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Screaming Mimi/RepoMen: Who is Louise?/Trophy (Phantom Power Records)
Da quella improvvisa fucina di talenti che è Brighton, la neonata Phantom Power Records esordisce con un paio di bellezze confezionate in forma di 7" condiviso, a consolidare la recente tradizione di pop temperamentale cittadino. Immaginate britpop infuso da essenza di Pixies e Blondie, con gli spigoli del punk e la rotondità del country e ne avrete una (vaga, lo riconosco) idea. Screaming Mimi è un quintetto aggrappato all'elettricità di chitarre new wave ed alla voce affilata di Loretta Chantry (un peperino a metà strada tra Maria McKee e
Louise Wener) e "Who Is Louise" è una pepita nera di pop/rock in accelerazione infestato da fantasmi orientaleggianti e dallo spirito di Tanya Donnelly; nervosa, lineare, brillante. I Repomen fanno a meno della presenza femminile - tolti i cori ospiti della stessa Chantry - ed esibiscono in "Trophy" una versione amarognola e tirata del janglepop anni 80, che nasconde le sue influenze sixties soto uno strato di chitarre del tutto intenzionato a deragliare ma altrettanto evidentemente in controllo. Due band con diversi singoli già all'attivo ma non ancora beneficiati dall'attenzione degli A&R, potrebbero trovare presto la fortuna che meritano sulla scia dei Long Blondes, in special modo gli Screaming Mimi che sembrano già in grado di generare un discreto entusiasmo.
Altre buone notizie: il prossimo singolo della label - gennaio - ospiterà i nostri beniamini Balor Knights.
www.screamingmimi.co.uk
www.geocities.com/repomenuk
Salvatore, 31/10/06
The Local Heroes: Demo recordings (autoprodotto) Lo so, sono dischi come questo che alimentano i pregiudizi sull'indiepop: carino, superfluo, impalpabile. L'esordio dei Local Heroes non prova nemmeno a distanziarsi dai più beceri cliché del genere; al contrario li abbraccia con trasporto, come fossero l'unica via d'uscita dalla noia del quotidiano. Dev'essere la stessa cosa che Rachel, Johnny e Graine, i tre ragazzi dietro a questo fragile progetto, hanno pensato quattro anni fa al momento di dar vita a Friends Of The Heroes, che nei momenti di noia è la cosa più meravigliosa che si possa leggere in rete. Una webzine sulla gioia di scrivere, sulla vita, nulla di più. E i Local Heroes non potrebbero essere trasposizione più fedele di quei terapeutici principi: recitano le piccole storie che accompagnano la loro giornata condendole con chitarre incerte, melodica e quel po' di programmazione accessibile ai comuni mortali, nascondendosi dietro l'artificiale nebbiolina del pop scozzese ma trovando sempre un piccolo motivo per sorridere. Tre canzoni che mentre chiedono di abbassare il volume per non disturbare chi ci sta accanto illuminano in silenzio una parte della giornata come potrebbe farlo una storia, un'immagine, il sorriso di un amico. Carine e impalpabili, certo; a voi decidere se siano motivi sufficienti per privarsene.
www.thelocalheroesmusic.com
Salvatore, 31/10/06
The Long Blondes: Once and never again (Rough Trade)
Non sono la persona più adatta per parlare della release ufficiale di "Once and never again", avendolo già fatto con abbondante entusiasmo in precedenti occasioni. Dovrei confessare altrimenti le mie paure sulla nocività del lavoro di produzione di Steve Mackey per il gruppo di Sheffield. Ascoltate e ditemi dove è finita l'urgenza affranta della versione BBC da Steve Lamacq, o quella del rough demo apparso su myspace prima che il pezzo finisse nelle grinfie di Rough Trade. Questa versione ingentilita e pettinata Kate non la canta più come fosse una sciattona quarantenne con il makeup che cola davanti allo specchio del bagno, ma come la diva che è destinata a diventare. Vedete? Son cose da fan. Meglio usare le parole di Davide, che meglio renderanno l'idea a voi persone normali: Blondie+wall of sound, con la voce in risalto e lievemente sdoppiata; una versione più "donna" di quella live, adattabile tanto all'idea artistica della band quanto ai commercials. Del pezzo in sé dovreste già sapere tutto: è grandioso, e basta.
Io mi concentro sulle tre b-sides prodotte da Erol Alkan, che dopo attenta riflessione decreto essere di pregevolissima fattura, ingiustamente relegate ai margini dell'album di prossima pubblicazione. Buon segno, se è vero che la parabola discendente di una band comincia esattamente nel punto in cui finiscono le ottime b-sides.
Forse "Five ways to end it" (sul CDs) è un'escursione un po' forzata in territori elettronici fuori contesto (sarebbe meglio affidare ai remix simili sortite, no?), se non altro riscattata dalla recitazione… ehm, dal cantato di Kate, più scenografico che mai. Molto meglio le due b-sides di vinile che tornano a frequentare le torbide invidie di casalinghe intrappolate in qualche sobborgo suburbano. La canzone-di-gelosia-femminile "Who are you to her" è - ovviamente- del maschietto Dorian e interpretata da Kate con leggero sdegno e sopracciglio alzato su una base di subdola elettronica, basso e tastiere, "The Whippet Fancier" è frullato autoreferenziale di Long Blondes, torrenziale e cantilenante, e forse per questo non smette di piacere. Sono grandi, ma lo sapete già.
Tutti pronti per l'album, se Mackey non lo distruggerà prima.
www.thelongblondes.co.uk
Salvatore, 28/10/06
Don Agbai: Cats and travel (Vapen & Godis)
Un digipak bianco-argento e un CDR con la scritta "promo" a penna non sono certo indizi di potenziale next big thing. Eppure i Don Agbai – terzetto popelettronico amante dei gatti già incontrato in occasione di uno split single con la dolce Cyndee Lee Hulko – dovrebbero porsi obiettivi più ambiziosi che intrattenere il freddoloso pubblico di Goteborg. Le quattro canzoni (più un remix) di "Cats and Travel" sono altrettanti straordinari esempi di indiepop da discoteca, esplosivi ed emotivi insieme, come se i Ladytron degli esordi avessero scoperto di avere un cuore.
L'affilata "A trip to Venice" è un compiuto hit single da dancefloor alternativi che esprime al meglio l'attitudine dreamy e passionale del terzetto unitamente alle diapositive nostalgiche di "Barcelona 2002 (All I Wanted Was a Postcard)", rara espressione di amarezza danzereccia. Il contrasto tra la potenza dei beats e il velo di malinconia congiurato da tastiere e testi dal doppiofondo uggioso ("You remind me of a trip to Venice/It was raining all the time" recita il brano d'apertura: non è tempo di vacanze) produce un equilibrio dinamico sconosciuto all'elettropop contemporaneo e pone i Don Agbai nella superioredimensione dei gruppi innovativi. "Cats and Travel" è un gioiello di genere che non smarrisce mai la misura, si lascia affascinare dal revival senza perdere la testa e soprattutto sa contemplare un futuro possibile e radioso. Nell'attesa, è imperdibile materiale da compilation.
www.donagbai.tk
Salvatore, 26/10/06
Sirka Ragnar: I am, you are, he/she/it is (How Is Annie)
Ci sono glitches, il campionario di effetti, l'attenzione alla melodia e le strutture "pop". Hey, ma questa è indietronica! Dopo tutto questo tempo, ce n'era proprio bisogno?
Sirka Ragnar vengono da Oslo e in cinque pezzi ci ricordano che sì, di indietronica così non se ne faceva da un po' di tempo. Bella e semplice, di quella che ti si fissa in testa con il nastro adesivo perché non si preoccupa di spippolare tastierine in ordine sparso ma sottende ad un deciso percorso pop, pur senza obbedire ad alcuna regola prestabilita. Con la voce femminile di Helle Lauritzen, la struttura indie innestata di oscillatori e una batteria che esplode la ritmica in piccole e insistenti salve sullo sfondo, "(In) Here" è un'esplosione di sensualità e magia, un piccolo miracolo melodico che si ripete quasi identico in "Nove Stereo" con le tastiere che percorrono la memoria a ritroso per trovare un necessario angolo di malinconia. E con l'aiuto di un paio di Jaga Jazzist, "Port now" è condita da fischietti e una ritmica disordinata tenuta insieme solo dalla sua volontà melodica. Solo "Eimat you" si ricorda di fare quello che l'indietronica deve (dovrebbe) fare: copia ed incolla come ai tempi dei DNTEL, accende i tasti di uno xilofono ma poi fischia, accumula trombe ed entusiasmo in un'ebbrezza melodica sinora conosciuta solo ai gruppi "corali" (dai Polyphonic Spree agli Hidden Cameras) e che è qui come un'epifania e un Natale insieme. Forse "I Am..." non è un disco coraggioso; è però un gran bel disco, e tanto basti.
www.sirkaragnar.com
Salvatore, 21/10/06
The Bobby McGee's: ...Yes Please! (Cherryade Records)
 Non è che sia necessario girarci troppo attorno: Il marinaio (Jimmy) e la ballerina (Elanor) sono un duo estremo. Amore o odio, al primo ascolto. Se alla strofa iniziale di "No Friends" (qui ribattezzata "Ivor Cutler is Dead" per nessun motivo diverso dalla volontà di infastidire il prossimo) vi scoprirete a pensare "ma che è sta roba?" non ci sarà più nulla in grado di farvi cambiare idea. E allora, non cercherò nemmeno per un secondo di convincervi della genialità dei Bobby McGee's, anche se potrei farlo – secondo una stima per difetto – in una dozzina di modi diversi. Ma che siano due provocatori, questo ve lo dico, perché è la cosa più importante. Inventano autodefinizioni fuorvianti (tweecore? antifolk? ma va), fanno largo uso di parole sconce, amplificano i difetti di pronuncia sino a rendere irriconoscibile ogni parola, minacciano di morte i rispettivi fidanzati immaginari. E la musica nata dal desiderio di provocare, se fatta con intelligenza e ispirazione, è di quelle che scuotono le fondamenta.
I Bobby McGee's sono così: suonano fisarmonica ed ukulele e balbettano e ridono e ricominciano da capo, lamentandosi per la maggior parte del tempo di una vita miserabile che non può essere la loro, perché si capisce dal primo sguardo che sono felici insieme. Sono twee come lo sareste voi cantando con una spazzola in mano davanti allo specchio del bagno. Li adoro.
www.myspace.com/thebobbymcgees
Salvatore, 14/10/06
Parker Lewis: No boys are asleep (Kitty Litter)
Prodotti dell'immaginario TV: Parker Lewis (Emil Johansson) da Goteborg da piccolo amava l'atmosfera un certo telefilm americano (indovinate quale), e al momento di fare musica è andato in cerca di quella stessa romantica innocenza, senza curarsi del fatto che fosse finta.
L'ha ricostruita nel suo studio casalingo, assemblando accordi di chitarra e beats di disarmante semplicità con una cura sconosciuta a molti suoi eponimi. L'ha messa in tre canzoni che odorano di tempi felici e pomeriggi pigri al parco, quando l'occupazione principale è trovare la battuta giusta per far ridere gli amici e guardare le ragazze che sfilano tra gli alberi, con la vita vera solo un passo più in là; ha acceso il giradischi ed è stata subito estate. Tre canzoni di consistenza variabile: la malleabile "Carousel" cullata da un campionamento d'archi in altalena e venti di fisarmonica, osserva la vita dalle lenti di una cinepresa; "Wasting Time" occupa la sicura nicchia del pop nordico, combattuta tra l'infatuazione per la foschia delll'indie britannico e la fredda sicurezza di una drum machine; la semiacustica bellezza di "Save My Heart", splendore melodico per battimani e voce che incarna la bellezza autentica e volatile di fine stagione (o di "fine serie", per restare in tema) trattenendo a stento una lacrima dietro i battimani. Il risultato è un prodotto semiprofessionale e lucido, in cui distinguere la finzione dalla realtà è intenzionalmente difficile; ma talmente curato che Erland Oye ha scelto il ragazzo con un nome da telefilm per aprire con un sorriso i concerti di The Whitest Boy Alive. Lo trovate nel mailstore di Myhoney records.
parkerlewis.blogg.se
www.myspace.com/parkerlewisswe
Salvatore, 11/10/06
Shimura Curves/Tim Ten Yen: Stronger/When the song applies to you (Brainlove)
Sette pollici d'esordio in condivisione per Tim Ten Yen, il nostro impiegato cantante preferito che da perfetto gentleman cede l'onore del lato A alle Shimura Curves, ensemble di bellezze in pizzo non più giovanissime e dedite allo cherry (o alla matematica) alle prese con "Stronger", soffice numero synth-pop all'estremo finale della saga Creation, sperduto da qualche parte tra Lush e Technique, con la medesima endemica irrisolutezza delle linee elettroniche e la tendenza a nasconderle dietro una spessa coltre di bambagia. Con un elegante uso delle armonie vocali e un languore figlio della saggezza, le signore sono un'autentica sorpresa, ma per quanto ci riguarda la star del disco è lui, la più eccentrica popstar dell'anno: Tim che ama i gatti ma ama ancor di più ballare, tanto da scrivere ogni canzone in base ai passi che potrà usare per accompagnarla dal vivo. Già definito "un Neil Tennant senza budget", la confidenza sorniona di Tim dieciyen porta invece alla mente un altro Neil: l'Hannon dei Divine Comedy, evocato dalla fulgida resa del refrain di "When the song applies to you", sorta di delizioso carillon sintetizzato al Pro Tools che campiona chitarre e beats e mette tutto a girare intorno ad una melodia facile e bella. Ascende rapidissima su scintillanti note di Casio e lascia presagire una altrettanto rapida discesa. Ma resiste, eccome.
www.myspace.com/shimuracurves
www.myspace.com/timtenyen
Salvatore, 4/10/06
Superpartner: Pink Girl (autoprodotto)
Non dev'essere stato facile per Francesco Lanferdini trasformare i Superpartner - esile duo nato all'ombra dell'ottimo EP "Microfilm" - in una full band, ma l'operazione è riuscita a meraviglia: avevamo salutato "Lady Swimmer" come tappa fondamentale nel percorso di crescita dell'ensemble di Squinzano e non possiamo che compiacerci di "Pink Girl", la killer track che a quell'EP mancava: corredata da un remix e da un video pieno di palloncini rosa, la nuova canzone recupera la spontaneità venuta meno nel precedente singolo senza sacrificarle la pienezza melodica. Di nuovo vicini a quegli Studiodavoli a cui hanno preso il nome, i Superpartner modellano Pink Girl su una metrica attenta ed impeccabile, struttura semplice e priva di sbavature da capo a coda. Concisa ed essenziale come si addice ad un bonbon pop, si colora senza fretta su tessuti di tastiere confetto, stordisce nei break di keyboards, chitarre e morbidi "oooh" e si adagia poi sulla voce di Rosita, la cui presenza è ormai elemento irrinunciabile e distintivo della band.
Se una cosa rimproveriamo ai Superpartner è l'avarizia di questo CDs, che impone ascolti troppo ravvicinati dello stesso pezzo rischiando di bruciarlo: voi dosatelo come un Martini, e magari affiancategli la Davoliana "Kiss" per una resa ideale.
www.superpartneronline.com
Salvatore, 28/09/06
The Lost Levels: s/t EP (Glue Industries)
 Ma allora facevano sul serio. Passi il nome preso da un episodio di Super Mario, la copertina in grafica Defender e la confezione in bassa risoluzione, ma di fronte ad un pezzo di fulgido, classico pop britannico come "The Early Sheets" pensavamo che quello dei videogame fosse giusto un pretesto per il reparto marketing di qualche etichetta.
E invece i quattro ragazzi di Norwich riempiono le cinque tracce dell'omonimo EP d'esordio di citazioni videoludiche degne di un computer nerd, unite con eleganza ad un'attitudine pop crepuscolare: ne esce un bel quadretto di spleen domestico/onirico, che aggiunge al bedroom-pop quell'unico elemento che gli anni 80 avevano ingiustamente tenuto fuori dalla cameretta: i videogiochi.
"Space invaders touching me/reaching out from my TV" cantano i Lost Levels in "Cracking Screen", introdotta da piroette di tastiere ad otto bit e sospesa tra sogno e realtà, nel dormiveglia mattutino indotto da troppe ore passate davanti allo schermo con il joypad in mano. Ma se l'elemento ludico si rivela funzionale all'approccio artistico della band, i Lost Levels non si limitano alla parodia; con un senso armonico che trova riscontri in Doves e Coldplay e la passione per i voli pindarici di un retrofuturismo alla Air, estraggono dal cilindro cinque pezzi dispersi tra gioco e realtà, che implodono in mucchietti di pixel per risorgere (1up!) un minuto dopo più vispi che mai. A farla da padrone la monumentale "The Early Sheets", pigro indierock da risveglio costruito tra le faticose scale di un Nintendo, grattate di chitarra e tastiere spacey, perfetta sintesi tra i due mondi nonché una delle canzoni più memorabili dell'anno, e a seguire un bel campionario di pop scolorito. Perché a dispetto dell'ampia palette di colori disponibile, quella dei Lost Levels è musica monocromatica, malinconica: raccoglie la pioggia che apre "Take it all", e copre con l'obbligatoria angoscia da scontro di fine livello persino l'accelerazione plasticosa di "Endboss theme", perfettamente riconoscibile a chiunque abbia preso tra le mani un episodio di Castlevania. E alla fine arriva "Game Over" (che altro?), splendido arrivederci ricco di tentazioni psych. Speriamo a presto.
www.myspace.com/thelostlevels
Salvatore, 27/09/06
Popup: Lucy what you trying to say? (Art Goes Pop Records)
Più che una recensione, una nota di servizio. Perché di questo singolo dei Popup, che nel nostro salotto-redazione ha provocato anticipato entusiasmo sin dalla scorsa primavera, abbiamo già parlato il mese scorso, ma a quanto pare non ce n'è mai abbastanza. E allora ecco arrivare un sette pollici in edizione limitata e identica copertina dalla very collectable etichetta Leedsiana Art Goes Pop che recupera la versione demo del pezzo, alla cui spontaneità sono così affezionato da preferirla senza condizioni alla più pulita release "ufficiale", e la affianca al notevole inedito "In Her Day" (in una versione remixata rispetto al demo già udito su Myspace), ispido ed improvvisato numero pop/rock che guarda alla fase "indie" di Mark E. Smith dall'alto dello scintillante lavoro di chitarra tanto caro alla band di Glasgow, il cui talento è ormai fuori discussione. Tutto è così bello da oscurare l'edizione Hijacked, ma a dire il vero non esistono buoni motivi per non consigliarvi di procurarvele entrambe.
Un giorno mi ringrazierete, davvero.
www.popuptheband.com
www.myspace.com/artgoespop
Salvatore, 23/09/06
The Indelicates: We hate the kids (Sad Gnome Records)
 Ovvero dove si spiega finalmente la scelta di Julia (che qui si riappropria del suo cognome: Clark-Lowes) che si allontanò dalle Pipettes già sulla rampa di lancio per unirsi a questo surreale quintetto di Brighton, bizzarro miscuglio di cabaret music ed anticonformismo che guarda alla scena pop inglese più artisticamente impegnata, dalla Band Of Holy Joy ai Black Box Recorder.
Sono già grandi, gli Indelicates, e la scelta di una canzone ambiziosa e difficile come "We hate the kids" per la prima uscita su singolo lo dimostra: le voci di Julia e di Simon Clayton - quello che in copertina regge una pistola infilata nella bocca di lei - sputano veleno con la verve polemica di Matt Johnson ed identico elegante taglio letterario, in felice contrasto tra loro - sognante lei, ubriaco lui - e con chitarre di bambagia appoggiate su un tessuto ritmico arso e brullo che introducono un emozionante saliscendi di piano. Ma tutto è concentrato sul cantato, che ridicolizza l'idolizzazione delle pop stars colpevolizzando (finalmente!) il popolo bue dei teenagers. Sul retro, la meravigliosa "Burn all the photographs" appuntisce e distorce le chitarre diminuendo le ingombranti citazioni a Kate Bush della versione demo; Julia se ne impossessa sino al refrain, quando la batteria esplode e la chitarra si liquefa: bellissima ed agghiacciante.
Letterati ed aristocratici, trasandati ed affascinanti, decisamente snob. Se riusciranno a non diventare troppo antipatici troppo presto (li hanno già definiti i Queen con due Morrissey alla voce) gli Indelicates potrebbero riuscire a realizzare la rivoluzione poetica alla quale ambiscono. E Julia non avrà di che pentirsi.
www.indelicates.com
Salvatore, 20/09/06
The Boyfriends: Adult Acne (Boobytrap)
"We make music for the people who don't get invited to parties" confessa Martin Wallace dei londinesi Boyfriends, già co-titolari di uno storico split EP con i Long Blondes. Malinconici, annoiati e saltuariamente stonati, non si ispirano agli Smiths secondo moda, ma più modestamente ai dischi solo di Morrissey, che li ha ricompensati scritturando il quartetto come spalla per il suo ultimo tour europeo.
Prova ulteriore di quanto il buon Stephen ami gli adulatori, perché "Adult Acne", oltre a mostrare un deprecabile desiderio di prolungamento dell'adolescenza, è replica fedele del verbo Morrisseyano tanto nelle cadenze vocali quanto nei contenuti, comprese delicate metafore e variazioni sul tema "I will die alone". Profuma di anni 80 e piacerà ai nostalgici, anche perché è una bella canzoncina.
A corredo, "Tears Before Bedtime" è ancora più intima e personale, aggiungendo un po' di zucchero alla ricetta, come da copione già intrapreso da voi-sapete-chi (oltre che dai Coldplay, mi verrebbe da dire). Per il momento li promuoviamo volentieri, sia perché hanno il merito di ispirarsi solo al buono dell'ex ragazzo coi gladioli, sia perché spostano lodevolmente l'attenzione sui contenuti più che sull'immagine, ma con la promessa di acquisire una personalità propria entro il primo album (che non dovrebbe tardare a lungo: 2 ottobre). Certo manca un po' di vita, ma diciamo la verità: è rassicurante sentire che esistono ancora cantanti depressi come ai - urm - bei vecchi tempi.
www.theboyfriends.com
Salvatore, 05/09/06
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