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The Legends: Play it for today (Labrador)
Volevate fare i brillanti - quella sera - e avevate proposto una discoteca molto cool, esibendo l'ennesima promessa di ritornare a casa (o in macchina) con una ragazza (vera: quella che avevate ritirato dal postalmarket e gonfiato con la pompetta della mountain bike non valeva...). Ma girando gli occhi stralunati intorno al locale, vi eravate accorti molto presto che l'unica ragazza era quella occhialuta del vostro gruppo, che non troverebbe un fidanzato nemmeno tra i castori delle Ande. Fu proprio allora che vi assalì la sensazione di deja vu da bar di Scuola di Polizia; fu proprio allora che vi chiedeste chi diavolo erano quegli svedesi sul palco, che battevano le mani e cantavano ritornelli ossessivi; che avevano dichiarato che la loro musica "non può essere ricondotta ad alcun genere" - anche se avevate la netta sensazione che avessero iniziato a suonare soltanto da qualche giorno.
Ma il deja vu continuava, facendovi ritornare in mente l'elettro-techno-pop che vi aveva fatto compagnia - traghettandovi dai Television degli Ottanta al "gay dance floor" (Labrador dixit) dei Novanta - mentre divoravate l'ennesimo ciocorì e guardavate L'Uomo Tigre.
Soltanto qualche tempo dopo scopriste che si trattava dei The Legends, che presentavano il loro singolo "Play It For Today" (insieme a "Blue Lights").
www.labrador.se/artists/legends.php3
PaMeLlO, 29/08/06
Lovejoy: England Made Me (Matinée)
Come dubitare del fatto che sia stata l'Inghilterra a plasmare Dick Preece? Così quintessenzialmente britannico: grigio, sarcastico, lucido e pungente, con una punta di nostalgia snob e quell'intelligenza eccessiva per il suo stesso bene, l'immagine di Jarvis Cocker sul comodino e le fotografie sgranate sulle copertine dei CD. Non fosse bastata a capirlo la magnifica dichiarazione di isolazionismo di "Everybody hates Lovejoy", questa nuova enunciazione di appartenenza alla Nazione spiazza e colpisce ancora. Le due passioni di Preece convivono, ma a compartimenti stagni: di qua l'ormai canonica nostalgia eighties di chitarre jangly e tastiere uggiose nella suburbana "Brightness falls", che a dispetto del titolo odora di pioggia e di segreti, toccata giusto da quel barlume di luce che la salva dall'oscurità. E di là l'elettronica gonfia ed entusiasta ostentata da "Are you analogue or digital?" che rivela il dilemma sonoro nel quale si dibattono i Lovejoy. La cover di "In the rain" (June Brides) scintilla di tastiere e papapas e manifesta genuino entusiasmo, ma è la conclusiva "Made in England" a fare da silenzioso compendio all'EP, sin da quei grattuggi di chitarra che la aprono annunciando l'ennesimo stordente viaggio nei ricordi (e non necessariamente nei rimpianti) di Mr Preece, sostenuti da riverberi di tastiere rigogliosi senza diventare kitsch. Un cantore dell'Inghilterra per nulla intenzionato ad uscire dalla sua cameretta.
www.indiepages.com/lovejoy
Salvatore, 28/08/06
Rosemary: Suburban Kings (MA2 Records)
Di norma i gruppi che si presentano nella casella email come "simili ai Long Blondes" hanno due caratteristiche: 1) non c'entrano nulla con i suddetti e 2) nonostante ciò hanno la tendenza a pubblicare ottimi singoli. Dopo The Lodger è il turno dei Rosemary da Dartford - Kent, sud dell'Inghilterra - stupire con un sette pollici che da un lato liscia il pelo alle charts e dall'altro offre un troppo fugace sguardo ad una materia prima più torbida ed interessante. "Suburban Kings" è un rocker estivo e fluido di eccezionale orecchiabilità governato dalle chitarre e dal raddoppio delle voci e suona (circa) come se i Libertines degli esordi avessero ascoltato la colonna sonora di Grease anziché stonarsi con gli Strokes, ed è una benvenuta aggiunta alle canzoni da portarsi in vacanza, anche perché difficilmente durerà più di un paio di settimane. "For He's Blue" va ancora più indietro e scava un tunnel verso le radici garage con un potente intro di basso in loop e una serie di giri di chitarra chiusi al buio, salvo concedersi ad un cantato di Australiana solarità. Compagni di strada di band come Ordinary Boys e Ronelles nel mod revival d'Albione (anche detto "pop cafone"), come loro vivono al margine tra piacevolezza e cattivo gusto, ma in quanto a promettere, beh, promettono. Promossi, con un solo appunto: la copertina deve essere meglio di così.
www.rosemarymusic.com
Salvatore, 26/07/06
Harper Lee: He holds a flame (Matinée)
Mentre Matinée apporta gli ultimi ritocchi alla compilation "Out to sea" che raccoglierà il meglio del duo, gli Harper Lee continuano ad esplorare i recessi di un prezioso passato che nelle loro menti è evidentemente più vivo che mai: "He holds a flame", pezzo portante di questo Ep che giunge a due anni di distanza dall'album " All Things Can Be Mended ", è una lovesong veloce, semplice ed ottimista, costruita su spire di chitarre jangly in loop e impalpabili costrutti di tastiere, che scompare nel tempo di un battito di ciglia lasciando un piacevole profumo ad impregnare l'aria. Immutabile come il mare e la sabbia, Howard continua a descrivere la malinconia urbana in un modo che è sembrato brevemente possibile nella falsa innocenza degli anni 80 ma oggi apparirà ai più troppo debole, troppo modesto, troppo inadeguato. Perché nei suoi pezzi c'è ancora tutta la fragilità dell'adolescenza, quella comprensione un po' sconsolata dei meccanismi dell'amore vissuti non più con viva partecipazione ma con una sorta di rassegnato distacco. Ed è per questo modo far rivivere l'illusione che in fondo amiamo Kieris, che nel descrivere per l'ennesima volta i tormenti del Ragazzo Che Non Vuole Rassegnarsi utilizza stavolta dosi di verve stagionale. La stessa impermeabile coerenza caratterizza i brani di contorno, dalla acustica e lineare coda alla title-track "I could be wrong" al soavissimo, estremo e tenero janglepop di "William Blake" che è quanto di più vicino ad una macchina del tempo vi capiterà di sperimentare in questa torrida estate. Unica eccezione, la pigra ninnananna al riverbero di "Come rest your weary head", soffice come una nuvola ed altrettanto impalpabile. E potete anche convincervi che la nostalgia è sopravvalutata, se ci riuscite.
www.indiepages.com/harperlee
Salvatore, 25/07/06
Shrag: Pregnancy scene/Mark E Smith (Where It’s At Is Where You Are)
Impossibile non subire il fascino dell'incompromissione di una band come gli Shrag. Pubblicano dischi con esasperante lentezza, non hanno un'immagine pubblica, non hanno un sito internet, e dopo una lunghissima attesa pubblicano questo sette pollici in tiratura limitata (300 copie) per WIAIWYA, la più inafferrabile delle etichette inglesi. La memoria va a ripescare quegli Huggy Bear che rifiutarono un contratto discografico con Nude ponendo come clausola che l'etichetta scaricasse i Suede, ma i paragoni si fermano qui. L'eccentrico pop-punk degli Shrag ha infatti gli spigoli arrotondati dalla costante presenza delle tastiere in felice contrasto con gli acuti delle voci femminili, come se nei Fall del periodo pop si fosse infiltrata l'elettronica dei B52's. Anche il ribellismo è esibito in doti controllate e condito da ironia insofferente al conformismo: "Pregnancy Scene" è un sottile urlo di disgusto agli avvenimenti di una sala parto visti attraverso l'indifferenza adolescente ("makes us want to puke our guts up" addirittura). Pezzo circolare e vagamente inquieto, non trova un centro di gravità e rimane a girare accontentandosi della sua stessa irrisolutezza. Il meglio però è "Mark E Smith", tagliente esercizio pop-punk pungente ed eversivo, che riempie il vuoto con una linea di basso e rimane a contemplarlo mentre stratifica parti vocali su un'unica, insufficiente sagoma di synth. Le screamy vocals collassano infine su un agglomerato di chitarre e batteria piatto e denso come si usava una volta. E nonostante la cuteness involontaria che emanano, nonostante il fatto che non invitino al pogo e tengano in conto una certa discrezione, nonostante le loro canzoni fi fissino in testa con la facilità di un gel per capelli, gli Shrag sono a tutti gli effetti un gruppo punk per le contrazioni eversive trasmesse da ogni nota, da ogni parola, da ogni gesto. E io non ho mai saputo resistere a band del genere.
www.myspace.com/shrag
Salvatore, 25/07/06
Diktendo:
Sweet and tender, as we are (Melodrama)
Si ritira nella ovattata sicurezza del pop svedese Magnus Wahlström/Diktendo, già colonna dei disciolti Citylights: interpreta le canzoni con nordica ritrosia, esaltandone la carica pop e disinnescando nel contempo gran parte dell'anelito che dovrebbe muoverle. Equilibrio sembra essere la parola d'ordine della placida "The tune I call november", che l'autore non desidera perturbare con esagerate manifestazioni di emotività; come se avesse bisogno di un ambiente asettico nel quale innalzare le fondamenta del proprio sogno pop, estrinsecato da liriche di delicato romanticismo e da un cantato rivestito d'eco che insegue la musica all'interno di un'allucinazione morbida, mentre strofe e cori accarezzano i volteggi delle chitarre e nulla di male può accadere. Indiepop in vitro di innegabile bellezza, rinfescante antidoto estivo. La medesima aura circonda le esuberanti composizioni di contorno, che usano l'elettronica per ravvivare il gioco ma lasciano alle chitarre oneri - ed onori - principali: da incanto gli accordi che dominano dall'alto e illuminano d'immenso i vicoli pieni di eco di "Me, and the sun" agitata da un basso e da tenui rimandi eighties, più jangly, rapidi e classici quelli della title-track che fa incetta di drum machine e mostra lontane parentele con i Radio Dept passati, sinanche nella insistita ricerca melodica. In mezzo a questa studiata finzione però Magnus finisce per rilassarsi troppo ed abbassare la guardia in "Falling adventures", pezzo ripiegato su se stesso musicalmente e liricamente a rivelare la dimensione personale e desolata che sta dietro la maschera di questo EP, prima che i beats programmati di "1000 (Tusen)" tornino a stampare in superficie un sorriso di plastica. Complimenti per l'autocontrollo.
E sul sito, canzoni a iosa!
www.mysecretscience.com/diktendo
Salvatore, 21/07/06
Popup: Lucy what you trying to say? (Hijacked Records)
 Si può sempre contare su Glasgow. Stavolta le tende della sconfinata scena cittadina si aprono su un quartetto timido e carino, con due fratelli di origine italiana al timone (Nicholas e Adrienne Giudici) e un chitarrista che pare uscito da una canzone di Tigermilk (Damien Gilhooley). L'attesissima "Lucy What You Trying To Say?" ha in sé tutte le adorabili peculiarità del pop scozzese: la concentrazione sui minuscoli dettagli di vita quotidiana, il suono cristallino e soave delle chitarre, quella genuina indecisione di chi non sa bene se rinunciare alla propria riservatezza in cambio di una canzone. Anche se la canzone è splendida come "Lucy", animata da quel fremito chitarristico così caro a Roddy Frame che irrompe sull'uniforme tessuto iniziale per poi assumere tutti i colori dell'iride, tendente alla compromessa purezza che fu di Supernaturals e Super Furry Animals ma ancora al di qua del guado, nobile ed irrisolta. La voce proclama con un marcato ma tremante accento glaswegian la storia di una ragazza balbuziente e del giorno in cui ha trovato l'amore, come un cortometraggio di tre minuti e mezzo diretto a velocità doppia e immagine sgranata verso l'inevitabile lieto fine. Il miglior guitar-pop dell'estate, e non è colpa mia se in questi giorni pre-vacanzieri spuntano Singoli del Mese come funghi.
Difficile stare vicino ad un pezzo del genere, ma le due b-sides ci riescono egregiamente; meglio la lenta e marziale accelerazione al crepuscolo di "A year in a comprehensive", pop semiacustico e malinconico che fa sbocciare un ramo genealogico dai vecchi Del Amitri ai nuovi Popup, e a seguire l'affrettata, Furryana "What's the matter now?", Succo D'Arancia diluito in lalalas che se manca un po' di analisi conserva tutta l'immediatezza a cui è verosimilmente votata, pescando a piene mani dalla tradizione cittadina per cavarsi d'impiccio. Cosa vi avevo detto? Si può sempre contare su Glasgow.
www.popuptheband.com
Salvatore, 19/07/06
The Bedroom Singer: Your lover from Berlin (Yellow Mica)
Nella continua ricerca della perfetta pop song in terra di Svezia entra un altro contender: il giovane Erik Laquist, in temporanea assenza dagli altri suoi progetti Vapnet e Sibiria con un moniker che è tutto un programma. "Your lover from Berlin" è una goffa cantilena d'amore infranto in cui chitarre e tastiere convivono con l'agrodolce profumo di primavera; graziosa ed amara, timida come gli esordi di Sarah Records, con la stessa desolazione smarrita "e adesso che faccio?" di Another Sunny Day trasportata avanti di vent'anni (da cui i seguenti versi esemplari: "you gave me lots of hugs and kisses/but it was only in your sms’s"). Ricetta invincibile e sempreverde per andare dritto al cuore degli appassionati, ma con i giusti ingredienti casalinghi a renderla autentico prodigio da cameretta; fragile e sbarazzina e con un refrain semplice ma capace di stare in piedi da solo (dimmi cosa ci vedi nel tuo amante di berlino/ è più brutto di me) oltre che generare generosa empatia nelle giovani generazioni. La potete scaricare qui.
A seguire, "The old fashioned song" si addentra nei campi di fragole Lennoniani con un cospicuo peso d'organo ed avanza a fatica al cospetto di un simile ingombrante modello, per confermare poi la citazione con grappoli di chitarre da tardodecadenza beatlesiana. Evidente contrappunto nevoso alla fioritura ormonale della title track, svolge nondimeno il suo compito con lode.
Modesto, ritroso, così bravo nel descrivere lo smarrimento sentimentale di una generazione troppo fragile ma consapevole del fatto che nessuna malinconia è troppo grave se basta una canzone a dissiparla, Laquist è il ritratto del giovane popster Svedese nell'anno di grazia 2006: un bedroom singer.
www.thebedroomsinger.blogspot.com
Salvatore, 18/07/06
Lucky Soul: Lips are unhappy (Ruffa Lane)
 Gli ingredienti per diventare incontestabili promesse della scena pop UK i Lucky Soul li possedevano sin dal primo singolo che qui celebrammo, ma è come se ne avessero conservato l'ostentazione sino ad ora: "Lips are unhappy" è un formidabile numero di pop d'altri tempi, e poco importa che la generosità della band lo avesse reso disponibile da mesi sul proprio sito web: resta adorabile e non teme usura né confronti. Morbido e affascinante stomper, Motown sound che rivive nei club della Swinging London, "Lips are unhappy" scivola su un arrangiamento discreto e formidabile, cita soul e anni 60, la parte buona dei girl-groups e lustrini da brill building senza mai alzare i toni, sussurra chitarre e depone archi e fiati al di sotto della voce sottile e aggraziata di Ali Howard, talmente versatile da meritare quei paragoni con Sarah Cracknell che sino ad oggi erano parsi affrettati. Il finale lungo ed insistito al ritmo di "shake shake, shimmy shimmy" incornicia quello che è già un piccolo classico, la colonna sonora perfetta per una riappacificazione. Sull'altro lato, il soul di "Baby I'm broke" ruba Dusty Springfield ai Long Blondes e la riporta a casa in orario, le chitarre ridotte ad echi pronti a sciogliersi sotto calde note d'organo, e il dolore sommerso delle cantanti soul anni 60. Squisita e raffinata, come l'immagine di Ali in copertina.
Se le Pipettes sono un battimani, dovete pensare ai Lucky Soul come ad uno schiocco di dita; forse meno luminosi ma infinitamente più classy ed in pieno controllo delle proprie azioni. Sembra proprio l'inizio di qualcosa di bello.
www.luckysoul.co.uk
Salvatore, 13/07/06
The Long Blondes: Weekend without makeup (Rough Trade)
Dopo le autostrade è il turno delle casalinghe: il primo singolo Rough Trade dei Long Blondes è una bomba a tempo innescata nel cuore della sonnolenta middle-class inglese, storia di muffa e buio in una camera da letto che non prende aria da troppo tempo. Nella destabilizzante alchimia del gruppo di Sheffield, "Weekend without makeup" assume tuttavia un ghigno beffardo, trasformandosi da dichiarazione di miseria domestica in segreta attesa di rivalsa destinata a prendere corpo in una torrida notte di sesso. La sequela di giusti rimbrotti di Kate Jackson culmina in un "I've got you under my skin" che non è presa di coscienza della propria debolezza, ma piuttosto un attestato di vitalità. E' questa la specialità della band di Sheffield, così brava nel mischiare le carte in tavola e sviluppare i pezzi su molteplici livelli, dentro le spiccate personalità della chitarra di Dorian e della voce di Kate. Il primo depone un riff che marchia a fuoco il pezzo e offre appoggio alla claustrofobica base ritmica, la seconda canta con uno spleen incapace di tenerne a bada l'enorme sensualità. Aspetti ai quali non è estranea la presenza di Stevie Mackie dei Pulp dietro al mixer, che pure esagera non poco nel favorire l'impronta new wave del pezzo. Delle tre b-sides è meglio "Fulwood Babylon", riscrittura di "Giddy Stratospheres" ed arroventato omaggio alla scena dei clubs dominato dalle basslines di Reenie. Trascurabile la fumosa "Platitudes", piace anche la confidenza urbana di "Last Night On Northgate Street" che ritrova il glamour e l'attitudine pop della band. Completa il tutto il feticismo da camerino del video, ripreso da Gina Birch delle Raincoats insieme agli ancheggiamenti live di Kate che si aggira tra amanti addormentati come Diana Ross tanto tempo fa. Bello, è bello. Non il miglior singolo dei Long Blondes, ma quanto basta per informare anche i più distratti della loro esistenza.
www.thelongblondes.co.uk
Salvatore, 07/07/06
Cats On Fire: Draw in the reins (Fraction Discs)
 Voi potete anche non darmi ascolto, ma correte un bel rischio. Parliamo ancora di scandi-pop, del solito gruppo naif, very twee eccetera. Quattro, finlandesi, i Cats on Fire suonano guitar-pop di stampo classico e dalla forte impronta eighties, e di quanti gruppi del genere vi ho parlato? I tipi di Fraction Discs, che di queste cose ne capiscono, dicono che è stato amore a primo ascolto ed in effetti è questo l'effetto che fanno i Cats on Fire: immediati e brillanti, le chitarre jangly titillano memorie della trimurti Smiths-McCarthy-Felt, melodie sfuggenti ad aeree come si addice al pop nordico si irrobustiscono in volo e tornano a terra perfette e compìte come da ambizione. Quando li ho piazzati sullo stereo la prima volta, sopraffatto dalla noia e dal caldo, mi hanno tenuto per un quarto d'ora con lo sguardo fisso sul booklet, sudato ed incredulo. Poi il tasto del telecomando è tornato sulla terza traccia, "The smell of an artist", tre minuti e quindici di incredibile janglepop sotto lo schiaffo di un organo garage, con una voce tenebrosa e composta come il Guy Chadwick degli esordi: miglior popsong dell'anno senza discussioni, che ve lo dico a fare? La sua luce si posa sui pezzi adiacenti: sugli evidenti, esagerati Smithsismi di chitarra e voce in "The cold hands of great men" e sugli scintillanti accrocchi di chitarre nordiche in "Higher Grounds", e rivela la muscolatura nascosta della title-track, con la sezione ritmica che non molla un colpo e rimbalza su un muro di chitarre frementi, tenuta in ordine da una specie di codice interno che le detta i tempi. Qualcuno li ha definiti i Lucksmiths finnici e capisco perché; talento, leggerezza e voglia di raccontare musica pop con la piena consapevolezza dei suoi meccanismi. Ma la maniera che spunta talvolta dagli Australiani qui ancora non c'è: solo puro e istintivo genio.
Per tutta la settimana non ascolto altro che la suddetta traccia tre e poi in repeat tutto il resto, scopro che è il terzo EP della band, che è migliore dei precedenti due e che i primi demos avevano una marcata influenza country/folk - per fortuna sbiadita sino a scomparire - e una impronta Morrisseyana tuttora fortissima, e che ad un certo punto dev'essere successo qualcosa, l'equivalente di una cura di steroidi per un ciclista, per portarli a scrivere un EP talmente ispirato.
Fraction Discs ha ragione anche questa volta, e loro saranno ad Emmaboda quest'estate. Per una volta, fareste bene a darmi retta.
www.catsonfire.net
Salvatore, 03/07/06
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