The Playwrights
Dislocated/Welcome to the middle
ages
(Unpopular)
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Bastano
i primi 30 secondi di "Dislocated" a qualificare
i Playwrights di Bristol come una delle più interessanti
band del mese: ritmica esaltata, suono che esita sulla
new wave con un'essenzialità tutta DIY e un tocco
di teatralità nella voce. Forse troppo complicati
per i nostri tempi veloci ed ecco spiegato come mai rimangono
sconosciuti dopo un album (Good Beneath The Radar) e un
paio di singoli per la piccola Sink And Stove. Rimedia
Unpopular (e chi altri poteva?) con un 7" più
prezioso di quanto il catalogo suggerisca. Oltre al pezzo
citato, come The The in un buco temporale con eco (e i
Bunnymen), c'è il (proto/post) punk di "Welcome
to the middle age", che mescola convulsioni e fiati
come pareva riuscisse solo alla fine degli anni 70.
Il problema dei Playwrights è che questa dimensione
estrema e dimessa si adatta in maniera talmente perfetta
al loro suono da rimanere l'unica possibile: slla Virgin
sarebbero inascoltabili, ma qui sono assolutamente perfetti.
Una gemma per pochi, ma da ricordare a lungo.
www.theplaywrights.co.uk
www.unpopular-records.com |
Park Avenue Music
For Your Home and Office
(Clairecords)
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Intensissimo
e denso mini in edizione limitata di 750 copie, di poemi
sinfonici elettroacustici tra Portishead, Mum e Color
Filter, come li vorrebbe Morr Music. Il ritorno di Park
Avenue Music di Sacramento, duo lui e lei, trae alimento
da sofferenze e spasimi esistenziali, scaturiti da endemiche
storie di love & loss. La voce di Jeanette Faith
è fievolmente alterata, trasfigurata come provenisse
da un inquieto ricordo. Emanata da un grammofono, da
una fotografia sbiadita, dall'infanzia. Qualcosa di
estinto e splendente, non più raggiungibile.
Che implora il nostro ritorno.
Se il suo è nomen-omen, le tenderemo la mano,
e ci consegneremo, con fiducia.
Un'insopprimibile attesa in tutte le sei tracce, ispira
un purissimo senso nostalgico pregno di misticismo romantico,
intimità di rugiada. Condizione vaga ed equivoca,
sottilmente drammatica, da contemplare e assaporare
attraverso le note manipolate da Wes Steed, con dolce
tristezza. Letteralmente devastanti "the mellow
one", "cutter", "golden hummingbird".
La chitarra a fettine e i beats frapposti di "How's
Your 401k?" ricorda poi qualcosa di buono, di sublime,
di qualche nome storico Warp. Un abbaglio. Da non mancare.
[F]
www.parkavenuemusic.com
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Thee Moths
Sand in our Pockets
(Total Gaylord)
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Nati
dalle ceneri dei Magnetic North Pole, i Thee Moths si
sono gradualmente ridotti alla persona del solo Alex
Botten, la cui ispirazione in perenne equilibrio fra
sospiri folk e tentazioni fuzz non pare conoscere flessioni.
I quattro pezzi di questo EP vanno dal quieto feedback
frusciante di "Universe Prayer" al puro twee-folk
a due voci di "The Stream" passando per le
Microphonate di "Stereo Breath", nascosta
sotto uno strato di battimani e sospiri. Pop sotto chiave,
introverso a dispetto del munifico brulicar di idee
che lo caratterizza. Il wyrd folk della conclusiva
"Air Pressure", oltre a suggerire attenti
studi d'epoca, è magnifico anche quanto a fattura
ed esecuzione, una perla da tramonto che ammicca alla
Incredible String Band dal fitto dei boschi. Impossibile
dire come Botten (accompagnato in metà dei pezzi
dalla voce della ex fiancée Dominique
Ferraton) riesca a fare tutto così bene, ma sappiate
che non è nemmeno la prima volta. Un EP - e una
band - da lento ma inesorabile innamoramento, il cui
unico difetto è l'eccessiva brevità.
www.theemoths.co.uk
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Sixtynine and the Continuous People
I Can't Hear You (Anymore)/Shadows
That Haunt Me 7"
(Felicité)
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Valeva
la pena attendere la pubblicazione ufficiale di questo
singolo (le cui due canzoni giravano da un po' sui winamp
di redazione) per la stupenda grafica realizzata da
Felicité, che aggiunge piacere feticista al già
valido ascolto. "I Can't Hear You (Anymore)",
il primo pezzo originale nella sin qui scarna discografia
dei Sixtynine, è una piacevolissima digressione
dai temi soliti della band, che propone una bella variazione
in chiave soft del suo repertorio di cover. Solido,
ritmato con un refrain efficace e piacevole e un giro
di chitarra che invita alla nostalgia, sarebbe stato
un hit alternativo nel 1986 e merita ogni lode. Sull'altro
lato "Shadows That Haunt Me" torna ad omaggiare
Dan Treacy, ovviamente con un pezzo pressoché
sconosciuto, eseguito solo una volta dall'autore in
un concerto Londinese di sedici anni fa. Non farò
finta di conoscere l'originale, dirò solo che
Filippo e compagni la eseguono con i guanti, appassionato
rispetto e buon dinamismo assimilandola in stile al
pezzo sul lato A: bello e sciolto, come una versione
casalinga dei TVP. Due numeri più morbidi rispetto
alle esibizioni live del terzetto, ma per il sottoscritto
addirittura più godibili. I Sixtynine cominciano
a farsi conoscere fuori dall'Italia (recente la partecipazione
alla raccolta Windless Air "Falling Uphill")
e Dio sa se lo meritano. Questo singolo dovrebbe convincere
anche i più scettici: in bocca al lupo.
www.popfloor.com/continuouspeople
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Boyracer
Yorkshire Soul 7"
(Yellow Mica) |
La
prima raffica della salva Boyracer di fine estate (vedi
news) è affidata alla Yellow Mica Recordings, qui
al suo esordio su vinile, e informa quanto sia diventato
difficile inquadrare la cifra stilistica della coppia
Anderson/Turrell: qualcuno - scherzando ma non troppo
- li definisce oi, ma la verità è che le
canzoni dei Boyracer sono oggi più che mai improntate
ad un'urgenza che se non sempre è utile alla causa
testimonia senza intermediari la sfrenata creatività
di Stewart Anderson. Gli otto pezzi di questo EP sono
per lo più brevissimi bozzetti fuzz-pop in cui
rumore e melodia fanno a botte per guadagnare il palcoscenico
senza che nessuno ne esca vincitore. "Concede"
ed "Heaven is not broken", tra slanci punk,
basso iperveloce e campanellini sono un inizio promettente,
ma presto tutto diventa più sfumato e confuso,
con la qualità del suono che decade di pari passo.
La capacità dell'ultimo album di tenere a freno
gli estri del leader e concentrarli in una manciata di
canzoni coerenti sembra sparita, lasciando il posto a
un caos attraverso il quale si intravede tutto il talento
di Anderson, ma solo se avete la perseveranza di fermarvi
a guardare con attenzione. E d'altra parte i Boyracer
non fanno certo per chi si apetta una vita facile, quindi
accontentiamoci delle effimere emozioni di questo EP,
e aspettiamo i due album per il giudizio definitivo. O
per l'autopsia.
www.boyracer.plus.com |
Blonde Redhead
Equus
(4AD)
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Qualunque
possa essere il mio giudizio sulla scelta di "Equus"
come singolo tratto (insieme ad Elephant Woman) dal prodigioso
"Misery is a Butterfly" rimane il fatto che
anch'io non avrei saputo scegliere con disinvoltura (forse
Maddening Cloud, buttiamola lì). Equus è
sì, molto cavallina, nel senso che galoppa. Forse
le manca la dimensione di magica circolarità della
maggior parte delle sue coinquiline nel condominio maggiore;
così il cavallo va semplicemente incontro alla
sua sorte senza tornare. "Messenger"
interpretata da David Sylvian è semplicemente straordinaria.
Non che la versione di Amedeo sia da meno. Ma qui, fuori
dall'idioma, ci s'apre alla classicità. E' giusto
riempirci i mix cd. La versione francese di Melody sarebbe
bella, se io fossi francese. Però a canticchiare
si fissa nella memoria sempre qualche termine nuovo, ed
è giusto anche questo. Li amo molto, scusate.[A]
www.4ad.com/artists/blonderedhead |
Cinerama
It's not you, it's me
(GoMetric!)
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David
Gedge ha deciso improvvisamente di rimettere su i Wedding
Present perchè "tanto i Cinerama ormai
suonavano esattamente come loro". I due pezzi
di questo 7" (a quanto sembra l'ultimo a firma Cinerama)
risalgono a due anni fa, essendo stati incisi durante
il tour Americano del 2002, e se lo chiedete a me suonano
già esattamente come i Wedding Present. "It's
not you, it's me" è grudgy e scorbutica, ad
assecondare l'agrodolce estinguersi di una storia d'amore
illecita ("I'm not yours, I'm his" è
il tema costante del pezzo). Tanta amarezza impedisce
al pezzo di raggiungere il destino uptempo al quale ambirebbe,
sostituendolo con un pathos palpabile e quasi fastidioso.
Nessuna sovraincisione, e coi Cinerama inadulterati sono
i cambi d'umore e stile della chitarra a fare la differenza.
Sul retro "Erinner dich", cover di un hit disco
dei teutonici Klee, ha il feeling dark wave germanico
che presumibilmente era dell'originale riuscendo comunque
a fare un discreto e gradevole casino, al quale si aggiunge
il vociare (in tedesco) di Gedge. Senza nessun motivo
plausibile mi vengono in mente i Propaganda versione kraut,
ma sto pensando ai Klee, non ai Cinerama. Potenza della
lingua. Comunque sia, David, che c'entra la disco tedesca?
www.cinerama.co.uk
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Demeter
Sampler
(SOS Recordings)
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Appare
chiaro che l'obiettivo dei Demeter (esiste un gruppo
metal italiano dalo stesso nome ma no, qui non parliamo
di loro) è quello di farsi apprezzare da un pubblico
più vasto delle sole webzine specializzate. Collaborazione
- immaginiamo logisticamente problematica - tra artisti
di due continenti, i Demeter sono caratterizzati da
una estrema pulizia del suono e da idee profondamente
chiare: dichiarano influenze importanti (Bowie, Eno,
Cocteau Twins) e derivazioni art-rock, ma i cinque pezzi
di questo sampler li assimilano ai Garbage degli esordi
con in più la capacità di notevoli allunghi
di classe sia in direzione elettronica che tradizionalmente
rock. Uno spruzzo di gotico, l'ugola tagliente della
ispanica Anna Mercedes, un po' PJ Harvey e un po' Liz
Fraser (e vabbè, si esagera), elettronica e chitarre.
Anche se non sono ancora abbastanza fighetti da rendersi
odiosi, né impresentabili come gli Evanescence,
stanno in pericoloso equilibrio tra buono e cattivo
gusto, e chissà se cadranno di qua o di là.
Le canzoni? La più Polly Jean (periodo To Bring
You My Love, per capirci) è "Dare You",
la più trip-hop (Massive Attack di Mezzanine)
"One Last Kiss", la più Garbage "Addict".
Molto buono: è senza dubbio necessario approfondire
la conoscenza.
www.demeter.tv
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The Clientele
Lacewings/Policeman Getting
Lost (live)
(Unpopular)
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Una
bella copertina (mi ricorda *Labyrinth* dei Moffs),
due pezzi già editi di grande bellezza qui in
una veste più spartana live. In effetti, come
segnalato dal sito della giovane etichetta Unpopular,
i Clientele qui suonano all'apex della loro classicità.
Due pezzi marmorei, registrati nel Maggio dell'anno
scorso, durante una data di supporto a Londra a Damon
& Naomi. Non c'è davvero molto da aggiungere
se non che questo prodotto non è indispensabile.
E' bello avere un gruppo di altissimo livello nel proprio
catalogo, specie se poi il materiale è di qualità.
Ma nell'epoca del file sharing un 45" di pezzi
già editi live è un esborso inutile. Per
fans fetish only. [A]
wwww.theclientele.co.uk
www.unpopular-records.com
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The Metric Mile
How to beat the SAT EP
(autoprodotto)
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Prima
che lo chiediate: non ho nessuna idea di cosa sia la SAT.
Ok, basterebbe una ricerca su internet (fatelo voi, se
proprio vi interessa), ma preferisco di no. Perché
i Metric Mile sono una di quelle cose delle quali meno
si sa e meglio è. Potrebbero essere in cinque oppure
uno solo, venire da Malmoe o dallo Iowa. Quello che conta
è il mistero liquido della loro musica, una sorta
di electro-twee che sta in piedi per miracolo, non avendo
in apparenza alcuna base solida sulla quale appoggiarsi.
"I Field Mice con la drum machine",
è stato giustamente detto, magari con una consapevolezza
un po' ruffiana, ma con simili eccellenti risultati. Cinque
canzoni fragili ed apparentemente prive di struttura,
con una voce troppo sottile per potersi permettere il
falsetto, lievi sovrastrutture elettroniche e una rigorosa
chitarra jangly. Tutto qui? Sì, e per questo sono
ottimi, nonostante non riescano a lasciarmi in testa nessuna
canzone (ma a farmele piacere sì: soprattutto la
facile orecchiabilità di "How to beat the
SAT", impagabile all'ascolto); merito di quell'aura
di tragica ed indecifrabile tristezza, l'originale scottish
touch (cfr "Classic Chess Problems") al
quale è impossibile resistere. E se voi volete
che rovini tutto ciò andando a cercare informazioni
e scoprendo che vengono, chessò, da Brooklyn siete
dei mostri, ok? Lasciatemi ricordare in pace la musica
dei miei 16 anni.
www.metricmile.com
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The Thrills
Whatever Happened to Corey
Haim?
(Virgin)
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Confesso:
"So much for the city" dei Thrills con il suo
clima da spiaggia californiana è stato uno dei
pochi dischi major ad allietare il mio 2003, nonostante
l'approdo alla EMI/Virgin di questi irlandesi solleciti
domande inquietanti (tipo: perché loro sì
e i Lucksmiths no?). Per questo, e per la mia inspiegabile
attrazione verso le canzoni con nomi di persona nel titolo
mi sono procurato il CDs in questione, non rimanendone
deluso: la title-track prende tutto ciò che di
buono c'era sull'album e lo sposta dieci anni in avanti,
con una chitarra funky ed archi che dicono "Barry
White", e riesce contro ogni previsione a non rimanere
sommersa dal cattivo gusto. A corredo "If I wasn't
so pretty" (ma chi sei, ahò?) gonfia il petto,
conferma la nuova tendenza dei Thrills per un uso stravagante
delle tastiere e l'amore per i tempi veloci e pur non
risultando altrettanto soddisfacente sta in quella zona
misteriosa tra Eric Carmen e il tardo rock AORcon buona
misura e il solito ottimo senso della melodia. L'ultimo
pezzo, una versione radiofonica di "Whatever Happened..."
è identica all'originale, ma oltre a far numero
nasconde il fatto che sei euro per due sole canzoni sono
decisamente troppi.
www.thethrills.com
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Pop Levi
Rude Kinda Love
(Invicta Hi-Fi)
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Bassista
dal vivo con i Ladytron, e noto ai più grazie ad
un pezzo incluso sul Softcore Jukebox di questi ultimi
("Twins"), il signor Pop Levi è una sorta
di dandy fuori tempo massimo con il culto dei Beach Boys.
Poca o nulla elettronica dunque, ché "Rude
Kinda Love" è una sorta di "Heroes and
Villains" a bassa fedeltà, completa di armonie
e battimani ma con qualche inevitabile lacuna, come se
Mr. Levi avesse dimenticato un ingrediente essenziale.
Di miglior fattura il lato B "Clearly Dearly"
che reimpasta i medesimi ingredienti in uno sformato che
sta alla metà esatta tra i BB e i Dukes Of stratosphear
di "Psonic Psunspots" (avete presente la parte
corale di "Pale and Precious"? Siamo lì),
erigendo un muro del suono della consistenza dei mashmallows.
Divertente, questo è sicuro, ma non si riesce ad
immaginare un futuro accettabile per Pop Levi e i suoi
The Emergencies, se li si costringesse a far sul serio.
E' come guardare un palazzo del quale sia presente solo
la facciata: si ascoltano i due lati con un certo imbarazzo,
come se si avvertisse il bisogno di scusarsi con Brian
Wilson subito dopo. Un ascolto di Smiley Smile basterà.
www.invictahifi.co.uk
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Salvatore,
Alessandro, Fabio
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