capace di mettere in fila sette canzoni di siffatta qualità:
indiepop jangly e melodico nato dai giorni di gloria
del C86, per stessa ammissione del quintetto. Tra
i punti di riferimento, in bella vista Billy Bragg ("Trotsky
of Our Time"), Talulah Gosh ("Prague Spring")
e Television Personalities ("Eye for Ivy"),
dosati e contaminati con tanta furbizia che rimescolando
i titoli delle canzoni tra parentesi il risultato non
cambia. Cristallizzati in una visione romantica e piovosa
dell'indiepop, i Tales of Jenny mostrano di aver
studiato a meraviglia le fonti: "Tuesday Girl"
profuma di colazione appena servita in casa Sarah, "Other
Boys" è uno di quei goffi e dolci scimmiottamenti
sixties che all'indiepop inglese sono sempre riusciti
benissimo, e a concludere il tutto ci sta un pezzo disteso
e pastorale come "Reading Oscar Wilde In Public",
bellissima esibizione di armonie vocali in penombra. Fragili
come si conviene al genere, i pezzi delle Ferge Session
forse sembrano così belli perché odorano
di occasioni perdute, o forse lo sono davvero, ma la cosa
non ha molta importanza. Non fosse materiale da favole,
alla Virgin diminuirebbero il cachet dei Coldplay per
dar loro (e a noi) una chance. www.talesofjenny.co.uk
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Hacia Dos Veranos
Fragmentos de una tarde somnolienta
(Autoprodotto) |
Argentini
e squillanti (l'aggettivo "argentino" non indica
solo la provenienza, insomma) gli Hacia dos veranos sono
una splendida sorpresa che basta andare a far una visita
al loro sito per far vostra. I tre pezzi di quello che
considereremo qui il loro singolo d'esordio sono assolutamente
entusiasmanti nonché prettamente strumentali; suonano
come se i Clientele divenissero uno strano ibrido di post-rock
e progressive. Batteria, basso e chitarra, tutti e tre
straordinari, intrecciati lussureggiantemente creano un
effetto riempimento maggiore di quello di un'orchestra
intera. Neppure un passaggio qui è gratuito e la
tensione creativa è sempre altissima. L'unica paura
possibile è che nessun possibile lp possa mai pareggiare
l'insinuante magia di "Preludio" e "Sueño"..
nondimeno noi abbiamo il dovere e il diritto di crederci.
Intanto andate subito a scaricare quello che senza troppi
dubbi sarà il mio singolo preferito di quest'anno
spilorcio. Un questione di tocco, d'intento, di alchimia.
Anche in possesso dei migliori requisisti spesso non si
arriva a simili altezze. Straordinario, non ho altre parole.
[A] www.haciadosveranos.com.ar
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Happy Go Lucky
The Snowball
Parade
(Bedroom Recordings ) |
Ne
avevamo lodato il singolo d'esordio parecchi mesi fa,
ma anche allora era difficile prevedere un simile salto
di qualità per Jan Lundgren/Happy Go Lucky, che
infine irrobustisce (si fa per dire) il suo pop acustico
aumentando la frequenza delle sottilissime venature elettroniche
già ammirate in "The Pet Rescue" su BKS.
"Cuomo" è una piccola e raccolta meraviglia
popelettronica, sussurrata su soffici basi sintetiche
con un riff di tastiere ad integrare veloci immagini eighties,
i Notwist in versione ultramorbida. La title track oppone
tessuti elettronici a temperatura variabile sui quali
si impone la struttura chitarra-voce del nostro in guise
pop tradizionali, e seguono altre caramelle di velocità
instabile, sempre graziate da un gusto melodico che percorre
autostrade sixties ("Save Heaven #2").<br>
Con The Snowball Parade Lundgren scava nell'intimismo
tutto swedish che ben conosciamo, presentando una sequenza
ininterrotta di ricordi con l'inverno sullo sfondo, senza
tracurare riferimenti circolari (Friday Bridge disegna
la copertina dell'EP, come recita la prima strofa di "Cuomo").
Immagini di inverno sovrapposte a memorie estive, elettronica
e chitarre che si alternano a scolpire bellissime strutture
di ghiaccio. Glitches non-intenzionali, in nuce, di quelli
che si possono giusto produrre in camera da letto, e Happy
Go Lucky è esattamente un piccolo genio casalingo,
che chiede più attenzione della media nazionale
(nessuno dei brani sta sotto i tre minuti e mezzo) ma
la ripaga alla grande. www.happygoluckypop.com
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Back in Judy's Shack
Back in
Judy's Shack
(Bedroom Recordings) |
Ricetta
analoga ma sbilanciata sul versante elettronico quella
dei Back in Judy's Shack, imperfetto ensemble Svedese
che gioca con il fuoco, proponendo un incruento scontro
fra minimali tessiture di synth/arpeggi e una voce femminile
alterata in studio che funge da elemento dissonante. Il
ribaltamento di prospettiva ha il suo valore, ricordando
talvolta i Broken Social Scene in virata pop, ma è
a sua volta sovvertito man mano che ci si addentra nel
disco: gradualmente i due elementi in apparenza antitetici
si avvicinano e scambiano sovente ruolo (in "Breath"
è la voce maschile a seguire una melodia spezzata
dai glitches), sino a diventare unico aspetto di un suono
profondamente avvolgente, sulle stesse coordinate di Boards
of Canada ("The Puff, the drag, the whiff"),
ma sempre pronto a riancorarsi a terra su una concretezza
che è tutta pop. Stanno dentro e fuori qualsiasi
coordinata i Back in Judy's Shack, tanto che al loro più
concreto ("Silence") ricordano gli Stereolab,
e al loro di orecchiabilità estraggono dalle loro
tastierine qualcosa che somiglia a una melodia beatlesiana
("Burning Cold"), e questa difficoltà
ad individuare punti di riferimento stabili vada a loro
esclusivo merito. E alla fine la pop song attorno al fuoco:
"What are you doing for the rest of your life",
calma e perfettamente soave come mai avremmo immaginato. www.bedroomrec.com/bands/backinjudysshack.htm
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Alfie
Your Own
Religion
(Regal) |
L'ultimo
album dei mancuniani Alfie vedeva il gruppo in transizione
verso il ventennio 60/70 in maniera forse un po' precipitosa
ma senza dubbio promettente: beh, "Your Own Religion"
è la materializzazione di quelle promesse, pezzo
di armonie sconvolgenti e aeree che è il più
bell'ibrido immaginabile di questi tempi tra Beach Boys
e Big Star, e tenendo a freno la vocazione alla pomposità
suggerisce l'impronta commerciale gradita alla label (BMG)
senza compromettersi di un centesimo. Similarmente classiche
ma più rilassate "Forever Amber", invasa
da sontuosi arrangiamenti d'archi e voce femminile (della
fanciulla si conosce solo il nome: Lou) e la simil Beach
Boys "Silence Fills The Sky", ripiena di candida
nostalgia alla Surf's Up, un po' calligrafica ma splendida.
Sembravano dei teppistelli della periferia industriale
gli Alfie, e invece se ne escono con queste deliziose
prelibatezze d'annata, interamente dedite ai tardi sixties
della costa ovest e ricolme di buon gusto. Se son rose
(ma che altro potrebbero essere?) fioriranno, sin dal
prossimo CD "Crying at teatime".
www.alfie.net
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Mutt Ramon
s/t
(Autoprodotto) |
Bastano
due pezzi ai Mutt Ramon, singolare realtà autoprodotta
di Manchester con membro esterno in Finlandia, a segnalarsi
come luminosissima promessa: lo-fi popelettronico, che
ammassa elementi analogici e sintetici in guise imprevedibili
costruendo meraviglie su questo intruglio. Divertenti,
ma anche qualcosa in più, ricamano elettronica
pazzerella su costrutti indie-rock tradizionali, aggiungono
voce filtrata e ne estraggono l'ottima "Phisically
Corrupted", magnifico tormentone alternativo per
ogni stagione, come gli Age of Jets a un party rock, che
in coppia con la conclusiva "Blue Or Grey",
filastrocca adulta sostenuta da percussioni e invasa da
un perfettissimo coro di violino che farebbe la felicità
di Badly Drawn Boy, racchiude uno dei migliori demo dell'anno.
E non è tutto qui: i Mutt Ramon aggiungono al sano
cazzeggio una grande capacità di concisione, non
perdono di vista l'obiettivo melodico evitando di masturbare
le keyboards, anche quando provano ad elevarle su piani
più alti (il secondo piano, non di più)
ed eterei. Lontana dalla qualità usa-e-getta che
l'evidente quantità di materiali riciclati utilizzati
suggerirebbe, la loro elettronica aziona il variatore
di velocità e si propone in forma dirompente ("The
Commuter") e malinconica ("Head Down")
con uguale forza. E poi quell'incantevole animaletto in
copertina… www.muttramon.com
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The Research
I Love
You, But...…/C'mon Chameleon
(At Large) |
Una
foto di copertina come al solito spassosa, la migliore
possibile per per una canzone intitolata "I love
you, but…" introduce questo secondo singolo
dei Research, clamorosamente prodotto dall'ex golden man
John McEntire (Tortoise); pezzo sgangherato e irregolare
dal sapore Pavementiano ma non privo di concretezza tutta
inglese, il lato A acquieta l'ispirata follia del primo
singolo proponendosi a velocità dimezzata. Se "She's
not leaving" era shock da abbandono imminente, qui
Russell è preda di insicurezze molto più
reali ("I love you, but I'm scared of fucking
up") confessate con tutta la delicatezza del
caso su malinconici costrutti di tastiere rallentate artificialmente
e stonate di conseguenza ad aggravare l'imbarazzo del
momento. Sul retro due deliziosi esperimenti: "C'mon
Chameleon", i Culture Club in versione twee soffocati
da un coro di papapa e con un bel finale accappella
sgorga nel brevissimo country "Classifieds",
voce femminile e batteria con l'aggiunta di un'armonica
in forma elettronica. Il concentrato di fragilità
e paranoia dei Research si fa sempre più interessante
e anomalo; l'album "Breaking Up" è atteso
per ottobre, dopodiché vedrete che la EMI si stancherà.
www.theresearchgoespop.com
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The Tacticians
London's
Alright
(Dancing Giraffe ) |
Si
è un po' dispiaciuti per i Tacticians, due bravi ragazzi
londinesi che cantano un'ingannevole ode alla loro città.
"London's Alright" è ricca di doppi sensi nel proclamare
il proprio amore per la Capitale, resa sopportabile solo
dalla presenza della Ragazza Dei Sogni, e se di questi
tempi qualsiasi dichiarazione d'amor patrio è gradita,
l'aura di esasperato ottimismo che la pervade e la solarità
da Famiglia Partridge non hanno una chance contro Kaiser
Chiefs e compagnia al seguito. I Tacticians sembrano residui
di un'altra epoca, di quando i gruppi rock non si vergognavano
di sorridere e l'impudicizia dei sentimenti era un'arma
consentita; la pulitissima title-track di questo sette
pollici d'esordio sarebbe la sigla ideale per una serie
di "Friends" ambientata nella City, ma per le indie charts
servirebbe maggior mordente. Piace di più la malinconia
non troppo ostentata del retro, sequenza di armonie tutt'altro
che facili e di forza sottile e non immediata, che esegue
con modestia un testo delicato, una sorta di "Obladì Obladà"
al contrario: "kate is busy doing hardcore porn/I'm
the singer in a band/long ago we used to share our hopes/but
you've got to pay the rent". I Tacticians (al secolo
i fratelli Didolff) ricordano un'altra band familiare,
i Webb Brothers, per sincera naivetè e capacità
di classico artigianato pop. Speriamo abbiano miglior
fortuna. www.thetacticians.com
www.dancinggiraffe.co.uk
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The Superimposers
Would It Be Impossibile
(Little League ) |
Mentre
l'esordio dei Superimposers arriva finalmente in Italia
(distribuzione audioglobe), in UK esce questo inaspettato
singolo, il cui scopo principale è quello di ricordare
a tutti dell'esistenza dei misteriosi Copeland e Warden.
Scalta azzeccatam ché la title track è miglior esempio
della loro arte postmoderna, recuperando istanze sixties
ed archi in abbondanza dal periodo più felice dell'easy
listening, e cucendo gli elementi insieme per mezzo filo
invisibile, tanto da essere quasi indistinguibile dalla
materia prima. Bellissima, ma si sapeva già. Interesseranno
di più i due retri, inediti e festivi: la natalizia "Don't
Letcha" incolla accordi di chitarra su una linea di synth
e armonica e manda il tutto a girare al contrario sovrapponendo
poi la voce, per un tempo complessivo che supera di poco
i sessanta secondi e sfocia senza soluzione di continuità
nell'altrettanto leggera "Little things", melodia sospesa
in un limbo downtempo che non compie sforzi per coprire
i gaps tra i campioni, come se i due fossero finalmente
disposti ad ammettere le proprie colpe. Numeri d'avanspettacolo
che rivelano impegno limitato, ribadendo però la solita
meticolosa operazione di inventariato sonoro che sposa
un gusto melodico quanto mai accentuato. A quando il prossimo
passo? www.wonderfulsound.com
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The Hartmans
I can take it cause it won't
make me fall
(Autoprodotto) |
Soliti
dispensatori di meraviglie via web, gli Hartmans ci hanno
fatto sospirare più del solito il nuovo singolo, sorta
di lavoro "a tema" da diversi punti di vista: tre canzoni
che per titolo scelgono altrettanti stati dell'esistenza,
descritti con perfetta aderenza da una sostanza musicale
più che mai legata alla dimensione corale, alla consistenza
di chitarra e batteria fuse in una sorta di ammasso indistinto
che fa da contraltare alla ipnotica freddezza delle voci
come già era successo in "Achtung!". Una specie di emo-indiepop
costruito su forti passioni che si eprime al massimo grado
nel concentrato di pathos che è "Apathy", quasi onomatopeica
nel replicare l'oggetto del titolo, dolorosamente lenta
e lunga, stirata sulla voce di Anna sino ai limiti del
sopportabile e con un testo da diagnosi medica. La canzone
più rappresentativa è però "Productivity": corale e orgogliosa,
di consistenza medio-triste, recupera l'autoreferenzialità
degli esordi e la porta all'estremo, dando connotati del
tutto positivi al termine "produttività": "we keep
doing our demos/ once a month is not too close/ as long
as we're not tired /we keep it on; we're inspired".
Un riassunto degli Hartmans, che mentre ne esplica e spiega
la storia recentissima ribadisce che la band non ha il
tempo nè l'intenzione di fermarsi a riflettere.
A noi piacciono così, lo sapete. www.thehartmans.tk
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BiB
Jobs-On-Line
(Adult Baby ) |
La
strada verso l'elettronica intelligente è lastricata
di buone intenzioni, di solito rimaste sulla carta: anche
i Pet Shop Boys sono partiti con queste premesse e guardate
cos'è successo.
I BiB entrano nell'equazione loro malgrado, trattandosi
di due assistenti universitari di Hackey che per non sembrare
troppo secchioni asseriscono di scrivere ogni pezzo sotto
l'effetto di massicce dosi di alcool. Bugia, perché i
due pezzi di questo primo singolo sono costruiti con notevole
sapienza, fissandosi in testa con persistenza quasi nefasta.
New wave d'annata, Human League (quelli già sciupati di
"Hysteria") e tutto l'elettropop a seguire in versione
minimal chic, a partire dall'abbozzo di commentario sociale
dei testi che fa tanto anni 80. In "Jobs-On-Line" la voce
(di Phil Oakley, giurerei) procede placida e tagliente
su uno scarno tessuto ritmico sino a un refrain preceduto
da una linea killer di synth che procura qualcosa di simile
alla dipendenza chimica: la odio e la amo ad intervalli
di cinque secondi. Più appariscente e meccanica "Victims
of Crime", con linea melodica naturalmente portata all'esplosione,
cafona come sapevano esserlo i Prodigy. Forse la musica
dei BiB è troppo intelligente per il loro stesso
bene, tanto è vero che per il momento di loro si sono
accorti in pochi (ma buoni: Playlouder), ma a Jobs-On-Line
è davvero difficile resistere. Alla faccia di Neil Tennant.
www.themmpress.com
|
Biirdie
Estelle/We Can't Work It Out
(in download) |
Biirdie,
ovvero la coppia chamber pop-folk composta da Jared Flamm
e Kala Savane, rendono disponibile dal loro sito il download
gratuito di un nuovo singolo; una coppia di canzoni concepita
in seguito alla pubblicazione del loro album d'esordio
"Morning Kills the Dark" (primavera 2005).
La marcetta euforica "Estelle" sparge e dissemina pollini
folkpop tutt'intorno; arie naif e casalinghe, candidi
tepori, intimità. Percussioni, sonagli e pianoforte confermano
Jared e Kala dei novelli Paul & Linda epoca "Ram".
"We Can't Work It Out" è poi una cover dall'ultimo album
"Every Night" di Saturday Looks Good To Me: chitarra,
tastierina soffusa, pregiati intrecci vocali lui e lei.
Trattandosi l'originale di una bella canzone, sarebbe
probabilmente rimasta tale in virtù di se stessa; non
fosse che la versione di Biirdie è particolarmente riuscita,
evidenziando un radioso avvenire, anche restasse custodito
in terra d'Arcadia.[F] www.flyawaybiirdie.com
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The Legends
He
Knows The Sun
(Labrador)
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Quanti
anni ha Johan Angengard? Venticinque? Quaranta? Il superman
della scena indie svedese torna (non che sia mai stato
assente) con il suo terzo progetto Legends, che
grazie ad un imperfetto ma promettente album d'esordio
ha scavalcato in popolarità i primi due. Tutto ciò deve
aver generato una crisi d'identità: ascoltando "He knows
the sun", percorsa da fremiti elettronici come i Cure
serviti con salsa al mirtillo svedese, si ha l'impressione
che la differenza tra le band di Johan stia tutta - e
solo - negli arrangiamenti: con meno tastiere sarebbe
stato un numero perfetto per gli Acid House Kings, con
la chitarra acustica e la voce di Caroline starebbe comoda
nel repertorio dei Club 8; invece è qui, anonima linea
vocale costretta a convivere con un programming stranamente
fiacco, che a malapena si ravviva ne refrain. L'idea -
non esattamente buona - è di far perdere ai Legends i
connotati C86 che erano alla base della ragione sociale
e disperderli in confusi proclami elettropop: "Books"
plagia la sequenza rumorista dei Depeche Mode di "Blasphemous
Rumours" ma si perde presto, il Jimahl Rmx della
title-track a bpm accelerati è meglio dell'originale (brutto
segno), si salva solo "Inside Out", che traveste i synth
da minimale sezione archi e si offre sottile e riverberata
su una bella armonia di voce/basso, come una versione
a toni soft di Twin Peaks. Non basta: tutto dovrebbe essere
molto meglio di così. www.labrador.se |
Salvatore,
Alessandro, Fabio |
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