Un pieno mensile di 7", CDs, EP ed mp3.

Questo mese


Taxi Taxi!
August Schwartz
Remodel
The Catalysts
Giuse
Simon Breed
The Schla La Las
Rocket Punch
The Faintest Ideas
The San Marinos
The Hi-Life Companion

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Taxi Taxi! : s/t EP (Rumraket)

Tornano con un punto esclamativo nel nome Miriam e Johanna Berhan, le due sorelle di Stoccolma alle quali erano bastate due canzoncine su myspace un anno or sono per eccitare l'intera nazione indie. Anzi, più che tornare arrivano, dato che questo EP targato Rumraket è il loro primo prodotto discografico. E noilo trattiamo per amore di completezza, perché poco o nulla di quello che si ascolta in queste sei tracce ha a che vedere con il mondo indiepop. Scarno cantautorato acustico che si priva della fragilità pop a vantaggo di una nuova intensità espressa in forme estremamente parche, con essenziali note di chitarra ("All I Think Of") o pianoforte ("Belle") tra le quali spicca la notevole maturità raggiunta dalle voci. Tracce della perduta adolescenza sono riscontrabili nella riedizione di "To Hide This Way" (unico pezzo del lotto già diffuso via web), ma si tratta di eco distanti e destinate a scomparire, dacché l'impegno delle due sorelline sembra rivolto ad un percorso più serio ed impegnato, che guarda alle cantautrici USA, a mostri sacri del passato come Mary Margareth O'Hara ("Heart") e al più recente prodigio Frida Hyvonen.
Un EP tutto rivolto all'interno, chiuso e tenebroso, e se il puro talento compositivo delle due ragazze non è ragionevomente discutibile, la capacità di reggere un album di materiale così ombroso andrebbe verificata, perché in verità sulla pur breve distanza di sei pezzi traspare qualche pericoloso accenno di claustrofobia. Ma superato lo sconcerto iniziale, non si potrà che apprezzare.

www.myspace.com/taxitaximusic

Salvatore, 31/05/07


August Schwartz: s/t (Yellow Mica)

La vita è fatta di ciò che un uomo pensa per tutto il giorno. Se è così, l’ EP di August Schwartz deve essere fatto di quella materia incorporea e nebulosa propria dei sogni. Mi sbaglio probabilmente.
Perché non ho poteri telepatici con August Schwartz, tanto più se questo ometto, ce la mette tutta per fare in modo che non circolino, immagini, foto cimentandosi nell’arte della scomparsa, un’arte inconsueta di questi tempi. August Schwartz è il Salinger della musica alternativa.
Di lui sappiamo solo che è svedese e che incide per l’etichetta indipendente Yellow Mica Recordings (la stessa degli ottimi Rocket Punch, degli haircuts e molti altri).
E’ un pop che si concede divagazioni nei sottogeneri indie, fra l’acoustic e il downtempo, ossequioso rispetto alle intuizioni musicali dei vari Air e dei Royksopp anche se le assonanze con i succitati gruppi non sono che vaghi accenni.
Il lavoro è ancora un po’ grezzo ( Bracket Syntagma : inascoltabile) e sacrifica la potenziale brillantezza del disco ( Christmas day : un piccolo gioiello elettro pop). Mexican Theme è ipnotica al punto giusto e caratteristica nel suo chiaroscurale downtempo. My funeral: intima e adolescente, ingenua e sentimentale, con finale a sorpresa. Probabilmente August Schwartz è così.

www.myspace.com/augustschwartz

Valeria, 28/05/07


Remodel: British racing Green/That obscure subject called desire (Sad Gnome)

Proverbiale pop band "nel senso in cui lo sono gli Who o i Blur", i londinesi (ma nati a Salopia) Remodel rimarcano le virtù della chitarra e dell'alto volume degli amplificatori. Di conseguenza la loro "British Racing Green" è pop/rock aggressivo e rapido come si conviene alle giovani band d'Albione, mancando però la tendenza modaiola ai riff "facili" che le contraddistingue ed anzi zeppa di twists e sorprese. Non proprio fuori dagli schemi ed abbastanza evidentemente costruito a partire da una resa live non totalmente riprodotta in studio, è tuttavia sufficientemente personale e di carattere da far perdonare l'assenza di un hook adeguato e la dedica all'ambito automobilistico (dei 50/60, che fa più fico).
Interessanti sviluppi trasversali sono esibiti dalla b-side "That obscure subject called desire", pop luminescente di grande semplicità ed altrettanto grande effetto, costruito su poche e precise pennate ed un impianto jangly ben inserito nella base ritmica e saggiamente contenuto entro i due minuti di orologio. Alla fine le due band citate in apertura sembrano – insoieme ai Jam - le più adatte ad approssimare i due volti della band.
Così acerbi che è impossibile fare previsioni, ma i pezzi su myspace esibiscono una selvatica vena pop che potrebbe riservare soddisfazioni. Se Sad Gnome (sinora l'etichetta degli Indelicates e nessun altro) ha scommesso su di loro forse possiamo fidarci.

www.myspace.com/remodel

Salvatore, 25/05/07


The Catalysts: Long distance EP (Spirophone)

Ci eravamo occupati dei Catalysts di Ulric Kennedy - ex Mixers, ex Golden Dawn, ex tante altre cose - nel 2003 per un sette pollici firmato Felicité che recuperava pezzi risalenti addirittura al 1985. Beh, sorpresa: Mr Kennedy ha fondato un'etichetta (Spirophone) e ha rimesso in piedi la band. E non è una reunion di vecchie glorie, tutt'altro.
Con un sì nobile pedigree Glasgowiano i Catalysts espongono un campionario di memorie autentiche - dalla viva voce dei protagonisti - ma evitano saggiamente di riproporne le ingenuità che oggi sarebbero assai poco credibili. Il loro è pop filtrato dall'intelletto e da un melodismo acceso ed aperto, che sa produrre solo meraviglie: il dolce equilibrio armonico di "The Girl From New York" è venato da un'ombra di chitarre shoegaze, "California Sun" supera una lunga intro sciogliendosi in un janglepop ricco di nostalgie mai vissute, "All The Way To England" è un delicato numero acustico di quelli cari ai Lovejoy ed usa l'armonica in un modo che non si sentiva dai tempi di The The per evocare una malinconia tagliente e generosissima, e "Thanks For Some Beautiful Memories" pop caracollante e ombroso che rende omaggio ai Velvet.
C'è un solco tra queste quattro canzoni e il novanta per cento della produzione indiepop di oggi: un solco apprezzabile solo da chi si è lasciato alle spalle i tumulti dell'adolescenza e trova conforto nel ricordo e nella dolce, indolore malinconia che talvolta lo accompagna. Nessun altro riesce a scrivere pop songs come queste, oggi.

The Catalysts@Spirophone

Salvatore, 21/05/07


Giuse: Canzoni dall'ultimo prato (autoprodotto)

Che fine ha fatto il ricambio generazionale? Me lo chiedo così, a partire dalla constatazione dell’agonia di quello che una volta senza timore di fraintenderci definivamo il calderone de “i cantautori italiani”. Tanti, da ogni parte, di ogni tipo fisiognomico: alti, bassi, magri, grassi, con la barba, con i capelloni.. oggi? Sempre quelli di una volta. E tutti dietro a gente il cui unico richiamo discografico è il passato più o meno glorioso e la posizione più meno marcata assunta trent’anni fa rispetto al PCI. Qualcuno muore, qualcuno sforna un disco ogni 5 – 6 anni, qualcuno si fa di acidi in sperduti casolari. Qualcuno, come Ivano Fossati, fa qualcosa di meglio ed ispira Giuse, al confine fra poesia innocua e suadenza strumentale. Dotato di un timbro vocale che richiama quello di Enrico Ruggeri, il nostro piacentino ha l’abilità di comporre canzoni allo stesso tempo memorizzabili ed intime, di scrivere versi non banali e provvisti di una personalità che sa amministrare con mestiere reale e surreale, e in generale lascia l’impressione di essere pronto ad assumersi la responsabilità d’un posto di tutto rispetto nell’albo d’oro. Come figlio del suo tempo, e al contempo come un figlio che ha saputo ben ascoltare e far tesoro. I tre pezzi di “Canzoni dall’ultimo prato” sorprendono per la facilità con cui scorrono senza fondersi con il sottofondo, e addirittura “L’uomo e la rosa” (l’episodio più felice fra canzoni allegre) -mi sia concesso- è già un piccolo classico. Con una canzone del genere un tempo si vincevano tre o quattro Sanremi con incluso premio della critica. Andatela ad ascoltare sul suo myspace, e vedete un po’ se riuscite a togliervela dalla testa. Noi rimaniamo in ascolto per vedere che effetti fa.

www.myspace.com/giusemusic

Alessandro, 21/05/07


Simon Breed: The filth and wonder of... (Re-Action)

Va in giro per l'Europa da oltre un decennio ma sono pochi a ricordarsi di lui: Simon Breed in questi giorni è in Italia di spalla a Mick Harvey, ed è probabile che saranno ancora pochi fortunati a godere delle sue canzoni. Questo è il destino dell'artista, rilocato in una nicchia personale ed adorato da una ristretta cerchia di iniziati. E non si può dire che la musica di Simon sia troppo riservata: al contrario, questa breve raccolta di brani (cinque in tutto) è la cosa pià empatica che mi sia capitato di sentire da molto tempo: e non si tratta (solo) di canzoni per innamoramenti difficili, ma di ragazzini in balìa dei bulli della scuola, di masturbatori compulsivi e persino di impiegati alle prese con superiori lunatici. Insomma, si parla delle umiliazioni connesse alle attività quotidiane. Forse per questo Simon rimane cosa per pochi: la sua è musica per sfigati, talmente autentica da rinunciare al romanticismo Morrisseyano, e a nessuno piace sentirsi ricordare certe cose.
Ed è un grave errore, perché Mr Breed riesce a svolgere una utile funzione terapeutica: non tratta la materia con leggerezza o ironia superflua, intensifica per gradi le trame strumentali sino alla massima densità ("Star of Nepal") per poi tornare sulla terra, alterna le dodici battute di "(My eyes have seen) The glory of your face" allo spoken word di "The Brother Song", e chiede soprattutto di essere ascoltato. Il suggerimento è di farlo con attenzione, e in particolare di non perdersi una parola dell'asciutta e incazzata "Cunts, Pricks, Wankers and Shits". Non guarderete più il vostro capufficio allo stesso modo.

(restano due date italiane: 18 maggio a Milano, 19 maggio a Verona)

www.simonbreed.com

Salvatore, 18/05/07


The Schla La Las: 1,2,3,4/Put your guitar where your mouth is (Sounds Experience)

Stilosa e seducente band di derivazione sixties con una aspirante indiepopstar nascosta al loro interno (la chitarra Piney Gir), le londinesi Schla La Las sono cinque girls in uniform che non hanno solo un aspetto fantastico ma anche un sound all'altezza, come delle Pipettes votate al garage. Questo sette pollici, che segue un EP introduttivo ed uno di demos ed esce per l'etichetta della webzine Sounds XP, conserva l'iconografia quadrettosa del gruppo ed aggiunge al repertorio due pezzi davvero eccellenti: "1,2,3,4", accompagnata da un bel video in lego animation, è un semplice stomper da dance floor che nel finale cambia pelle e si scioglie in eleganti evoluzioni vocali in sovrapposizione ed accelerazione esaltando le naturali virtù dell'having fun, "Put your guitar where your mouth is" è più selvaggia e libera, graffiata da una voce rozza eppure molto ordinata sul solco di rotondissime chitarre e di una coralità vagamente torbida che è ad oggi la caratteristica migliore del quintetto, a metà strada tra l'autocontrollo delle Bangles e la frenesia delle prime Pandoras. Da ascoltare - e possibilmente ballare - con un paio di birre in corpo.

www.theschlalalas.com

Salvatore, 15/05/07


Rocket Punch: Blood on the ukulele (Yellow Mica)

Pop American Style che sacrifica tutto quanto all'immediatezza e ad un titolo favoloso. I Rocket Punch conquistano la simpatia dell'ascoltatore ma non hanno intenzione di fare lo stesso con il suo cuore, non cercano compassione né partecipazione. L'imperativo è entrare in studio (o in salotto, garage, altro) e registrare canzoni con tastiere ed ukulele, i bassi troppo alti e una serie di armonie vocali che sacrificano le grandiose intenzioni alla ristrettezza di mezzi. E' pop ipotecnologico ma ricco di sostanza, fatto di strofe concise e rotondo a dispetto della rozza limatura, che vorrebbe essere i Beach Boys (i salti di ottava di "Pink Cashmere", gli SMiLEismi di "Kafka On The S.") ma si deve accontentare di approssimare per difetto gli Aislers Set riuscendo a piacersi/ci lo stesso. A farcelo bastare ci pensa un pezzo di brillante affinità come "Michael, Don't Go To Private School!", frizzante e sfacciato bozzetto di urgenza pop che riesce a superare le sciocchezzuole twee, invogliando ad osservare al microscopio la band di Portland, ad esaminare il cantato in call and response, ad interessarsi a ciò che dicono. E una volta entrati si rimane interdetti nello scoprire che il lavoro solare dell'ensemble di Portland è in realtà frutto di un solo uomo - tale Bradley Kerr - capace di moltiplicarsi per n unità in studio. Vien quasi voglia di abbracciarlo.

www.myspace.com/rocketpunch

Salvatore, 14/05/07


The Faintest Ideas: Your imaginary bullets really hurt (Happy Happy Birthday To Me)

I Javelins possono aver cambiato nome, ma continuano a rappresentare l'epitome del lo-fi pop. I cinque pezzi di questo EP, pubblicato dall'eccezionalmente prolifica label di Athens HHBTM, sono altrettanti esercizi di pop scarno ed essenziale da settanta secondi ciascuno che ripercorrono le nevrosi chitarristiche dei Chesterfields/Pastels ("I'll wear the crown") e guardano al lato più soft dei Boyracer, verso i quali la band di Goteborg dichiara devozione incondizionata. E in questa nicchia nascosta ai più i Faintest Ideas sono ormai degli autentici maestri: anarchici ed essenziali, asciutti eppure romantici, alternano giochetti di chitarra a rudezze noisepop, eseguite in maniera talmente rapida e sottoprodotta da essere quasi impalpabile. Per questo ed altri motivi "Your imaginary bullets..." è un EP mordi e fuggi, che lascia impressioni più che canzoni, tanto che quando la band decide di elaborare le sue mille idee in forma di pop song ne esce al massimo un numero disordinato come "No Gravity". Persino una canzone chiamata "Another sunny day" - titolo caro a molte popband - è pungente come l'aria in una mattina di primavera, un ennesimo e rapido soffione pop che al primo sbuffo di vento vola via. E un pezzo ribelle e libero come "Pay For Crumbs" non è poi tanto distante dall'hardcore: così si abbattono le barriere. Presto un album su Magic Marker.

www.yellowmicarecordings.com/thefaintestideas

Salvatore, 09/05/07


The San Marinos: Super sexy TV-girl (Liao Records)

"Small but great" è il motto di Liao Records, etichetta messa in piedi dai San Marinos di Stoccolma; uno slogan che si adatta perfettamente alla band, già incontrata due anni or sono grazie ad uno di quei deliziosi EP che ogni tanto spuntano fuori dal nulla in Svezia. Il medesimo spirito anima questo nuovo singolo, che dietro l'insipida copertina nasconde un pezzo eccellente come "Super sexy TV-girl", twee-popelettronico in versione lofi frizzante e pulito che corre a perdifiato verso non si sa cosa (il telecomando?), accompagnato da sottilissime chitarrine e intrecci vocali così teneri che fanno tanto Pipas. Un piccolo, magnifico hit indielectro da pianeta ideale, fatto di desiderio concentrato, odore d'estate e strizzatine d'occhio d'ordinanza.
Ma la bassa fedeltà della title-track non è nulla di fronte alle b-sides, tre esercizi sottoprodotti e abbandonati allo status di demo (forse erano finiti i soldi per lo studio) che mischiano Motown e philly sound come una versione nuda e povera degli Abba: a me è piaciuto il white soul di "When You Made The Man", ma per i più delicati il massimo sarà la guitaropoli in guisa di filastrocca twee "If We Act Together". Dedicato agli appassionati del fruscìo.

www.liao.se

Salvatore, 09/05/07


The Hi-Life Companion: Say yes! (autoprodotto)

Una freschezza tutta adulta e composta nel pop dei bristoliani High-Life Companion, che annunciano il loro debut album con un piacevole sampler arrangiato con grande attenzione per i dettagli. Armonie vocali, strutture semplici ma stratificate, e un gusto contemporaneo per uno stile di produzione che è quasi diventato norma in tante zone indie del 2000. Sembra che in molti casi c'entri l'influenza, consapevole o meno, dello stile tardi ‘90 del Jim O'Rourke pop, che a me viene da battezzare 'minimal close-up': un suono accerchiato da timbri distinti che affiorano netti alla superficie, spazializzati con precisione, più un affare di design che un amalgama tipicamente rock. Come tante brevi tracce di colore dipinte su una boccia di vetro, di cui si continua a vedere la trasparenza. Una piccola variazione a Phil Spector, da ‘Wall of Sound' a ‘Window of Sound'. Quisquilie? Gli HLC, preso qualche appunto, hanno applicato la lezioncina alla produzione delle loro canzoni in forma pop tradizionale. "Times Table" e' una traccia Beach Boys raffreddata (e come si fa a non prendere il raffreddore a Bristol?) e suonata dai Chills (appunto). Il timbro del main vocalist ricorda un Syd Barrett che i funghi li ha sempre solo mangiati in insalata, e richiede un paio di ascolti, ma poi s'alleggerisce e rimane in testa, carina. “Lay Your Head Down”, come da titolo, è una ballata che è un po' una scheggia addomesticata dei Mojave 3. Poi ti arriva il gioiellino, troppo breve, “You're The Greatest”, dove c'è la voce di Melissa. B&S in riflusso, country, handclaps e una sensazione cullante, da easy-listening antico. Ma perchè è così breve? “Say Yes!” parte come un vero Barrett-outtake ma ondeggia in marcetta acustica, solare come un intermezzo da film bacharachiano. Gli High Life Companion si fanno forti della loro semplicità, e forse fanno bene: sembrano la colonna sonora perfetta di amoretti sorti di domenica intorno al barbecue in giardino. Quisquilie? Direi di no, se l'amoretto è il vostro.

www.thehi-lifecompanion.com
www.myspace.com/thehilifecompanion

Davide, 07/05/07