Archivio Recensioni:

#

 

A

 

B

 

C

 

D

 

E

 

F

 

G

 

H

 

I

 

J

 

K

 

L

 

M

 

N

 

O

 

P

 

Q

 

R

 

S

 

T

 

U

 

V

 

W

 

X

 

Y

 

Z

 

v/a

joyzipper
Joy Zipper
Baby You Should Know
(13 Amp)
Ora che "American Whip" è finalmente uscito dalle presse, tutti possono rendersi conto della grandezza di Vinny e Tabitha, ormai pronti per lidi ben più importanti delle webzine specializzate. "Baby You should Know Us", recuperata dall'album in questione, sono le Breeders a braccetto con i My Bloody Valentine in versione iperpoppizzata. Leggermente editata rispetto alla versione conosciuta, rimane formidabile nella sua inerzia forzata, con la voce di Tabitha che si trattiene a stento dietro lo strato di chitarra, ed è certamente il pezzo dal quale iniziare per approcciarsi ai nuovi Joy Zipper. E la produzione di Shields è talmente buona da farci chiedere perché quest'uomo non si decida a rimettere le mani definivamente dietro al mixer (ok, ok, lo sappiamo). Per i conoscitori il gioiellino sta nascosto in b-side: "50 ways", incrocio fra tutto quanto si è detto prima e gli Archies; fantastico, specie quando il feedback si fa da parte e arrivano tastierine anni 60 a sottolienare la cristallina efficacia della melodia. Un disco suonato e cantato dietro spessi strati di ovatta, con due pezzi che simulano un feedback meccanico ma finiscono con l'esplodere di armonie e gioia. Diamine, come vorrei essere in tour con loro.

www.joyzipper.tv


Luminous
Deevy/Pull a chain in tune
(Autoprodotto)

Avevamo incontrato Tim Chaplin in una delle più particolari uscite Best Kept Secret, e lo ritroviamo sotto le mentite spoglie di Luminous, nomignolo che utilizza per le produzioni sperimentali/elettroniche. Niente pop lo-fi e chitarrine distorte quindi, ma due gioiellini prodotti con tecnologia carente e inventiva infinita. "Deevy" è un costrutto minimale di campanellini shoegaze, glitch e field recordings; e nella sua limitata estensione sa sviluppare una notevole quantità di emozioni. Sminuzzati brandelli di suono che cozzano l'un l'altro senza soluzione di continuità per acquietarsi in improvvisi squarci di luce ai campanellini che costituiscono l'unico elemento ricorrente del pezzo.
"Pull a chain in tune" opera sugli stessi elementi con una furia ritmica che fa tenerezza: immaginate il big beat dei tempi andati sotto una coltre di riverbero. Assurdamente ballabile e quasi irresistibile. E così il buon Tim si realizza anche come Fatboy Slim da cameretta.

contatto email: timchaplin@supanet.com



The Bad Spellers
Girls Say Moshii EP
(Racewillbegin)

Gli svedesi Bad Spellers fanno oggi esattamente quel tipo di musica che ha reso di culto molte popband negli anni 80: pop sbilenco affidato a chitarrina acustica e una sbiadita minimalità elettronica tra altissimo rumore di fondo. Si intravedono ascolti C86 misti a una timidezza quasi eccessiva (shyness is nice, no?), un po' Anne Clark e un po' Pooh Sticks insieme sulla banchina ad aspettare un autobus che non arriva mai. Una formula forse troppo gelida per i tempi moderni, che il freddo lo ammettono solo quando è dichiaratamente glitch, ma così necessariamente tenera da commuovere. Non particolarmente buona e sin troppo distante "In the event...", la chitarra di "Put on your nerdy glasses" e la vivacità elettronica in crescendo di "Girls Say Moshii" riscaldano l'ambiente non senza fatica e offrono a caro prezzo qualche apprezzabile squarcio melodico. I Bad Spellers sono la dimostrazione che non a tutti i gruppi svedesi le cose risultano facili, ma incapaci di calcolo come sono non potrebbero suonare in nessun altro modo e insomma, non si può fare a meno di amarli un po'.

www.racewillbegin.com



The Gloria Record
A Lull in Traffic
(Crank!)
I Gloria Record sono uno dei pochi gruppi al mondo per i quali l'etichetta "emo" sembra avere un senso: il precedente disco "Start Here" era un densissimo concentrato di emotività, di dubbia provenienza ma dai risultati garantiti. Questo nuovo EP ne recupera il pathos e lo strizza in cinque pezzi vibranti, appena più rotondi che in passato, con una maggiore attenzione alla forma e una base ritmica più presente. E se la materia prima è rimasta la stessa - quella nebulosa materia indierock definita "post-hardcore" più i Radiohead che fanno capolino da dietro la voce del cantante Chris Simpson - la musica ora è più rassicurante che angosciante, ma di quella instabile sicurezza che segue una emozione forte.
"A Lull In Traffic" sta tutto nella prima canzone: "Tired and Unispired" (c'è già chi ha ironizzato sul titolo), 5 minuti e quindici secondi che grondano lacrime silenziose, un'epica controllata e narcotizzata. Il resto segue per inerzia, altrettanto denso ma con ben poche variazioni, e in fondo il problema dei Gloria Records è sempre stato quello di non sapere offrire un altro lato della propria musica, qualcosa di appena più vivace e vivo, perché nessuno può stare sul filo del rasoio tanto a lungo. Per 5 pezzi si può anche resistere. Ma appena appena.

www.thegloriarecord.com


The National
Cherry Tree EP
(Talitres)
Di simile orientamento i newyorchesi (ma provenienti dall'Ohio) The National, che a differenza dei Gloria Records sono evidentemente consapevoli dei rischi insiti in una musica così claustrofobica e scelgono quindi di arrivarci per gradi: "Cherry Tree" si dirige verso il buio con studiata efficacia, ma piazza le cose migliori all'inizio del disco, quando c'è ancora abbastanza luce per apprezzarle alla luce del sole: gli arpeggi cristallini che brillano nella penombra di "Wasp Nest" e il lavoro del basso che prende per mano "All The Wine" sono pezzi fatti per durare, belli ed inafferrabili, di quella impalpabile materia di cui è fatto il "nuovo" rock USA e impreziositi dalla voce di Matt Berninger, piena ed esitante come un Babybird dopo troppi bicchieri di whisky. Un avvio grandioso, prima che il vento e l'abbandono si portino via tutta la gioia: ballate folk-rock lente e/o sepolcrali popolano il resto del programma, interrotte da una registrazione dal vivo ("Murder Me Rachael") che mostra una energia tanto insospettabile quanto tormentata; e la title track arriva ad abbracciare un angosciato minimalismo, che non va incontro a nessuna melodia ma inserisce un violino perso nel buio e nell'eco, quasi a voler ribadire le quasi invisibili radici folk dei National.
Si arriva alla fine (il folk "I Don't Mind", opprimente a dispetto della doppia voce) con fatica almeno pari alla soddisfazione; un gruppo da aggiungere a Walkmen, Spoon, Czars e compagnia nel casellario del miglior e meno conosciuto pop/rock d'oltreoceano.

www.americanmary.com


Bonemachine
Another Day Over (remixes)
(Shifty Disco)
I già labili confini della cosiddetta "indietronica" vengono ulteriormente sfilacciati dai Bonemachine, misteroso quartetto di Pompey (davvero) che di certo guarda all'industral e alla dance più di quanto sia interessato alla musica indie. Eppure nei tre pezzi di questo singolo riecheggia quel dark leggero filtrato dall'elettronica che piaceva tanto ai Depeche Mode negli anni 80: questo è l'effetto di "Another Day Over", clamoroso remix di un pezzo dei Sigue Sigue Sputnik (da "Flaunt it") disinnescato da ogni eccesso - negli aspetti positivi e negativi - e apparecchiato per discoteca/salotto late night, e che ridotta all'osso sarebbe solo una canzone pop con qualche bleeps in sovraincisione.
I due remix di "Sleepy from a bad dream" restituiscono la matrice sperimentale ed elettronica dei Bonemachine: vocals spezzettati e ricomposti, qualsiasi desiderio di unità abbandonato in favore della maggior resa ipnotica possibile, pure raggiunta con buoni risultati tanto nella versione originale quanto in un remix assai simile (c'è giusto una coda accelerata e danzereccia in più). L'album "Vent" è in uscita a luglio. Confesso: in questi periodi confusi apprezzo le scelte di campo nette, ma se vi piacciono gli ibridi.

www.bonemachine.co.uk


Laakso
Aussie Girl/Demon
(Adrian)

Dalla Adrian Recording, una delle più apprezzabili microetichette scandinave, arriva il gruppo pop più nordico di Svezia: i Laakso vengono da Tornedalen ma vivono a Stoccolma e interessano gli appassionati più o meno da un anno. I due pezzi qui proposti, estratti dal recente album "Miss you, I'm Pregnant" sono power-pop emotivo ed umorale che in due pezzi esplora da un lato all'altro l'orizzonte della band. "Demon", perfetto e detestabile accento svedese e andamento da otto volante, sta sui tempi frizzantini del pop nordico (con basso in evidenza), ma sul refrain accelera in schitarrate pulite che non disdegnano la potenza e un ritornello urlato; i fiati e i sibili di astronave contribuiscono all'informe e divertente casino sul finale. Meglio ancora "Aussie Girl", che inizia in maniera semiacustica ma non riesce a fare a meno di erompere con educazione in prossimità del refrain tra un organizzato fiorir di tastiere. Pezzo solare e tutto australiano, potrebbe effettivamente essere un omaggio al power pop aussie dagli anni 80 ad oggi ma non vorrei sbilanciarmi troppo. Fra i tanti gruppi "emo" di questo mese di singoli, i Laakso non sfigurano di certo.

www.laakso.nu



Flannelmouth
(What a) Comeback/Bravado
(Grid)

Sono una "brighter guitar sensation" i Finlandesi Flannemouth, che in due pezzi esprimono un pop melodrammatico dalle tante luminescenze e riverberato di echi inglesi. A impressionare è soprattutto la linearità di "(What a) Comeback" che tesse una fulgidissima rete di accordi britpop prima di intervenire con voce e una solida base ritmica. Rifinito e scintillante, è un pezzo che non perde colpi da capo a coda, uno di quelli che vi fa fare bella figura in ogni occasione; potete ignorare se credete la storia d'amore sconsolato cantata da Tuomo (altro che comeback), non la bella rifinitura melodica che non lo abbandona mai. Ha persino un nonsoché di floreale, ma sono fiori autunnali, probabilmente inzuppati di pioggia.
"Bravado" è per scelta più rockeggiante, ma senza rinunciare all'amaro retrogusto finnico; sta quasi tutta su un potentissimo giro di basso e su quelle chitarre sfolgoranti che oggi si definiscono in fretta "alla Strokes", comincia con un buon piglio aggressivo e ad esso si aggrappa nel proseguio senza mai sfiorire. Se vi piacciono le popband che puntano molto sul pathos, tenete gli occhi puntati sulla band e sul prossimo album, in arrivo entro l'estate.

www.flannelmouth.com



The Billows
Ridiculous
(Autoprodotto)

Chissà da dove vengono fuori gruppi simili. Così timidi da richiedere molta (troppa?) attenzione anche solo per farsi ascoltare, i Billows esordiscono con due canzoni fatte di nulla e celebranti minuscole epopee passate. In questi due pezzi di impacciatissimo pop lo-fi c'è di che far impazzire i fanatici DIY e dell'indiepop fatto in casa: "You don't write me like you used to" è folk-pop biascicato per chitarra acustica e voce desolata con qualche nota appena udibile di tastiera, ma è "Easily amused" il pezzo forte, soprattutto perché riesce a fingere di essere una vera canzone nonostante stia su tre banalissimi accordi, una chitarra monotematica e una drum machine. Indiepop sconsolato e monoriga, in diretta connessione con il 1986 (dai Biff Bang Pow alla 53 and 3rd) ma con un po' di elettronica svitata in più. Alla fine ognuna delle due canzoni avrebbe potuto durare la metà della metà del tempo, ma sono proprio queste le autoindulgenze che preferiamo. Resta da capire da dove vengano i billows, e chi ha messo loro in testa che un singolo simile sarebbe stata una buona idea: chiunque sia, non possiamo che ringraziarlo. Il più anacronistico e adorabile singolo del 2004.

 



The Situation
The Reece Nasty EP
(Elephant Stone)

Altri americani innamorati dell'inghilterra, i quattro Situation di Philadelphia si dedicano con molta cura alla raffinata arte del brit-pop: tutto va bene finchè si ispirano con brillantezza ai La's ("Don't wait for me") o aggiungono un tocco westerner alla miscela Madchester+60s ("The best prescription pill available"), ottenendone un ibrido che esprime malinconia alt.country rimanendo credibile ai modelli d'oltremanica. L'operazione smette di funzionare quando la band scimmiotta senza fantasia i fratelli Gallagher ("The Greatest Thing"), che d'altra parte non sono granché in forma nemmeno loro. Si chiude con il rock and roll di "Why I can't relate" in odore di freakbeat che ammicca ai Kinks già inglesizzati. Nonostante l'indubbia derivatività i Situation sanno cogliere l'essenza del pop al quale si ispirano, e sanno produrre repliche preziose che da questo lato dell'oceano avrebbero ricevuto ben altre lodi. E data l'indubbia capacità del quartetto non è vietato sperare in futuri slanci di originalità: non è mai troppo tardi.

thesituation.org



Of Montreal
Covers EP
(Polyvinyl)

Appendice gratuita e in edizione limitata (sino a poco tempo fa l'unico modo per procurarselo era il sito Polyvinyl o i concerti della band) del recente "Satanic Panic In The Attic", questo bonus EP è finalmente reso disponibile a tutti attraverso il sito web degli Of Montreal (qua: www.ofmontreal.net/audiolounge.html). Ed è una bella fortuna, perché la band di David Barnes si conferma in gran forma e mostra di trovarsi perfettamente a suo agio con il materiale proposto. Niente archeologia, ma quattro pezzi recenti di Shins, Gorky's Zygotic Mynci, V-Twin e Broadcast che durano giusto il tempo di strappare un sorriso. Poco altro da aggiungere, se non che "Spanish Dance Troupe", seppur suonata in uno stanzino, è campagnola e zingara almeno quanto l'originale e che la "Color me in" Montrealista mostra tutta la tenerezza pop di cui sarebbero capaci i Broadcast, non fossero obbligati aalla freddezza contrattuale. Il più bel regalo del mese.

www.ofmontreal.net

Salvatore