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Hormones in Abundance
Hormones in Abundance
Old People Are People Too
(Heavenly Pop Hits)
"Short songs finish first" è il motto di Patrik Lindgren, svedese di Kalmar e già piccola star indiepop ancor prima di pubblicare questo 7" per la frugale Heavenly Pop Hits: merito di un demo votato come migliore del 2003 da Sonic Magazine e passato più volte dalla radio nazionale P3, e soprattutto di una innata capacità di sfornare deliziose canzoncine pop a getto continuo. Il vinile che abbiamo fra le mani è un grande sfoggio d'abilità: Lindgren riesce a stipare addirittura otto (!) canzoni sulla sua superficie, dividendole per tema: quattro pezzi acustici da un lato e quattro pezzi "noisy" dall'altro. Cambia lo stile ma non la velocità, la cui tendenza all'accelerazione rende più godibile il versante rumoroso degli Ormoni: chitarre elettriche e drum machine adornano l'elettropop tutto svedese di "Silent Obligations" (si può già parlare di "chitarre alla Radio Dept" o è presto?) e la pirotecnica accelerazione di "Lina's 20th Birthday", che dopo dozzine di ascolti cerco ancora di mettere a 33 giri per riflesso condizionato; il meglio però è "Fun in town", deliziosa melodia con la voce di Lina Yvesand ad incorniciare una rapidissima serie di arpeggi, basso e tastierine. Sul lato acustico la stessa ispirazione, che presentata allo stato brado evidenzia la vena romantica e tutt'altro che banale dei testi; tutto molto bello anche qui, in special modo "Enough Reason" che è l'unica delle quattro a lasciarsi afferrare. In una parola: eccezionale.

tweeasfuck.tk


The Second-Hand Furniture
s/t
(Yellow Mica Recordings)

Inaugurano un trittico di recensioni della meravigliosa label svedese Yellow Mica questi sei pezzi dei Second-hand Furniture, senza ombra di dubbio i più indiepop della casa: melodie cristalline ancorché fedeli all'estetica lo-fi dell'etichetta, e capaci di brillare ad ogni tonalità e velocità. Il punto di riferimento più vicino nel tempo sono i Free Loan Investments, per la facilità nel confezionare teneri bozzetti pop e nell'intreccio di voci maschili e femminili, ma nel caso dei Furniture le influenze si spingono volentieri oltre e sino al C86, come dimostra quello splendido distillato di Shop Assistants e Darling Buds in vitro che è "Alone Out In The Sea": la voce triste, le chitarre che sibilano veloci, l'uggia mista ad un entusiasmo tutto adolescenziale parlano al cuore e alla memoria, ma sono meravigliosamente attuali. Non meno nostalgici e parimenti esaltanti i restanti cinque pezzi: i "pappararappà" di "That's Where he Blew Your Head Off" guardano tanto agli Housemartins quanto ai Groove Farm, l'armonica fantasma che accompagna "You're Not The Same" è caduta da piccola in una pozzanghera di Glasgow, e qui mi fermo per non ostentare troppo.
Tra leggerezza delle forme e una meravigliosa facilità di ascolto, un Ep favoloso che merita ogni fortuna, nonché il titolo di singolo del mese a pari merito.

www.secondhandfurniture.tk



Jens Lekman
Maple Leaves
(Secretly Canadian)

Cresce il mio entusiasmo per questo giovane cantastorie svedese, per il suo nuovo Ep, "Maple Leaves" (Secretly Canadian 70). Quattro brani di multiforme ricchezza espressiva, d'immaginifica varietà timbrica al solito trasognata, che mirano e sognano incantate landscapes Sarah dalle luci dorate. Memorabili distese di violini, campane, archi ed echi di voci, nell'abbacinante title track, che s'assimilano in primaverili, incontaminate traslucide lande campestri. Colori chiari, suggestioni fantastiche da seguire, perlustrare e in cui perdersi, increduli. "Sky Phenomenon" è un mormorio sottilmente inquieto dell'autore con se stesso. Scoperta interiore, leggera emozione, luminoso biancore infuso riflesso da lineamenti di pianoforte di classica pacatezza. Meraviglia. "Black Cab" è ancora intrigante romanzesca filigrana che ispira infiniti vagabondaggi arcadici, a ridosso di infiniti binari che approdano a stazioni dimenticate, reinghiottite dalla vegetazione. Ritentiva East River Pipe.
Il mormorio cristallino "someone to share my life with" (dei TV Personalities) possiede una privilegiata aura melanconica, una notturna umidità affine all'edita "those birds who are flying with you". Gesti domestici, naturalezza, armonia contaminano ogni cosa, nella durata di questi brani. Lekman appartiene alla sempre più stretta cerchia di persone dalle quali non potremmo mai venir traditi.[F]

www.jenslekman.tk



We Are Soldiers We Have Guns
s/t
(Yellow Mica Recordings)

Dietro al curioso moniker si nasconde Malin Dahlberg, graziosissima voce di Laurel Music e Douglas Heart, che insieme ad una lunga lista di amici (tra i quali il suo collega nei Douglas Heart Pontus Wallgren) offre la penna a quattro semplici gioiellini da cuffia. La base di partenza è il folk della casa madre, ma trattato con una una leggerezza superiore e quasi divina, che al primo ascolto può essere scambiata per semplice distrazione. In realtà Malin si limita a scrivere piccoli bozzetti semiacustici e sta bene attenta a non rifinirli troppo; capita così che le successive aggiunte (dai samples al violoncello) donino una temeraria aura sperimentale al tutto, facendolo apparire al contempo naturale come l'aria eppure di una seriosità quasi accademica. E' come se Isobel Campbell rinunciasse ai ritornelli facili per dedicarsi al folk minimale: con quella voce non sarebbe forse adorabile lo stesso? E dunque il risultato è a dir poco superbo, per quanto lontano dall'orecchiabilità alla quale siamo abituati: nella conclusiva "Psalm 190" più che il crocifisso viene in mente la Virginia Astley dei bei tempi, vagante nel suo giardino inglese durante una tempesta microelettronica, e sono brividi.

www.yellowmicarecordings.tk



Rachel Goswell
The Sleep Shelter EP
(4AD)
L'esordio solista della ragazza in seconda fila di Slowdive e Mojave 3 non chiarisce se sia stato lecito o meno aspettarla tanto a lungo: i cinque pezzi di "The Sleep Shelter" frequentano le atmosfere tradizionali care ai Mojave in versione più intimista ancorché meno ermetica di quanto sentito su "Spoon and Rafter"; sono casomai altrettanto curati ed ulteriormente ingraziositi dalla voce gentile di Rachel. A farla da padrone la splendida "Plucked", elegante e riservato folk da cascinale la cui aggraziata consistenza acustica è minata nel finale da un equilibratissimo arrangiamento d'archi: nel suo incedere quasi aristocratico sta tutta la differenza di classe tra Miss Goswell e i tanti revivalisti improvvisati di oggidì. Lodi che vanno un po' ridimensionate prestando orecchio al resto del repertorio, decisamente più tradizionale e ordinario sia in versione corale ("Sleepless and Tooting") che acustica ("Flying with Gene", "Come Rescue Me"); nemmeno il morbido folk/pop di "Stickin' With Grace", molto vicino ai Cowboy Junkies degli esordi - e per estensione ai Mojave - è una vera sorpresa. Resta il fatto che la Goswell, pur negli autoimposti limiti del genere, riesce sempre a regalare forti emozioni con voce e accordi, il che le guadagna una sufficienza piena. Per vederci più chiaro è alle porte un album.

www.rachelgoswell.com


The Hidden Cameras
Play the CBC Sessions
(Rough Trade)
10 pollici griffato Rough Trade per un breve live di Joel Gibb e soci alla radio Canadese, che circolava in versioni internettare clandestine da diversi mesi e che arriva ora a saziare i tanti in attesa del prossimo album dell'angelico ensemble (titolo: "Mississauga Goddam", 12 Luglio). Sei pezzi registrati a fine 2002, tra i quali si annida la "Music is My Boyfriend" assurta a manifesto della band e autentica perla rara della produzione di Gibb: un tripudio di glockenspiel, organi e archi organizzati in un crescendo orgasmico e perfettissimo che è senza dubbio il principale motivo di interesse in questo dischetto. A corredo, una versione acustica e sostanzialmente solista di "Worms cannot swim nor can they walk", presa da "Ecce Homo", privata delle percussioni e lasciata alla voce e alla chitarra del leader, più quattro pezzi del primo album che offrono un'idea della perfezione formale che la band di Toronto riesce a raggiungere anche in presa diretta: l'unico pezzo a soffrire il confronto è "Breathe On It", ma dato lo splendore della versione conosciuta era difficile aspettarsi il contrario. In compenso "Day is Dawning" e "Boys of Melody" perdono velocità ma acquistano colore (e calore), e "Shame" è bella come ce la ricordavamo, ma con una punta di emozione in più. La qualità delle registrazioni potrebbe essere migliore, ma l'acquisto rimane obbligato per i tanti conquistati da "The Smell of Our Own". Ah, fate presto, che la tiratura è limitata.

www.musicismyboyfriend.com


George
All Good Things
(Lejos Discos)

Dopo averne detto più che bene in occasione del recente "The Magic Lantern", ritroviamo Suzy Mangion e Michael Varty in trasferta spagnola, ad inaugurare il già pregiato catalogo della neonata Lejos Discos (che ospita anche gli Sprites). Leggerissimo - anche nella durata - corollario all'album, "All Good Things" ribadisce il sadcore analogico della coppia ponendo ancora maggior attenzione alle parti sintetiche e semplificando oltremisura la produzione, qui sin troppo scarna e disadorna. Dei quattro pezzi si distingue l'iniziale "Wait", silenzioso esercizio di minimalismo chitarra/tastiere/voce, con lo strumento a corde usato per lo più in chiave ritmica: monta in un crescendo folksy che culmina in un pulsante accrocchio di tastiere e cori sussurrati. Un po' sbiadita "For The Last time", che recupera la drammaticità sottile della Mangion ma manca dello spessore richiesto; la cosa più curiosa è "My Blue Room", sorpendente numero di pop retro che scarta dal repertorio standard e si pone a metà strada fra gli Stereolab di "Cobra..." ed Ennio Morricone e fa il paio con l'intermezzo quasi cabarettistico di "Man taking a stroll". Due pezzi vivaci su quattro, addirittura, e chissà che non dicano qualcosa sul futuro dei George.

www.pickled-egg.co.uk/george.htm



The Hotels
Ocean Floor
(Autoprodotto)

Londinesi di belle speranze, gli Hotels si avvicinano ad Interpol e Stills con un suono decisamente più malinconico e saturo di chitarre. I loro pezzi in crescendo culminano in un chitarrismo esasperato e discordante, che non riesce a dissipare la malinconia che li avvolge. Ian McCulloch fa capolino da "Ocean Floor", il più sopito dei tre pezzi proposti su questo CDR (antipasto ad un proper EP in programma per giugno), pop-song newwavizzata e occupata in ogni ordine di spazio da chitarre e batteria, pur rimanendo in spirito piacevolmente grigia come un giorno di pioggia. Più tirate la piacevole "Down Here" che vibra e si accende con buona efficacia e "For David" che sceglie una maggior attenzione al ritmo, entrambe caratterizzate da quel graduale addensarsi di nubi a minacciare tempesta e da un progressivo aumento d'intensità. Un suono stratificato e avvolgente, non privo di effetti speciali ma solido quanto basta per non essere un fuoco di paglia. Agli Hotels manca solo la canzone killer, ma per quella c'è ancora un po' di tempo: sapremo aspettare.

www.thehotelsmusic.com



Human Television
Orange EP
(Soft Abuse)

E' indiepop sudato quello degli Human Television, quartetto della Florida che segue il solco indipendente USA tracciato dagli Spoon in maniera marcatamente più lo-fi ed ermetica. Il suono avvolto di eco trasporta "Tell Me What You Want" in piena epoca new wave per una jam session in presa diretta. "Automobile" pulsa di viva urgenza con vocalizzi rapidi e mugugnati e un suono molto sporco che a tanti farà venire in mente i Wedding Present meno il fuzz. La scintillante "Saw you walking by" confonde ulteriormente le idee restandosene indecisa tra il garage (dove in tutta probabilità è stata registrata) e i Chesterfields chiamati in causa dalle belle chitarrine jangly sepolte dal basso. Un felice enigma, che evoca più in spirito che in suono quell'epoca inglese dalla quale è lontano sia temporalmente che geograficamente: per capirci, negli anni 80 gli Human Television sarebbero stati un gruppo Subway, suonando a fianco di Flatmates e Rosehips, due band che con ogni probabilità nemmeno conoscono; corsi e ricorsi indiepop. Ma per il prossimo disco un po' di ariosità in più non guasterebbe.

www.softabuse.com



Javelins
The Intro Vertical EP
(Yellow Mica Recordings)

E' travolgente la proposta degli svedesi Javelins, al loro secondo EP ufficiale: guitar-pop della specie migliore e più genuina, in diretto collegamento con gli anni 80 e proposto con invidiabile freschezza lo-fi come estetica impone. A volte stonati e fuori chiave ("Let's Kiss and Break-Up"), altre trascinati dal loro stesso entusiasmo ("Illya Nickovetch Kuryakin"), ma sempre meravigliosamente inadulterati, hanno in repertorio un piccolo inno popschizofrenico come "Dexter's Got A Sinister Heart", pungente esercizio di psico piroette musicali aggrappato allo scaltro chitarrismo di Christoffer Lärkner e Daniel Svanhög, che è più o meno come se i Les Savy Fav fossero nati a Coventry nel 1985. E' l'unico dei quattro pezzi dell'EP a mantenere un'intima coerenza dall'inizio alla fine, ma scoprire ogni angolo della musica dei Javelin è un piacere del quale nessuno dovrebbe privarsi: chitarre spregiudicate alla Chesterfields, bassi muretti di suono, cori impazziti e una vocazione alla non-linearità che non riesce a minare le basi melodiche del loro suono: una bellissima sorpresa.

w1.311.comhem.se/~u31140074/javelins.htm



Lovejoy
Strike a Pose/Someone To Share My Life With
(Unpopular Records)

Per uno di quei frequenti incesti tipici della scena, questo 7" dei Lovejoy non esce per Matinée ma per la neonata Unpopular, etichetta di Exeter condotta artigianalmente da Alistair Fitchett, una delle più affidabili penne indiepop di Albione. Ed è un esordio gradevole, in cui Preece versa i due aspetti principali della sua arte, quello elettronico e quello acustico."Strike A Pose" è proposta in un mix elettronico molto rilassato e smooth, ed ha una bellezza tutta sua, lenta e sinuosa come quando la house dei bei tempi andava a cena con la musica pop e Danny Tenaglia era il suo profeta: non proprio una sorpresa per chi ha apprezzato le derive soft-elettroniche dell'ormai vecchio "Who Wants To Be A Millionaire?" (2002), ma certo il mix di Insides e Snowdrops (che già avevano remixato su quel disco, e sì che non sono certo DJs) farà alzare qualche sopracciglio e si adatterà meglio al dopoparty che al salotto di casa. Il lato B, (un pezzo dei TV Personalities rivisitato questo mese anche da Lekman), restituisce il buon Dick alle atmosfere a lui più care: ballata acustica malinconica e lenta, in cui ogni eco è un nuovo tributo agli amatissimi Biff Bang Pow! e a tutta l'epopea Creation; forse un po' sonnacchiosa, ma ormai sappiamo resistere a tutto. La copertina incollata a mano vale da sola l'acquisto, se non altro per la dedizione tutta clandestina.

www.indiepages.com/lovejoy



Age of Jets
Rpm
(Damaged Goods)

Con "RPM" gli Age of Jets di Hull hanno per le mani quello che si chiama "tormentone": un funkyritmo killer, un testo elementare e senza troppo senso sull'utilità dei PC nella comunicazione, una sfacciataggine niente male. Personalmente non la sopporto, ma è impossibile non riconoscerle il merito dell'immediatezza e un notevole tiro nonsense. Sarebbe un ideale hit alternativo, se la band non provenisse da una città un po' sfigata da questo punto di vista (chiedere ai Fonda 500). Quello che i cinque Hulliani sono davvero in grado di fare è dimostrato però dai due pezzi di contorno, anche loro ripieni di hook memorabili e beats sopraffini, ma nel complesso molto meno sbruffoni: pop elettronico in bassa fedeltà carico di chitarre saturate, e se "My Komputa" ricalca i temi lirici della title track con una maggiore articolazione e un ritmo tutto Kraftwerkiano, la splendida "Experience goes a long way" riesce nell'impresa di evocare i migliori OMD dopo tutto questo tempo: tastierine sottili, chitarre e un crescendo che culmina in un pezzo più poppy che mai. Guardiamo all'ormai prossimo album "Go Go Gadget Pop" con un misto di sospetto e speranza: ne parleremo presto.

www.ageofjets.co.uk



The London Apartments
s/t
(Race Will Begin)

Il sito racewillbegin offre gratuitamente agli internettisti una serie di 7'' di autori emergenti indie-pop variamente synt-tronici. Idea gentile ed encomiabile che consente un assaggio, uno spizzico che dir si voglia (comunque auspicato dall'acquirente); nonchè una graziosa collezione di mini (segnalo a proposito anche Sophie Rimheden), antipasto di porzioni più sostanziose. The London Apartments è Justin Langlois da Windsor. Offre tre brani di chitarre, tastiere, drumming ed effetti sparsi; campi magnetici, corsie dove biascica, liquefacendosi, un falsetto lumicino, in visibilio (a volte sembra il falsetto dell'uomo in nero nei gialli Pupi Avati). Un'ebbrezza..malinconica. Molti seguendo la scia della cometa Radio Dept hanno trovato l'ispirazione che cercavano. Indubbiamente l'influenza degli svedesi si fa sentire, simile sguardo romantico etereo raffinato, ma London Apartments fa una sintesi più minimalista, ariosa e libera. Non assenti peraltro rifrazioni bjorkiane ed echi di Color Filter e Lali Puna, giusto per citare cose recenti. Download particolarmente consigliato a chi apprezza questi artisti: l'insieme sa essere alquanto seducente. Le ombrose e pacate "song 25", "springtime makes warm air" ad esempio, o la più sperimentale "i am wrong" (scaricabile dal sito del gruppo) sono assolutamente pregevoli.

thelondonapartments.cjb.net



The Mighty Stars
Are Go!
(Avebury)

Dai Buzzcocks al garage: è il passo di valzer dei Mighty Stars, quartetto di Bristol che a quanto pare ha già ricevuto le lodi di Kim Fowley (è un bene?). La strada è parallela a quella dei kaito, con un approccio più ruvido e che all'urgenza punk preferisce quella garage, per fedeltà e pulizia del suono più vicina ai White Stripes che agli Strokes (ci tocca parlare per enigmi, ma è per farsi capire). I cinque pezzi Nuggets-oriented di questo EP scivolano via senza fatica e ahimè senza entusiasmo: l'orecchiabilità è spinta ma le chitarre un po' slavate e stinte non consentono al complesso di graffiare come dovrebbe. Le cose migliori vorrebbero essere i due opener "Small Wonder" e "Let's Play", veloci ritmati e ahimè, banalotti, che naufragano già dopo i primi ascolti. In compenso il pop rockettaro e ondeggiante di "Suzanne" accende la giusta attenzione, come fa la conclusiva "Kiss! Kiss! Kiss!" mostrando qualche inaspettata fragilità e un puro coro Ramonesiano. Troppo facile profetizzare che simili beneficiari - in ritardo - del garage revival non sono destinati a durare a lungo, quindi tanto vale prenderli con un sorriso e gustarli finché durano.

mightystars.50megs.com



Dirge
Fountain EP
(Autres Direction)

E' la free label Francese Autres Directions a offrire i cinque pezzi di questo interessante trio anglo-francese-teutonico di Rouen, Francia, innamorato di Mogwai e GYBE: lunghe e distese pianure strumentali riscaldate dal violoncello di Mirjam Tautz, il vero elemento di rottura nel suono della band, e da liriche spesso recitate come capitava ai primi Arab Strap. Di conseguenza i Dirge si situano a metà strada tra slowcore e post-rock, con improvvisi bagliori melodici, e scrivono canzoni forti e di spessore, tristi come le fonti di ispirazione impongono. "Sympathetic Bar", il più apertamente fruibile dei pezzi presenti, fugge in parte l'intensità di cui è capace il gruppo, ma è nella tensione di "Hidden Track" con le sue pigre forme ipnotiche dissipate da un cantato sofferto e nelle devianze discorsivo/ossessive di "Phone" che il terzetto offre il meglio di se', mostrandosi già formato e maturo, e soprattutto capace di evocare con efficacia le emozioni alle quali ambisce. Troppo forte per chi cercasse solo indiepop, tutti gli altri ne godano pure.

www.autresdirections.net/inmusic/moulin005/moulin005.html
membres.lycos.fr/dirge



Aloha
Boys in the Bathtub
(Polyvinyl)

La tormentata storia degli Aloha, riformatisi per la terza volta senza essersi mai sciolti, si arricchisce di un nuovo capitolo con questo sette pollici di progressive pop-rock, che si lascia alle spalle il passato indie-jazz (si può dire?) e in quattro minuti omaggia più icone di quante si possa immaginare, ma soprattutto gli XTC di "Go2" e successivi album: pop che flirta con la new wave mentre ambisce alla perfezione, con una orchestrazione essenziale ma vivace e un mellotron costruito per l'occasione da TJ Lipple, nuovo membro della band giunto a sostituire il vibrafono di Eric Koltnow. Equilibrata e mai eccessiva, anche quando l'assolo di chitarra fa collassare il tutto in territori George Harrison: con un po' più di immediatezza sarebbe stato uno dei pezzi dell'anno. Il retro "You've Escaped" precipita in quei morbidi anni 70 che sono sempre stati tanto cari alla band, e cambia ritmo e attitudine con una frequenza forse eccessiva, tanto da far perdere di vista la canzone in favore della consueta capacità strumentale. Poco male, siamo felici che siano tornati in pista: certo, ci fosse ancora quel vibrafono...

www.polyvinylrecords.com



Struction
EP
(NFI)

Una doverosa precisazione, per chi si avvicinasse a questo EP degli Struction venendo assalito senza preavviso da una quintalata di megawatt e schitarrate: sappiate che questa band di Albany è pop come potevano esserlo i Sonic Youth di "Dirty", anzi ancora meno, dato che la cartella stampa parla di ottime recensioni su riviste con nomi tipo "Sincere Brutality". In questi casi ci si salva parlando di dream-pop, ma quella degli Struction è un'aggressione all'arma bianca che ha tanto a che vedere con le più desiderabili e intellettuali derive hard/noise americane (Unwound, Trail of Dead) e pochissimo con lo shoegaze. Ne parliamo lo stesso perché questo EP è uno degli ascolti più interessanti dell'ultimo semestre, talmente energico che è quasi impossibile immaginarlo suonato da un terzetto: in "Surgical Instrument" la voce riverberata di Jaime Mera Sonin sta fra una crossover band degli anni 90 e i Blonde Redhead degli esordi, ma con il chitarrismo contorto di un gruppo post; sfacettature e spigoli che si fondono ad un'attitudine inequivocabilmente punk e ad un suono che non rinuncia ad una strutturazione chirurgica riuscendo comunque ad ottenerne una impressionante quantità di rumore. Notevole, ma vi abbiamo avvisati.

structionnoise.com

Salvatore, Fabio