Archivio Recensioni:

#

 

A

 

B

 

C

 

D

 

E

 

F

 

G

 

H

 

I

 

J

 

K

 

L

 

M

 

N

 

O

 

P

 

Q

 

R

 

S

 

T

 

U

 

V

 

W

 

X

 

Y

 

Z

 

v/a


The Long Blondes
Appropriation (by any other name)
(Angular Recordings Co)
"Sopravvalutati" non è una parola associabile ai Long Blondes. Non è possibile fraintendere il significato delle sistematiche esplosioni di energia, la fresca ed assoluta grandezza di ogni loro pezzo, e se questo incipit vi sembra leggermente parziale beh, cavoli vostri, vi perderete la band più dannatamente eccitante del momento. Terzo singolo e terzo centro perfetto: i Long Blondes vanno a scavare nei recessi più bui del pop/rock inglese mentre se la ridono da sotto la comoda e rassicurante façade di pop/garage band. Come ogni gruppo più fantastico del mondo, i Blondes hanno un tratto distintivo, un groove continuo organizzato da chitarra/batteria che pretenderebbe di trasportarli in ambito dance ma rimane schiacciato dall'enorme sensualità della voce di Kate, la miglior female singer inglese dai tempi di PJ Harvey (toh, l'ho detto). Siamo ancora alle schermaglie, ma ognuno dei pezzi di questo disco ha un buon motivo per farsi ricordare: molto più trattenuti delle loro controparti dal vivo, tutti e tre giocano su variazioni melodiche e cambi di tempo, come la title track che profuma di art-rock e Cabaret Voltaire, percorsa da echi di chitarre distorte; "Lust in the Movies" sta fra un mantra blues ed una liberatoria esplosione pop (il refrain urlato "I just want to be your sweetheart"), ma è "My Heart Is Out Of Bounds" che fa perdere la testa. Sexy (l'ho già detto?) all'inverosimile, accelera in un refrain fatto di funk groove e Joseph K, Slits e tutto quanto di bello e veloce vi venga in mente, si lancia in una specie di swing impazzito e insomma, è eccezionale. Diamine, sono già una cult band e senza nemmeno aver pubblicato il loro brano migliore ("Once and never again"). Ma che bravi sono?

www.thelongblondes.co.uk


The Retro Spankees
My Sonic Driver
(Kooky)

Sulla scia dei superuomini qui sopra si inserisce un quartetto di Northampon, reduce da support slots per affezionati di queste pagine quali Bearsuit e Misty's Big Adventure. Ai Retro Spankees sono bastati un paio di demo per farsi notare da tutte riviste giuste, e anche se noi non li abbiamo sentiti questo CDs d'esordio è eclatante a sufficienza da giustificare ogni lode a posteriori. Guidato dal talentuoso Charlie Wood, il quartetto confeziona un hit scandalosamente danzereccio come "My Sonic Driver" e ha il coraggio di proporre altri due brani addirittura superiori: quando si dice avere i numeri.
My Sonic Driver è pop/rock-retrò (per forza) costruito su uno strato di caos organizzato, con falsetti forzati e una forza dirompente che ne attraversa i quasi due minuti. Ah, e orecchiabile a bestia, una specie di stomper pop, con urla dissennate che lo conducono verso uno dei refrain migliori dell'anno. Ma aspettate! Non è finita: "Mr Brilliant" ha un riff dannatamente infettivo e una progressione di chitarra/batteria che non è lontana dai Long Blondes, tendendo però molto più decisamente all'hook, come una versione eticamente accettabile della febbre rock che attanaglia albione (Cribs, Libertines e company), e prima che possiate dire wow le tastierine di "Easy Squeezy" conducono in un esercizio di pop ondeggiante e rurale che soltanto due minuti prima avreste ritenuto impossibile: Adam Green destabilizzato da un flautino e uno strano riff che conducono a un refrain guidato - al solito - a velocità ipersoniche, e con un giro di chitarra da sballo. Un altro nome da annotare nella colonna degli "aspettare il prossimo singolo con bava alla bocca".

www.theretrospankees.com



Sarah Lowes and The Earlies
I've Been Waiting
(Earworm)

Non mi sono già giocato tutti i superlativi per questo mese, vero? Faccio in tempo ad aggiungerne qualcuno? Sarah Lowes è una tastierista di Manchester usa a suonare dal vivo con gli Earlies, e gli Earlies sono quelli di "These were the Earlies", uno dei dischi più enigmatici e affascinanti del 2004. Insieme, fanno quello che riesce solo ai migliori: prendono un pezzo bellino o poco più ("I've been waiting", dal terzo album dei Webb Brothers) e lo rendono di un altro mondo. Letteralmente. L'elettronica dell'originale asciugata da aromi retro, sparse note di piano immerse in un bagno archi di immenso fascino, tastiere dallo spazio profondo e a sovrastare il tutto con grazia infinita la voce calda della Lowes accompagnata dai cori sussurrati - alla Dennis Wilson, per capirci - degli Earlies, in un crescendo celestiale e impagabile, di quelli che ti riconciliano con il mondo e che succedono soltanto nei sogni. Canzone del mese, e sul retro giunge l'insperata e magnifica replica, con la Lowes che rimane a cantare l'originale "Ballad for Thomas Danger" attorniata dai medesimi ingredienti fiabeschi, bella quasi da far male. E' questo che Biancaneve avrebbe dovuto cantare agli uccellini nel bosco, anziché una stupida canzone sul principe azzurro.

www.earwormrecords.com



The Hartmans
Achtung!/Ingen gillar en...
(autoprodotti)

Lo fanno apposta: ti distrai per cinque minuti ed escono altri due dischetti degli Hartmans. Ora che li abbiamo scoperti però non avete scuse: download e via. Due EP dal sapore diverso ma che confermano tutte le doti di questo terzetto di supereroi indie. "Achtung!" ne esaspera - per quanto ulteriormente possibile - il lato "indierock" annegando ogni cosa in dieci centimetri fitti di chitarre, sui quali le voci imprimono la solita impossibile malinconia. Vengono in mente i Rainer Maria che in queste cose erano maestri: anche loro però scoppierebbero in lacrime di fronte a "The first thing i was taught when i was young", ritornello-mantra di miserie amorose colmo di innominabili rimpianti, e soprattuto alla conclusiva "Marriage", ipnotico esercizio per piano e voci ("marriage/don't marry me" l'unica porzione di testo) quasi chiesastico e, in tutta franchezza, davvero notevole. Di altra pasta "Ingen gillar en", e non solo per il cantato in svedese: se l'intreccio delle voci - autentico marchio di fabbrica del terzetto - rimane sostanzialmente invariato, la musica fa del suo meglio per assottigliarsi; al cupo rombo delle chitarre si sostituisce un tintinnio quasi allegro (ho detto quasi), compaiono dal nulla tastierine floreali ("martyr", "marodor") e tutto sta su questo magico equilibrio sino all'ultima nota di "maniker", morbido e soddisfatto come le cose migliori degli Yo La Tengo ma con l'inconfondibile marchio Hartmans. Ed è tutto sul web, gratis. Viene da chiedersi cosa abbiamo fatto mai per meritarcelo.

http://www.thehartmans.tk



Kid Carpet
Shit Dope
(Slow Graffiti)/
Your Love
(Tired and Lonesome)

Escono finalmente due singoletti per il re del toy-pop bristoliano Kid Carpet. Una vera istituzione in città, il Kid ha iniziato a far parlare di sé anche il Guardian, in un articolo sulla presunta nuova scena delle "one man band" d'Albione e non. La sua musica (che lui stesso definisce kiddy disco punk e… shit-hop!) è prodotta quasi esclusivamente con giocattoloni musicali d'annata, fra cui la versione sottoproletaria (= cinese) del Simon, che voi tutti ricorderete. Poi chitarre di plastica, Lego-carillon, bambole parlanti, tastierine e Casio "0-12" d'ogni foggia. L'attitudine non è la solita che ci si può aspettare in questi casi, in cui una tenera reverie domina i suoni all'insegna di piacevoli regressioni all'infanzia. No, il Kid, con una convincente comunicativa da loser, attacca, sputacchia, gioca, irride, si/ci prende per il culo e inscena tragi-commedie in stile blue collar con fare Shane McGowan e vitalismo quasi Go!Team. A tratti, insieme al divertimento, emerge come un senso di tragedia urbana, disperazione e solitudine (ok, non solo perche' si tratta di una "one man band"!), nonostante le melodie e i ritmi suonino come party music. Il tutto chiarito nel valzerino da un minuto e diciassette di "Special" in cui il Kid canticchia "No one gives a shit if you're not special!". Qui qualcosa di speciale c'è, anche se non è ancora chiaro quanto il gioco possa reggere. Nel singolo "Shit dope" c'è un divertissement godutissimo sul celeberrimo giro di tastiera di "Jump", mentre "Your Love" è gia' il primo "hit single" del Kid (ha raggiunto qualcosa come la posizione 142 nella classifica ufficiale UK!). Tempo di code al Job Center per Casiotone For The Painfully Alone.... [D]

www.kidcarpet.co.uk



Eisenhower
s/t EP
(autoprodotto)

Ritorna il nostro miniidolo Eisenhower, con un EP di sei pezzi distribuito attravero Delicious Goldfish nel lodevole tentativo di capitalizzare il proprio talento. Che non mostra flessioni di sorta e continua sulla strada di melodie cristalline e improntate a massima semplicità ed immediatezza. "If You Tell Them" è la perla del disco e probabilmente dell'intera produzione di Mr. Pahle, rapido esercizio per chitarre tintinnanti e basso che gronda malinconia sottile su una fitta e un po' grossolana base di synth. L'idea melodica è talmente buona da anestetizzare il refrain, così che tutto il pezzo sta in contemplazione una serie di accordi brillantissimi e ripetuti. Probabilmente lo stato dell'arte di Eisenhower, tanto che i cinque pezzi restanti rischiano di sfigurare al confronto: la declamazione diretta di "Love All Over Town" e quella appena più densa di "Wonderful Girl" mancano della stessa capacità di presa, recuperata in parte dal refrain furbino di "Kids wanna riot" e soprattutto dalla fugace apparizione di "I have never kissed a girl", 55 secondi di Housemartins in chiave rock and roll con un insolito accompagnamento di flauto. La cosa più bella però è che alla fine di "I love your money" ci si rende conto che qualsiasi paragone è fuori luogo, perché la musica di Eisenhower basta ormai a definire se stessa. Amarlo incondizionatamente non è affatto difficile.

hem.thalamus.nu/~hnm002621



The Lodger
Many Thanks For Your Honest Opinion
(Dance To The Radio)
Alla nuova onda di pop "caratteriale" inglese si iscrivono anche i Lodger, imberbe terzetto di Leeds al quale manda ancora qualche spigolosità prima di mandare a memoria la lezione. La vecchia e consolidata formula indierock è condotta dalle parti di un'orecchiabilità abbastanza spinta che nutre la melodia dell'acerba title track. Il refrain è talmente diretto da sembrare uno spot pubblicitario, il pezzo in se' un pout-purri d'influenze abbastanza confuse e assiemate alla meno peggio, ma ha il non indifferente merito di assalirti quando meno te lo aspetti e di rimarere aggrappato con le unghie alla schiena. Subito dopo, "Unsatisfied" svolge il lavoro di bilanciamento che solo le migliori B-sides fanno: sorta di blues annacquato in bilico su una linea di chitarra che separa il dolce dall'amaro senza scegliere da che parte stare, vive su una felice tensione rovinata solo da un refrain facilotto e radiofonico che conferma la pericolosa tendenza dei Lodgers a confondere la merda con la cioccolata, anche se il pezzo rimane da 8. Appena un po' sotto sta la filastrocca per chitarra e voce "Let's make pact", che mostra finalmente una buona facilità di scrittura pop senza ulteriori sottintesi. Disco tutto sommato esplorativo, che segue strade diverse chiedendosi quale prendere e nel frattempo azzecca una orecchiabilità inaudita. Aguzzando certe rotondità, non potranno sbagliare.

www.thelodger.net


Javelins
We Paid A Lot For Our Style
(Yellow Mica)
Instabili e imprevedibili come sempre gli indiepoppers per caso Javelins, che abbandonano il formato CDR per approdare all'agognato e meritato 7": "Same Shirt" è frenetico "papapa" per chitarre a rotta di collo e ritmica serrata, e negli arpeggi a grappolo ricorda tanto i Chesterfields, che in tutta probabilità Daniel, Martin e gli altri non hanno mai sentito, ma che importa? In questo mese di revival Subway, un pezzo del genere è la ciliegina sulla torta. Sul flipside, "All Stars" e "Nosebleeders on the track" pur senza diminuire il tono delle chitarre non possono vantare la stessa personalità, essendo solidi pezzi di garage-pop appena un po' caotici. Il cantato del primo renderà inevitabili ulteriori paragoni con David Gedge (fidatevi: è uguale), il secondo sperimenta con un'immediatezza che passa per battimani e un refrain corale, ma la canzone emerge a fatica dal sostrato di chitarre che la sovrasta e che sembra essere ancora la cosa più importante per la band. Il processo di maturazione dei Javelins attraverso i tre singoli che ci è capitato di ascoltare è costante, manca la killer track che ce li renderà indispensabili, ma un passo alla volta ci stiamo arrivando. Intervista il prossimo mese.

www.yellowmicarecordings.com/javelins.htm


Dolho
demo
(autoprodotto)

Una bella sorpresa ha le spartane sembianze di sei canzoni, una chitarra abilmente pilotata e una voce che osa aggredire l’idioma italico per farne (sentite bene) addirittura qualcosa di personale e coerente. Un bel demo, inaspettato, rifuggente qualunque trend o sottotrend a firma Davide Tomaselli e soprafirma Dolho che punta sulla bontà delle composizioni e rinuncia ad ogni orpello arrangiativo, consapevole di avere attinto quella giusta misura di melodia e parola che da sola costituisce l’essenza della canzone. Le prime due del lotto raggiungono i risultati poetici più alti: “Amarsi troppo, amarsi male” – che suona come una versione acustica dei Verve e che invece si lamenta dell’estrema difficoltà del paradosso amoroso, e dell’inevitabilità di ampie lacrimate. Melodia distesa seppur guardinga, lievi tocchi e finezze vocali che non scivolano mai nell’ostentazione. A seguire la nudissima, gonfia di emozione seppur controllata “Se nuda”, che s’affanna alla ricerca dell’anima femminile trovandovi solo specchi che riflettono specchi. E’ come se un Alan Sorrenti d’annata avesse imboccato la via giusta della canzone e vi cantasse sopra problemi piuttosto che facili riconciliazioni disco. Certo, alla lunga si sente l’esigenza di introdurre qualche variazione formale che impreziosirebbe queste canzoni che pure grezze non sono. Ma il talento sembra tutto lì, pronto a maturare e a dare i suoi frutti più dolci. E’ questione di tempo, ci scommetto. E di altre sofferenze.[A]



The April Skies
Three Minute Singles
(autoprodotto)

Se la città di Bergen, Norvegia, non vi fa venire in mente niente di bello avete evidentemente sbagliato webzine. Gli April Skies arrivano da lì con sfacciataggine mica male, sotto il peso di un nome importante e mostrando l'intenzione di parlarci dei bei tempi nella ambivalente "Three Minute Singles": trademark di chitarra anni 80 e ritmica docile, che insieme al cantato di Alexander Unhjem stemperano le improvvise asprezze dei riff in melodie annegate nei tardi anni 80, senza tuttavia mascherare la doppia anima della band, tendente alle asprezze rock più classiche almeno quanto ai cieli d'aprile, e il cui suono in studio appare ancora molto vicino a quello di una esibizione live. Nel recuperare le vecchie atmosfere gli è allora superiore "Rise and Rise Again", piacevolissimo e morbido jingle jangle Smitshiano di pregevole fattura e quasi interamente pop, con un testo colloquiale alla Pulp dalla scansione perfetta e un controcanto anni 60 un po' piacione ma nondimeno efficace. Tutto molto familiare ma abbastanza furbo da non farsi cogliere con le mani nel sacco, con un finale che tende alla drammatizzazione in maniera più che sopportabile. Meno eclatanti gli ultimi due pezzi, compresa la conclusiva "Not Your Baby" che si dilunga su una battuta lenta senza assumere mai i connotati della ballad ma orientandosi piuttosto verso i 60s nella maniera più improbabile. Eppure c'è qualcosa negli April Skies che spinge ad avere fiducia. Saranno le facce paciose, il collage di dischi sulla copertina o gli spunti di indubbia classe sparsi qua e là per il singolo. Meritano un'etichetta.

www.theaprilskies.tk



The Capstan Shafts
Demon Dog Of The American Park Service
(Yellow Mica)
Si chiama Dean Wells, viene dal Vermont e cita Suicidegirls tra le sue principali influenze. Autore prolifico e geniale, The Capstan Shafts pubblica ora questo "EP" che necessita di virgolette, dato che riesce a far entrare dieci canzoni in poco meno di dodici minuti. Piccoli bozzetti di pop lo-fi, irritanti e inafferrabili come la miglior arte. Sghembo sino ai limiti della molestia, Capstan Shafts è cantautore dal dritto e dal rovescio (letteralmente: i reverse tapes di "Get Your Cat Out Of My Sunbeam" alternati alla canzone), di quelli che si amano incondizionatamente o si odiano senza motivo. Per non restare nell'ignavia tenderei a privilegiare la seconda ipotesi, prima che la disarmante efficacia del folk-pop casalingo con schitarrate di "Lucky Monkey Briefs" faccia breccia e mi ritrovi esattamente dove non volevo essere: a metà strada. Non rimane che spiegare. La genìa è quella degli autori pop visionari, che va da Daniel Johnston a Lungen, concentrata in piccolissimi spazi cantautoriali sufficienti a spremere ogni canzone, ricettacolo di delizie ed asprezze dispensate in egual misura con un certo spregio per le rifiniture. Preferiamo quelle in cui la vena pop è più espressa e sporca, la melodia sommersa da involontario riverbero, come in "Negative Man, What's The Anti-Matter?", ma anche la linearità indierock alla Guided By Voices di "Gone City Knockout". Altrove, sembra evidente che il talento non sia contenuto dall'assoluta urgenza di espressione, così che si è condannati al bozzettismo (cfr la bella e brevissima "Kinder Springs" e il suo carico di feedback). Stiamo dicendo che qualche minuto in più nello studio farebbe bene a CS, ma sappiamo bene che non sarebbe più lui. Se vi piacciono le sfide, accomodatevi.

www.yellowmicarecordings.com/capstan.htm


The Haircuts
It's always better when we're together
(Yellow Mica)
Di tutt'altra pasta gli Haircuts, che a partire dal nome rientrano in più rassicuranti territori indiepop. Di più, ne rappresentano alla perfezione l'iconografia: titolo, copertina e composizione, dato che parliamo di un duo ragazzo-ragazza di vecchie conoscenze; Ryan Marquez, del quale ricordiamo la militanza di lunga data nei californiani Apple Orchard e quella più fugace nei Sodajerk, lascia convenientemente la maggior parte dei compiti vocali alla bravissima Teresa Daniele (qui i riferimenti sono più oscuri: Sarah,Plain & Tall e Paint Your Wagon Red da Ontario, Canada), che possiede la voce più adatta alla materia: sognante, sottile, incerta. E però bellissima, specie in un contesto di chitarrine elettriche, percussioni ed elettronica leggera come quello degli Haircuts. I tre pezzi accompagnati solo dalla sua voce sono deliziosi estratti d'epoca, capaci di scintillare da dietro il tape hiss che i due tanto amano (tutto è registrato a 4 piste) e perfettamente inseriui nel contesto di revival continuo dell'indiepop USA dello scorso decennio. Normale che in una tale situazione risaltino i pezzi più semplici e delicati, inconsapevolmente attratti da tutti i cliché twee: le combinazioni di arpeggi, voce e programming di "5mph" e "Umbrella day" (altro titolo proverbiale) non hanno la dirompente orecchiabilità richiesta al genere, ma ne colgono l'essenza con sincerità disarmante.

www.geocities.com/the_haircuts


Soluzione
Ciliegia
(J.O.S.T.)
Ep di buon impatto questo esordio dei veneziani Soluzione. Pezzi rotondi e grassi, con un cantato al limite della teatralità e soluzioni sonore che si collocano nella scia del vecchio "nuovo rock" italiano (dai Bluvertigo in giù) con qualche improvviso ed irregolare addensamento strumentale, che con un effetto particolare ma non spiacevole perturba il tessuto dei brani. Ricchi di personalità, con testi che evitano tanto il banale quanto il pretenzioso, flirtano con quella indefinibile marca di new wave italiana anni 80 e a dispetto di un percorso non personalissimo risultano lo stesso freschi ed originali, sciogliendo quel minimo di inevitabile pregiudizio che grava sul pop/rock cantato in italiano. Merito anche dell'attenzione posta ad arrangiamenti e programming e dello stile molto caratteristico del cantante Luca Nuzzolo. Oltre all'apertura affidata alle compiaciute "Quasi dimenticavo" e "Il Voto" si fanno notare l'elettropop di "Il Tempo Di Un'estate", cui avrebbe forse giovato una produzione più dinamica, il miniplagio dei Cure "Tutto & Nulla" (che ruba qualcosa ad "A Forest") e la new wave un po' annacquata di "Niente Da Fare". EP vecchio di un paio d'anni ma che presto vedrà di nuovo le stampe con l'aggiunta di qualche inedito. Vi terremo informati.

www.soluzione.biz


Clear Static
Talking in Your Sleep
(Lizard King)
Signore e signori: eccoci al revival neoromantico! I Clear Static, quintetto di bellocci da Los Angeles, si presentano con questa stranita cover in chiave elettro-rock morbidosa di un pezzo dei Romantics che fece discreto furore negli anni 80 (almeno credo, dato che comprai il 7"), e che nonostante sia generalmente fiacca, dall'apertura sino al refrain, ha guadagnato ai ragazzi un tour americano di spalla ai Duran Duran, che per loro dev'essere stato come vincere qualche milione alla lotteria. Al di là della facile ironia, l'operazione ha un gusto nostalgico tutt'altro che spiacevole e che supera l'imperfetta title-track contagiando anche il retro "Living Like The Movies", rockettino pomposo e presuntuosello alla INXS che per qualche oscura ragione non è orribile la metà di quanto dovrebbe essere, tanto da alimentare il sospetto che i Clear Static facciano indebitamente leva sui sentimenti. Se vi va, prendeteli come dei Futureheads all'incontrario, gente che dagli anni 80 estrae il peggio ma se la cava perché il revival fa sempre scena. L'etichetta è quella dei Killers, quindi potreste anche fidarvi.

www.clearstaticmusic.com

Salvatore, Alessandro, Davide