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Happy Go Lucky
Tree Wave
Cabana EP+
(Made Up Records)
Informatica e shoegaze sono le due passioni di Paul Slocum, un computer freak di Dallas che da adolescente scriveva programmi per suonare il synth su un Commodore 64. Ora che è cresciuto si può permettere di incidere un EP usando i suoi vecchi home computer (C64 ed Atari2600) ed una stampante ad aghi, aggiungendo il suddetto programma in coda a mò di bonus track.
Fatte le doverose introduzioni, non vorremmo dimenticarci di dire che "Cabana" dei Tree Wave è un EP di straordinaria bellezza. Slocum e la moglie Lauren usano gli stessi ingredienti del glitch-pop lavorando per aggiunta anziché per sottrazione, aumentando il volume invece di diminurlo: new wave su strati computerizzati, blisspop e rumore si incontrano in un suono che ha la stessa potenza statica dello shoegaze pur senza far uso di chitarre, e nel quale ogni distorsione è affidata ai synth. Parte della suggestione è dovuta alla voce di Lauren, vicinissima a quella di Bilinda Butcher (MBV), ma ciò che più colpisce è l'attento lavoro di saturazione del marito, che mutua le techiche di studio di Kevin Shields.
Se la strumentazione usata suggerirebbe di limiratsi alla collaudata formula di lo-fi popelettronico, i Tree Wave osano molto di più: quando si danno all'elettronica "seria" ottengono un groove granitico e cinematico come quello di "Instrumental 1b", salvo tornare all'elettropop con la multiforme "Morning Coffee Hymn", gli Stereolab a una festa caraibica. E se ognuno dei sei brani in scaletta è a suo modo stupefacente, nei beats onirici di "Sleep" - a metà strada tra synthcore e dreampop - si sfiora davvero l'impossibile. Bonus aggiunto: due video - quellì sì amatoriali. Poche sperimentazioni riescono così bene: sinora (e siamo già ad ottobre), l'indiscusso EP dell'anno.


www.treewave.com


The Eames Era
The Second EP
(C Student Records)

Oh, wow. Avete presente quei gruppi che arrivano dal nulla e ti stendono in un quarto d'ora? Beh, agli Eames Era, anonimo quintetto di studenti d'architettura della Lousiana, basta anche meno: giusto i tre minuti e mezzo di "Could Be Anything", pura energia pop/rock su un semplice riff di chitarra e tempo stabile di batteria che per una di quelle sublimi e inspiegabili alchimie della musica è impossibile levarsi dalla testa. Precisina (beh, sono architetti) ma travolgente, come i Pixies ad un festival pop, è una sorta di filastrocca affidata alla voce di Ashlin Philips, pop and roll cristallino con accesissimi toni melodici, ondeggiante ed entusiasta, e persino un po' stupidina. Se ne indovina la matrice grezza ma non si può fare a meno di restare irretiti dalle sue semplici linee melodiche e dall'ammiccare entusiasta della voce. Come non cadere innamorati?
Non bastasse, i tre pezzi di contorno sono della medesima pasta: menzione d'onore (la seconda) per "You may not know my name" che trova un (altro) riff scintillante e lo usa per confezionare un pezzo affilato di gran stoffa melodica e tutt'altro che prevedibile. Riuscissero a far sentire questo secondo EP (il primo, autoprodotto, dev'essere rimasto cosa per pochi) ad un numero sufficientemente alto di persone, gli Eames Era potrebbero arrivare ovunque.

www.theeamesera.com



The Pipettes
5 Songs Demo
(Autoprodotto)

Quando Alistair Fitchett (uno che ha fatto tutte le cose che vogliamo fare noi, ma vent'anni prima, per dirla con Dimitra) è visibilmente ossessionato da una band è il caso di prestare attenzione. E Mr. Unpopular sul suo blog sta parlando delle Pipettes a giorni alterni.
C'è da capirlo, perché a un primo sguardo il gruppo di Brighton sembra una trappola: tre ragazze molto carine, vestite con corti abitini neri a pois bianchi, un mix tra Bananarama e Strawberry Switchblade; insomma, come fa un povero giornalista indiepop a non caderci subito? Ma poi, un solo ascolto di questo demo cancella qualsiasi risolino di compatimento.
I difetti e la fretta tipici delle registrazioni casalinghe ci sono tutti, ma c'è anche molto altro: belle armonizzazioni di gruppo in "Judy (Wotcha Gonna Do?)", muri del suono amatoriali, arrangiamenti di media complessità, e la capacità di mediare allegria e tristezza, che in fondo è tutto ciò che serve in questo ambito. "ABC" è un piccolo e scarno capolavoro indiepop, incurante della sua stessa bellezza e con un refrain killer, "It Hurts 2 C U Dance So Well" invita al ballo con bella e spigliata impudenza e così via. Insomma, sembra che per il momento alle tre Pipettes riesca davvero tutto facile.
Tra energia, entusiasmo, testi che alternano classiche poppetterie e femminismo per nulla abbozzato e un pizzico di inevitabile malizia, ce n'è abbastanza per dire che le tre Pipettes potrebbero restare così brave anche dopo che tutti le avranno scoperte, la qual cosa immagino succederà prestissimo (già si parla di contatti con Rough Trade). Se volete punti di riferimento pensate ai Girls At Our Best che incontrano le Ronettes, con la viola delle Raincoats e l'attitudine punk delle Le Tigre, ma insomma, il tutto è un po' più intelligente di come lo si riesca a descrivere a parole. E ricordate che noi siamo arrivati primi (ok, dopo Mr. Fitchett).

www.thepipettes.co.uk



Suburban Kids With Biblical Names
#1
(Labrador)

Nell'attesa di capire che diavolo significhi "convertire le piste da ballo in un inferno di ritornelli accattivanti" (parole di Johan Angengard, mal tradotte da Rumore) stupiamo di fronte a questi due ragazzotti, istantaneo prodotto della scena pop svedese: esistono da poco più di nove mesi e già trovano casa nella più famosa poplabel nazionale.
E con pieno merito: Johan Hedberg e Peter Gunnarsson suonano con amabile indolenza indiepop all'ora della pennichella, tra Jonathan Richman e i Violent Femmes, e in soli quattro pezzi dipingono alla perfezione il ritratto di una band dall'enorme potenziale. Il più stupefacente, per immagini liriche e musicali, è l'iniziale "Do it all or don't do it at all" che mantiene un ritmo semistabile dall'inizio alla fine dei suoi 147 secondi e lo decora con ghirigori di tastiere e pigrissimi vocalizzi. E' solo l'inizio: "Love Will" fa buon uso del refrain di "Human Nature" di Michael Jackson (giuro) e lo rende bello e tenero, stendendolo al sole ad asciugare; "Rent a Wreck" pare una party song dopo qualche bicchierino di troppo e "Trumpets and violins" è la più poppy, deliziosamente croccante, ma se ci seguite con costanza dovreste già saperlo.
No, decisamente i SKWBN non sono la classica popband di casa Labrador, ma all'etichetta svedese sanno sempre come sorprenderci: non avranno ancora l'altissima capacità di concentrazione richiesta da chi volesse bruciare i dancefloor, ma sembrano in grado di arrivarci. Se non vi viene da ridere, vi dirò che per scelta dei soggetti e dei riferimenti sono il gruppo perfetto per Jens Lekman. Chissà che non li vedremo insieme in un prossimo futuro.

www.loveisthedevil.com/SKWBN



The Marshmallow Kisses
I Wonder Why my Favourite Boy Leaves me an EP
(White Noise)

Poi dicono che uno rimane vittima dei clichè, dei cinesi che sanno solo copiare eccetera. Ma di fronte a un pezzo come "My Dear Giant" dei Marshmallow Kisses che cosa dire? Evidentemente Isobel Campbell da queste parti ha fatto scuola: arrangiamento, melodia e voci arrivano direttamente dal secondo Gentle Waves, ma si è in qualche modo meno accondiscendenti verso questo recupero di terza mano; Isobel gioca a reinterpretare il pop naif anni 60, e questi due ragazzi di Hong Kong giocano a reinterpretare Isobel che gioca eccetera. Ma poi la differenza la fanno come al solito le canzoni, e davvero non ce la sentiamo di incolpare i Mashmallow Kisses di essere solo un altro clone. Non dopo essere stati colpiti dalla sottile ma cosciente malinconia B&S di "The best days we used to have", chitarrine sgraziate e cori un po' stonati, o dopo i dudududù con tastiere giocattolo di "Everyone else is ahead, just ahead" che precede la fragile e tintinnante title-track. Perchè a ben vedere questi ragazzi prendono dalla Scozia indiepop quella inarrestabile sensazione di vita che scorre troppo in fretta oltre i vetri delle finestre, e lo fanno con il massimo della sincerità possibile: pazienza se la scarna strumentazione plastifica il tutto e se alcuni suoni sono visibilmente posticci; la voce di lei è esile ed adorabile quanto basta, le canzoni piacevoli e modeste, L'EP è ben assemblato con preludio, intermezzo ed epilogo piacevolmente retrò anche se forse un po' sprecati per inconiciare tre soli pezzi, e isomma non si può che augurar loro il meglio. Ad esempio di aprire il prossimo concerto orientale di Isobel.

www.themarshmallowkisses.com



Boyracer
Absence Makes The Heart Grow Harder
(Foxyboy)
Il secondo capitolo della tetralogia autunnale Boyracer migliora sensibilimente rispetto al raffazzonato EP su Yellow Mica del mese scorso: dodici pezzi, quasi tutti a ridosso del minuto e mezzo, che tornano a prestare attenzione alla forma e soprattutto alla sostanza, rinsaldando il dominio della coppia Stew/Jen sulla attuale scena fuzzpop. Quasi un omaggio al vecchio C86, riproposto in tutte le sue piccole idiosincrasie ed adorabili imperfezioni, "Absence…" è un bel pezzo di nostalgia che non suona mai datato. "That Boy Yr With Is A Dick" si candida già a piccolo anthem indiepop, puro distillato d'epoca tra Pooh Sticks e Soup Dragons, anche se paragonare i Boyracer a qualcosa che non sia Boyracer non ha molto senso. La velocità è tenuta in scacco da una capacità di autocontrollo che temevamo persa, il volume delle chitarre si abbassa, le canzoni hanno un inizio ed una fine, anche se non si può dire che dodici non siano troppe. Stew omaggia l'etichetta che lo ospita con una cover di "Foxyboy" dei Pooh Sticks, resa ragionevolmente ruvida, e chiude come da copione con "Fuck Clapton, Fuck Hendrix...", rigorosa distorsione sulla libertà della chitarra che sfigura una pop song e va avanti finché lo spazio lo permette. Ma le cose migliori oltre al pezzo sopra citato sono "Where To Place Yr Trust?" e "Static Flame", che ricordano i Boyracer allo stato brado di qualche anno addietro.

www.boyracer.plus.com


Easy
Kiss Kiss
(A West Side Fabrication)
Non c'è proprio verso di fingersi esperti di pop svedese: pensi di sapere quasi tutto il necessario e invece hai visto appena la punta dell'iceberg. Gli Easy ad esempio sarebbero sfuggiti a tutti, non fosse stato per quel gran pezzo sulla compilation Secret Crush a fine 2003: si trattava di "Kiss Kiss", power-pop ricchissimo in chitarre e orgoglioso di influenze brit, ma pieno di quell'allegria un po' sempliciotta che aggiunge valore a qualsiasi motivo pop. Lo ritroviamo su questo singolo di una semi-sconosciuta etichetta svedese con bel 209 dischi in catalogo (lo dicevo: non c'è verso) e scopriamo con piacere che non ha perso un grammo della sua efficacia; ma quel che più conta è l'unico brano che lo accompagna: "Return Flight" addolcisce la miscela nineties della band, abbassa il volume degli ampli e avvolge le chitarre in una coltre di riverbero tastieristico che porta dritti all'epoca Creation, con sfacciataggine tutta svedese. Bello, avvolgente, ipnotico senza rinunciare all'orecchiabilità.
Per chi ama le imprese disperate, c'è in giro un album intitolato "Satallites".

www.cabal.se/westside


Fountains of Wayne
Hey Julie
(Virgin)
Non so perché i Fountains Of Wayne abbiano deciso di pubblicare oggi questo singolo tratto da un album distante ormai poco meno di due anni (sospetto che loro c'entrino poco: si chiamano strategie discografiche), ma lo accolgo lo stesso con un certo entusiasmo, nel pretesto di assaggiare i due retri inediti. Delle canzoni che facevano grande "Welcome Interstate Managers", Hey Julie era una delle più piacevoli e rilassate, con quel midtempo che fa tanto cocktail sulla spiaggia, e aveva forse l'unico torto di venire prima di "Halley's Waitress". La versione qui proposta è la stessa dell'album, quindi non ci dilungheremo, anche perché il motivo d'interesse di questo rosso sette pollici sono i due retri: l'inedita "Baby I've Changed" appartiene stilisticamente all'ultimo album ed è un classico pezzo Collingwood/Schlesinger, una "Mexican Wine" appena meno esuberante, ancora in costume da bagno ma con lo sguardo verso il sole calante: caruccia. Molto meglio "Killermont Street", che è una cover degli Aztec Camera di "Love" ed è una gran bella sorpresa, specie perché i Fountains la eseguono con rispetto quasi filologico. Solo le chitarre non hanno la stessa poesia di Frame ma tutto il resto, a partire dal tremolio della voce e dalla limpidezza malinconica della melodia, è al suo posto. Davvero un bel sentire: data l'indole i FoW un pezzo così non lo scriveranno mai, ma è bello sapere che lo hanno amato quanto noi. Li aspettiamo al prossimo album.

www.fountainsofwayne.com


Shoplifting
s/t
(Kill Rock Stars)
E' un bel viaggio nel tempo quello degli Shoplifting (tre ex-Chromatics su quattro), etica DIY a ritroso dagli anni 80, e per questo li ospitiamo nonostante di pop abbiano ben poco. Come le Slits ai primi stadi dell'infatuazione dub, o le riot grrls in versione post-punk, negano la melodia sostituendola con grumi di chitarre associate a ritmica irregolare ed optano per una produzione grezza (a cura dell'ex Unwound Justin Trosper) che fa molto garage. "l.o.v.e." è magnifica quintessenza di Tessa ed Ari Up, dalle corde vocali a quelle delle chitarre, e nei tre pezzi che seguono le cose si fanno ancor più complicate. Lo spunto migliore è il glam-punk corale di "Raw nails" che spunta da sotto una sezione ritmica di casino organizzato e poi si acquieta in una sorta di dub tribale. Non da meno "ask" (non quella ask) e "contrapunctual prancing", piene di spigoli, urla e svolte che ribadiscono perché con gli Shoplifters c'è da stare attenti ad ogni angolo. Impressionante (ri)manifestazione di quel punk contaminato con il dub che strisciava sulle b-sides di Clash e compagnia alla fine degli anni 70 (cercate la compilation "Wild Dub" se volete approfondire) e che oggi è semplicemente art-punk, una chicca consigliata agli amanti del diy e del ritmo in quanto tale.

www.killrockstars.com


Li'l Pocket Knife
Pants Control
(Narnack)

Trendy per definizione: i Lil'PocketKnife sono in tre, vengono da San Francisco e mescolano in maniera piuttosto arruffata 8-bit music, hip-hop ed electrobeats di stampo punk in Peaches-style. Con una ricetta del genere è impossibile non essere sopra le righe, e il terzetto californiano lo sa bene, accompagnando i propri semplicissimi beat ad urla fatte in casa che ben si adattano all'etica indie. Nei momenti migliori hanno il piglio anthemico dell'hip-hop ("Disco Dancer", "East Coast West Coast", entrambe ispirate ai primi Beastie Boys), ma non il medesimo impeto, e anzi tendono a barcollare, come se fossero coscienti dei propri limiti. Più in tono con la loro immagine scanzonata le intro da videogame di "Red Hott", che diventa un piccolo esercizio di punk for pussies e la pungente 5'2" (il titolo fa riferimento alla statura della cantante Kristy Geschwandtner), che di contro cita Rockets e Salt'n'Pepa con testi di matrice black (niente di complicato: "I'm 5'2"/ Let me conquer you") ma di inequivocabile estrazione pop-diy e procede impetuosa su beats al Gameboy. Davvero non si può andare oltre a generiche lodi all'immediatezza, perché allo stato attuale e con questo magro repertorio i LPK sono poco più di una curiosità. Carini ma inutili: e che c'è di male?

www.narnackrecords.com



Man Man
Three Songs EP
(Ace Fu)

Indierock fricchettone che renderebbe felice Frank Zappa: quello dei Man Man è una forma di blues/rock di frontiera contaminato da centinaia di schegge e fatto da urla, cori di bambini, percussioni latine e note di pianoforte. Insomma un gran caos, che "Monster" in apertura di questo omonimo EP esemplifica al meglio. La suvvessiva "10lb Moustache" aggiunge elementi cabarettistici, con tromboni e un mid-tempo da balera che non sarebbe discpiaciuto al Tom Waits di Frank's Wild Years. "Zebra" orientaleggia libera su basi sintetiche e poi si trasforma in una canzone da bar.
Questo quartetto di Philadelphia è decisamente una delle cose più originali partorite dalla scena USA nell'ultimo anno: come se gli Old Time Relijon decidessero di entrare in classifica. Sono stati accostati un po' a tutti, da Captain Beefheart a Screaming Jay Hawkins, a noi sembrano divertenti e casinisti, e decisamente brillanti: tanto ci basta.
La Ace Fu è sinonimo di qualità, l'album "The Man in a Blue Turban with a Face" non dovrebbe sfigurare nelle playlists ottobrine.

www.wearemanman.com

Salvatore