Happy Go Lucky
Trip & Fall EP
(Smashing Time)
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Non l'anime di Kishimoto Masashi, ma un altro gruppo svedese che si aggiunge alla corposa lista di band da tenere d'occhio: cinque pezzi di gentilezza elettronica e lievi tocchi acustici, con impasti vocali che assicurano contro gli eccessi di zucchero. Come se i Mojave 3 e i Pipas facessero un picnic nel parco in primavera.
Scevri da eccessiva mestizia, gli HGL presentano i tratti tipici del pop svedese negli accordi stirati di "Going Out" e in qualche sbarazzina ammucchiata di note, ma per la maggior parte del tempo restano a fissare Albione, accarezzando tentazioni pop/folk per accomodarsi infine nel comodo baccello del revival sixties.
I primi tre pezzi sono da manuale: le candide tessiture folk di "Trip and Fall", il velluto elettrico di "Going Out", la cristallina perfezione di "December to Summer", che tra i suoi accordi agresti nasconde un verso come "she faked all the time in bed when we're alone", parlano di una band matura, che concede qualche sbavatura naif solo alle note di tastiera (giocattolo) e ai battimani, ma che ha in se la stessa capacità di declinare pop al passato con i pois psichedelici dei primi Primal Scream. Sono però le armonizzazioni pressoché perfette di "I needed someone to die for" a conquistare, in un crescendo che in mano agli Hidden Cameras si sarebbe gonfiato sino al cielo e qui rimane incantato a guardarvi dal soffitto.
Cinque canzoni e già gli Happy Go Lucky invitano alla venerazione. Se passate da Emmaboda, salutateli.
Per informazioni/ordini: info@smashingtime.net |
Girlinky
High kicks beat low punches
(Best Kept Secret)
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Saldando in una sola formazione 4 lobi di universo pop (Inghilterra, Scozia, Canada e Nuova Zelanda) i Girlinky sono una vera e propria sorpresa, anche misurata soltanto su questi 3 pezzi editi su cassettina per la (per noi, ma auspicabilmente per tutti) beneamata tape label italiana Best Kept Secret. Pop nervoso, chitarristico ma senza distorsioni inutili di messaggio e melodia, tre pezzi che affascinano per entusiasmo, ordinata caoticità e talento scrittorio. "It's the Sugar Rush" martella le sue chitarre fra ricami di synth e un delizioso interplay vocale male/female: ricordatevene per le vostre compilation estive. "Danger of Death" profonde la stessa delizia che in altri tempi profondevano i Pastels, ballonzolando e accodando idee su tronchi di pop progressivo; la conclusiva "Let's have a Fight" indulge sul versante più frenetico, al confine con un punk noise appena mitigato dai ghirigori del synth. Un gruppo da seguire con molta attenzione.[A]
www.girlinky.com
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Javelins
Pale Average Crooks EP
(Yellow Mica Recordings)
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"Per la prima volta siamo effettivamente soddisfatti di un nostro disco" dicono i Javelins, e a parte il fatto che i precedenti EP non erano affatto male, ci vorrebbe un maledetto perfezionista per non amare questo CD, praticamente perfetto dall'inizio alla fine. I Javelins mettono delle briglie leggere alla loro proverbiale schizofrenia e ne ottengono quattro piccole gemme di pop movimentato che mantengono tutto l'entusiasmo e la freschezza della band svedese ma guadagnano in coerenza e struttura. Lo spirito dei Wedding Present aleggia coinvolto su tutto il disco, in particolare su "Nastacular", con le sue chitarre che sferragliano senza cattiveria e quella punta di malcelata insoddisfazione che era propria di David Gedge. Anche i tre pezzi restanti fanno i conti con la nostalgia seppure con genuino spirito fai-da-te e una frenesia che non fa fermare nemmeno per un istante le due chitarre: "The Anatomic Bomb" è splendido indiepop di stagione tra Razorcuts e Lucksmiths con feedback sul finale, "Pale Average Look" seppellisce i suoi gentili accordi Sarah sotto strati di schitarrate elettriche e il coro a chiamata e risposta di "Geography of Me" conclude il tutto su una imprevista nota riflessiva ma altrettanto coinvolgente. E beh, "soddisfatti" è dir poco.
w1.311.comhem.se/~u31140074/javelins.htm
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The Upwelling
s/t
(NFI)
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Al primo EP, gli Upwelling da Brooklin si collocano immediatamente tra le band capaci di interpretare al meglio le pulsioni passate e presenti dell'indie-rock americano. Questi quattro pezzi hanno il marchio della grandezza, riuscendo a ridurre in una solida sintesi l'amore per il pop/rock melodico e per quelle spigolosità che hanno caratterizzato la parte meno in vista della scena alternativa USA negli ultimi anni: Czars, Dismemberment Plan e Spoon i primi nomi a venire in mente, specie dopo le scintillanti aperture chitarristiche di "In Her Arms/Sam" e "Murdered by a big bomb", che hanno tutto ciò che serve per diventare dei piccoli anthems college-rock: melodicamente densa e tendente all'epica la prima, sostenuta da un brillantissimo gioco di chitarre e sottile elettronica alla Grandaddy la seconda. Gli Upwelling sembrano però ambire a qualcosa in più delle radio locali, e così si spiega il sontuoso lento "American Night", che richiama la parte migliore del pop di consumo grazie anche alla stoffa di Ari Ingber, autore/cantante dalla notevole estensione vocale. Se riusciranno a tenere in scacco quella tendenza alla magniloquenza che spunta inesorabile in coda ai pezzi e rischia di offuscarn l'indubbio talento, diventeranno presto grandi.
www.theupwelling.com
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Belle and Sebastian
Books EP
(Rough Trade) |
"Wrapped
Up In Books" era una delle canzoni più riuscite del trascorso
Lp in studio, "Dear Catastrophe Waitress" non memorabile
quanto prove remote ormai lontane, davvero accese di passione.
Ad ogni modo, questa canzoncina era e resta davvero suadente;
la sensibile calibrata impronta Caravan-murdocchiana si
rinnova ancora in questa incantata filastrocca nostalgica.
"Your Secrets" sorprendentemente, bissa. Ideale prosecuzione.
Avvolgente malia di hammond, chitarrine e aggrazate voci
in estasi, comunque una spanna sopra la media di tanti
gruppuscoli in circolazione.
La suite d'apertura, "Your Cover's Blown", sconcerta,
nientemeno, esattamente come da tempo ogni nuovo Ep degli
scozzesi. Sei minuti di durata tra cambi di tempo, trilli
e segreterie telefoniche, prodursi di riff alla KC & the
Sunshine Band, coretti Motown, ma soprattutto una mescolanza
di stili tipico dei 10cc.
L'esito è invaghente, rischia di divenire uno dei brani
più celebri di Belle and Sebastian. Va a finire che li
preferiremo in EP...[F]
www.belleandsebastian.co.uk |
Trembling Blue Stars
Southern Skies Appear Brighter EP
(Elefant)
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Non resta che officiare, prender nota, annoverare. I Trembling Blue Stars sono tremolanti stelle blu, - no? - e producono indiepop di qualità, più o meno riconoscibile, più o meno ispirato. Esce un ep, ha 5 pezzi nuovi, e sono i Trembling Blue Stars, o lo sapevate già? Cosa si suppone io debba davvero fare? Dirvi se piace o meno a me o se in generale cambierà qualcosa nelle vostre vite? Risposta alla domanda due: tutto è possibile.Risposta alla domanda uno: non è male, ma c'è di meglio, nel back catalogue. "Helen Reddy" cantata da lei ad esempio, è caruccia, assemblata con tutti i crismi, eppure resta un po' ai margini della mente e del cuore. Meglio "A Beginning of a Kind", cantata da lui, tutta speranza e protensione, coretti eterei e chitarre in battere. Niente di memorabile, però. "Open Skies" è anodina, ahimè, e scorre meglio se non dovete recensirla. Altrimenti è liscia come l'olio. "Hurry Home Through the Crowds" pretende di meno e di più attinge, ma in universi misurabili con un righello di pochi centimetri. Nondimeno,forse, è il pezzo migliore, anche perché il successivo e conclusivo "One Wish Granted" è un insolito frammento ambient di cinque minuti e mezzo Mi ci vorrebbe un vacanza per metterle a frutto, queste canzoni. Un po' d'amore lieve, una brezza che increspa la superficie dei cuori e tutto ciò diventerebbe magnifico.[A]
www.tbstars.co.uk |
The Boy Least Likely To
Fur Soft As Fur
(Karma Lion)
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Bedroom pop con le finestre spalancate arriva da The Boy Least Likely To (nome Morrisseyano in massimo grado), misterioso ragazzo del Mersey orgogliosamente trasversale alle mode. "Fur Soft As Fur" ha la qualità aerea del pop fatto in casa e trasmette una indefinibile sensazione di libertà, come un pomeriggio di vacanza in riva al fiume con thè caldo e brioche alla crema. Banjo, violino, xilofono e cori per una canzone da tenere stretta al cuore come si usava una volta, affatto inficiata dalla qualità ossessiva degli accordi che anzi hanno il merito di trascinarla lontano dagli inevitabili scimmiottamenti Belle & Sebastian. Qui pare piuttosto di ascoltare i Camper Van Beethoven o i Gorkys che suonano al crepuscolo in un villaggio del nord, a volume basso per non disturbare troppo. Sul retro, "I see spiders when I close my eyes" lima le stranezze su un bel tempo veloce di basso qualificandosi come "normale" e delicata pop song degna erede della neopsichedelia inglese più morbida, ma mantiene parte dello spirito campagnolo prima osservato (tastiere e cori): starà comoda in qualunque cassettina indiepop, inosservata e utile all'umore. Conclude il tutto "God takes care of the little things", uno scherzo di 40 secondi per sei corde, flauto e una strofa, che si lascia dietro una nota di incompiutezza perfettamente a tono con il mood complessivo del disco. Il Ragazzo improbabile sa farsi ammirare in virtù di indipendenza e intimità del suono, anche a dispetto di pezzi per il momento non eccezionali. Ma adorabili sì.
www.karmalion.com
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The Radio Dept
Why Won't You Talk About It?
(XL/Labrador)
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Speravamo un po' tutti che la distribuzione XL avrebbe rivelato al mondo la grandezza dei Radio Dept, ma le cose procedono a rilento: non solo il sito XL li descrive ancora come "a sensational but understated four-piece" (quello che si dice mettere le mani avanti), ma la pubblicazione di Lesser Matters è stata addirittura rimandata ad agosto inoltrato, e quindi non ci resta che ripiegare su questo EP, uscito circa un mese fa e a tutt'oggi unica testimonianza dello sbarco in Inghiterra della band svedese. Beh, pensavo non ci sarebbe stato più nulla da dire su "Why Won't You Talk About It?" ma ero in errore. Il modo in cui la drum machine si fa strada fra la spessa coltre di feedback, le bolle di sapone generate dalle tastiere, l'incredibile crescendo finale mi fanno accantonare la retorica e dire senza vergogna che è uno di quei pezzi che non ci si stanca mai di ascoltare. Ma né io né voi siamo qui per lui, quindi diciamo che la seconda traccia (nonché l'unico retro nella versone 7") è la stupenda "I don't need love, I've got my band", che ancora fa i fuochi d'artificio qui in redazione. I due pezzi di contorno sono meno conosciuti e quindi più preziosi, recuperando i due lati del primo 7" per Labrador/Rex uscito nel 2003: "Liebling" è un alto numero di shoegaze acrobatico tra Primal Scream e krautrock grazie alla massiccia presenza delle pirotecniche tastiere di Mattias Rieloff
(il che mostra cosa sarebbero potuti diventare i RD senza Daniel "this machine kills fascists"), mentre "We Would Fall Against The Tide" (non la "Against The Tide" conosciuta sull'album) annega in un gentile mare di riverbero accompagnata da un basso instancabile ed elettronico. E sì, questi due brani da soli giustificano assolutamente l'acquisto.
www.labrador.se/artists/radiodept.php3
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Camera Obscura
Keep It Clean
(Elefant)
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Giusto per rimarcare stile e appartenenza, i Camera Obscura scelgono una copertina Belle&Sebastiana - per intercessione di Dylan - per il secondo singolo estratto dallo splendido "Underachievers...", la cui apparizione testimonia l'impegno della Elefant (ma la band dal suo sito si lamenta per la scarsa promozione: "basically, we're fucked and no one knows it's out"). "Keep It Clean" non è forse il pezzo migliore dell'album ma è quello che espone al meglio le capacità della band: melodia di pura bellezza, con il cantato torrenziale di Tracyanne meno timido del solito e ampi spazi strumentali nei quali lo strumming gentile dei suoi compagni può farsi valere. E' una sorpresa relativa "Amigo Mio", che nonostante sia cantata - in spagnolo! - dal chitarrista Kenny McKeeve non scarta di molto dalle solite note, fiati in sordina compresi. Meglio "San Francisco Song", uno di quei piacevoli uptempo sempre più rari nel repertorio della band: gli bastano due semplici accordi di tastiera (nota alta, nota bassa), una batteria e la voce di Tracyanne, che riesce ad essere malinconica a dispetto della velocità e a reiterare il feeling retro già gustato nell'album recente. Ma nonostante la piacevolezza di questo pezzo, e nonostante il fatto che un ascolto ai Camera Obscura non si nega mai, mentirei se dicessi di avere sottomano un singolo imprescindibile. A contorno del tutto il video di "Teenager", anch'esso in stile B&S ma con un'attenuante: la regia di Blair Young.
www.camera-obscura.net
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Spaghetti Vabune
Eight Players EP
(Blue Badge)
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Serbavamo un ottimo ricordo dei nipponici Spaghetti Vabune dai tempi del frizzante CD-R fatto in casa per Shelflife e di un album uscito solo in patria, e ci spiace trovarli un po' sciupati in questa nuova uscita.
Orribile accento a parte, l'iniziale "3.1" potrebbe essere
un (semiriuscito) tentativo d'imitare proprio i Camera
Obscura, abbassando ritmi e toni ma senza rinunciare al
piglio punkettoso e ingenuo che è la cifra degli Spaghetti
Vabune. In altri casi è bastato, ma qui i tintinnii della
chitarra e i "pa-pa-pa" di sottofondo non riescono a nascondere
l'inconsistenza della canzone. Come se non bastasse dura
la bellezza di sei minuti, fra statica da radio e gorgheggi,
vanificando anche quella concisione che è tra le qualità
migliori del jap-pop. Le cose vanno molto meglio quando
la band torna a ciò che sa fare meglio: già "Ago" recupera
tutta la verve perduta districandosi a due voci tra affilate
chitarre, e "Candy" è dolce, gommosa e di breve durata
come il titolo promette. La mazzata finale però è "Favorite
song", nu-bossa elettronificata e improbabile, che dimostra
come non sempre l'incontro fra Giappone e Brasile sia
di quelli fortunati. Ma beh, sembra più che altro il tipico
remix messo lì per chiudere in fretta l'EP, quindi non
infieriamo: due pezzi riusciti su quattro possono anche
bastare. E a completare tutto un video in stile più
carino non si può di "Chocolate Song"
Ah, guardate la copertina e ditemi se i nostri Virginiana Miller non hanno saputo osare di più.
www.vabune.com
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The Bees
Horsemen
(Virgin)
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Vediamo se riesco a non far fraintendere. Questo CDs è meraviglioso, ma sono costretto a sconsigliarne vivamente l'acquisto. Perché i due pezzi che lo occupano sono presenti anche su uno degli album più eccitanti dell'anno, quel "Free The Bees" che esaltiamo in altra sezione. Ma ne parliamo lo stesso, non solo per dovere di cronaca ma per avere un'altra occasione di esaltare il duo inglese.
"Horsemen", ovvero Kinks e Rolling Stones a braccetto per Piccadilly Circus una domenica pomeriggio del 1965, è tagliente, martellante e rock and roll come il primitivo freakbeat esigeva, e ha in se' tutto il bello di cui sono capaci i Bees oggi. "The Start" per contro si tiene sui soffici temi da commedia inglese della Bonzo Dog Band, pianoforte compreso.
E' bello per una volta non dover fare finta, entusiasmarsi per un disco in virtù del fatto che suona datato con una fierezza ormai sconosciuta, e che è stipato di grandi canzoni. Due le trovate qui, ma con un minimo esborso aggiuntivo potete averne ben dieci in più, e vi assicuro che mai come in questo caso ne vale la pena.
www.thebees.info
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Tokyo Eye
Fuck You, Idiot!
(Yellow Mica Recordings)
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Dopo le perfette repliche di Smiths, Jesus and Mary Chain e del C86 tutto ci mancavano giusto le riot grrls svedesi, un vuoto colmato prontamente dalla eccellente Yellow Mica. Cassa gonfiata alla Slits, piglio punk che non maschera completamente l'attitudine melodica, i Tokyo Eye sono un quintetto lo-fi a prevalenza femminile (3 contro 2) che predilige un'aggressività ruvida e mediamente complessa. Come è ovvio il punto di riferimento più immediato sono gli Huggy Bear, ma la band svedese sacrifica un po' di immediatezza in favore di soluzioni che - specie nel lavoro delle chitarre - devono molto al punk USA di casa SST e alle esperienze centro-europee dei tardi anni 80. Le due diverse pulsioni evidenziano una frattura all'interno della band: se il lavoro della ragazze esprime uno scazzo genuino ed adorabile, le chitarre affiate ai maschietti sono un pochino più serie del lecito, ma senza che il risultato finale ne sia compromesso. La voce di Ebba von Krusenstierna, acida ma con punte acute alla Ari Up, porta a livelli agrodolci l'iniziale "Tori Spelling wears me out" (come darle torto?) che rimane un bel concentrato di adrenalina ed è senza dubbio il pezzo più immediato del disco alla pari con i battimani della folgorante "We Win, You Fail". Una piacevole scoperta.
www.yellowmicarecordings.tk
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Sagor & Swing
s/t
(Smashing Time)
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Duo
svedese di qualità decisamente particolare, Sagor & Swing
sono attivi dal 1999 e vantano una discografia insospettabilmente
corposa. Ulf Möller e Eric Malmberg usano percussioni
e hammond per costruire quattro pezzi (due dei quali recuperati
dal recente album "Orgelplaneten") più movimentati della
loro produzione media ma ugualmente inafferrabili. I titoli
sono in svedese ma non nascondono nulla: "Popkarusellen"
è una vera delizia, con un semplice riff da giostra che
si dirige verso velocità vorticose, e nemmeno "8-bitarspolskan"
disattende le indicazioni del titolo, avanzando a scatti
pixellosi su tempi kraut, ideale accompagnamento sonoro
per una partita col vecchio Game Boy. Ma se fin qui si
può pensare ad una curiosa primizia di stagione, i due
pezzi sul lato B raccontano un'altra storia, carica di
insospettabili riferimenti e ricca di colori: "Partikelaccelerator"
immerge suoni nel riverbero e in una versione nordica
della blaxploitation con esplosioni da sountrack r'n'b,
"Banlkängesvisa" completa l'opera emergendo da quello
stesso decennio in liquida salsa prog, con temi ecclesiastici
non troppo distanti dai Procol Harum. Se tutto questo
vi sembra inverosimile non avete che da ascoltare.
www.sagorochswing.com
Per informazioni/ordini: info@smashingtime.net
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I Am The World Trade Center/Paper Lions
Split 12"
(Echelon)
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Tutti le coppie miste popelettroniche del mondo sanno di dover affrontare un banco di prova temibilissimo: una cover di "Don't You Want Me" degli Human League. La maggior parte si sottrae alla sfida, sapendo di non poterla vincere, ma con una buona dose di coraggio, gli I Am The WTC vanno incontro alla cover uscendone, ahimè, malconci. Se la voce agrodolce di Amy Dykes è più che adatta allo scopo e ai sottintesi all'originale, quella di Dan Geller evita il confronto con Oakley nascondendosi dietro una fitta serie di filtri: il risultato è tale che par di sentire i Buggles attraverso un vocoder, e la cosa non è granché piacevole. Ma beh, almeno loro ci hanno provato.
Decisamente più rilassati, i due offrono il meglio in una distesa e ottima cover di "Shoot You Down" degli Stone Roses e nella già nota "No Expectactions", pezzi di pregiata fattura che restituiscono uno scopo all'EP e ci restituiscono la band che conosciamo.
Meno in tema con queste pagine ma non meno interessanti i Paper Lions (reduci da un tour USA con I am the WTC), che nonostante l'antica affiliazione a Kindercore sono sempre stati più attratti dai Wire che non dai Beach Boys. Tre pezzi corposi e interessanti che giocano con la new wave con gusto filologico, chitarre nervose e basso onnipresente: a noi piace di più la conclusiva "Every Time" che ospita proprio la voce della Dykes, lontana dalle tastiere con sempre ottimi risultati. Non ci spiacerebbe vederla riprovare.
www.iamluxe.com/worldtrade
www.paperlions.com
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Piney Gir
Jezabel/Hello Chanel
(Truck)
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Divenuta famosa oltremanica per una cover sopra le righe (o bastardpoppizzata come usa dire ora) di "My Generation" degli Who, Piney Gir sta sperimentando i suoi 15 minuti di notorietà grazie soprattutto alle storie che la sua etichetta si è inventata per costruirle un personaggio: originaria del Kansas, cresciuta a Gesù e musica classica, scopre il Pop e diventa una star a Londra. Ma vabbè, finché il contrasto innocenza/sesso funziona così bene, tanto vale sfruttarlo a fondo. Trattasi in realtà di clone ben riuscito di Peaches, come evidenziato da "Jezabel", mediamente meno pestona dell'electroclash, stranamente ovattata, ossessiva il giusto e un bel po' più lunga del necessario, crescendo soffocato con imprevedibile finale da cinematografo. Tutta la vivacità che le manca è recuperata da "Hello Chanel", synthcore francofono ortodosso e azzeccato, sia nella scelta culturale di eleggere Coco Chanel a rappresentante di una nazione (sempre meglio di Renée Dupre, suppongo) sia nell'accoppiamento synth/voce più nostalgico che modaiolo: immaginate Lio in versione hard. Il pezzo mostra qualche avvisaglia di talento, se non proprio quel genio di cui si legge in giro. Delle radici country e folk millantate dalla stampa qui non c'è traccia: forse bisogna rivolgersi all'album "Peakahokahoo", più probabilmente non esistono e basta. www.pineygir.com
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Client
In It For The Money
(Toast Hawaii/Mute)
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Smaltita la delusione per un album d'esordio che manteneva poche promesse, possiamo dedicarci senza pregiudizi né aspettative a questi tre nuovi pezzi del duo elettropop più nostalgico d'oltremanica. Magari ignorando i comunicati stampa, così non ci viene nemmeno in mente che le due ragazze siano davvero un incrocio tra i Kraftwerk e Dusty Springfield. Anche in questo singolo la coppia Hodges/Blackwood fa del suo meglio per annacquare le ultime tendenze sintetiche in melassa mainstream alla Pet Shop Boys, preferendo giocare con l'iconografia feticista che accompagna le ragazze; dev'essere per questo che miss Blackwood canta "In It for the money" con il piglio cattivello e vagamente minaccioso che non le sentivamo dai tempi di "I Will Be Your Girlfriend". La canzone non è granchè, il testo è ai livelli della Madonna di "Material Girl" (ma vietato ai minori: "I'm a girl with a mission/in any position"?), ma la forzata semplicità e la buona performance vocale la rendono quantomeno simpatica. Stesso destino per "Down to the Underground", quasi una reprise sciacquina della meccanica di "Warm Leatherette", con il supporto di Pete Doherty dei Libertines al controcanto: monotona ma non troppo, si giova di una freddezza poco esasperata, innocua e in fondo piacevole. Dei beats senza sostanza della conclusiva "Burning Up" (una ballata, circa) invece dovrei dire troppo male, quindi farò semplicemente finta che non esista.
www.client-online.net
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Salvatore,
Alessandro, Fabio
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