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The Lodger
Let Her Go
(Angular Recordings Co.) |
Come un bigino indie, l'esordio dei The Lodger per la sempre più hip Angular Recordings Co. contiene tutti i motivi per cui amiamo il terzetto. "Let Her Go", movimentata da rimpianti paranoici, maschera dolcezza ed insicurezze correndo dietro ad un ingombrante tessuto ritmico/chitarristico, aggiunge fiati autunnali e collassa in un refrain carico di rimorsi. Il complesso è talmente convincente da rasentare la perfezione: a un tempo energico e malinconico, così palesemente "piccolo" ma trascinato a forza sotto i riflettori, contiene emozioni tanto trattenute che il loro rilascio improvviso causerebbe un'esplosione, e vive felicemente di questa tensione compressa. Tutto il contrario di "We Come From The Same Place" che invece manifesta e nutre il disagio di chi si annulla per un amore non corrisposto, ballata lenta e grondante di chitarre punteggiata da tintinii di tastiere che ne acuiscono il sapore dolceamaro di cui tanto si sostanzia l'adolescenza. Tenera nella forma ma agghiacciante se appena si presta orecchio al testo, offre qualcosa di autenticamente vissuto in cui riconoscersi, tanto che l'armonia del refrain "I'm not gonna stop hangin around/'cause it's of no consequence" è in egual misura dolce ed avvilente, come guardare un amico sprofondare e non potergli rivolgere altro che un sorriso di compatimento. Splendido.
www.thelodger.net |
Bearsuit
Steven F***ing Spielberg
(Fantastic Plastic) |
Si alzi il sipario sul definitivo trionfo dei Bearsuit: "Steven F***ng Spielberg" è una versione educata di "Itsuko Got Married", di cui conserva l'inarrestabile crescendo trasformandolo in gioia d'orchestra, pronto a recuperare tutta la teenage angst perduta nel refrain. Tessuto pop di candida imperfezione con i lalala di Lisa, archi e flautini, è accorta come un'arrangiamento di Belle&Sebastian, incazzata come un sonetto punk, colorata come il giardino degli Heavenly; rende i Bearsuit improvvisamente spiegabili (se non altro per chi sa ciò che sono stati sino ad ora) e li presenta al pubblico senza limitarne estro né genialità. Lavorato con certosina applicazione al mixer, "Steven." è lo spettacolare risultato dei Bearsuit chiusi in studio qualche giorno in più del solito, anche se non saprei dire chi dobbiamo ringraziare per l'occasione. Per contro, le due B-sides confermano evidenza della sconnessa vena bearsuitiana di sempre: aggressività pop-punk-electro in stile riotgrrls e zucchero con spruzzi di synth in "Shhhh get out"; frizzante e svenevole nel poppunk "XXVVV XXVVV" che parte come i Ramones, poi diventa Pixies e poi dimentica tutto e va via di versacci in crescendo e minuetto stonato, e a dire il vero di sostanza ce n'è poca. Ma è per questo che li abbiamo amati sinora, non cominceremo a lamentarcene ora che stan diventando grandi?
www.bearsuit.co.uk |
Camera Obscura
Lloyd, I'm Ready To Be Heartbroken
(Elefant) |
Dopo la notazione letteraria di "I Love My Jean", i Camera Obscura tornano con un un singolo da autentici eighties fans che vale più di cento spillette dei Pastels. Lloyd Cole ha già espresso la propria soddisfazione, e adesso toccherà a noi dire (ma senza esagerare: qualche aggettivo teniamolo per l'album) come la band di Glasgow riesca a rinnovarsi restando fedele a se' stessa, in un turbine orchestrale al centro del quale sta la voce di Tracyanne Campbell, semplicemente la più magnetica e formidabile che la musica pop abbia udito negli ultimi dieci anni (ecco, l'ho detto). Unica band in grado di far sembrare triste una primavera, di gettare ombre su un trionfo d'archi, qui i Camera Obscura lanciano in aria organi e violini e li oppongono ad un casalingo muro del suono, quasi volessero inseguire Stuart Murdoch sulla strada della felicità ma avessero ancora troppa nostalgia degli autunni scozzesi. Il testo oppone una amorosa dumbness all'amara ironia di Cole, divertito e persino ammiccante, e tutto è così ben fatto da far dimenticare quanto il pezzo dei Commotions rimanga superiore.
I temi country, swinganti, jazzati di "Phil and Don" e "Roman Holyday" anticipano i temi del prossimo album "Let's get out of this country" (6 giugno) che prosegue il viaggio a ritroso nel tempo iniziato da Underachievers scegliendo la strada dell'esplorazione in costume d'epoca, ma hanno aspetto e consistenza di scarti.
www.camera-obscura.net |
The Bleeding Hearts
You Bring Me To My Knees
(Mother Tongue ) |
Oh, che perfetta pop song è "You Bring Me To My Knees": la ascoltate dall'inizio alla fine, non vi fate sfuggire una strofa, il refrain vi prende alla gola senza lasciarvi respirare, l'organo spunta a tradimento dietro le chitarre jangly, la melodia si fa sottile e si ispessisce ritmicamente, prende quota e si smorza in un break ascendente di chitarra. Pensate a cosa assomiglia, e vi vengono in mente decine di band e centinaia di canzoni: gli Housemartins? Troppo romantica. I Divine Comedy? Troppo luminosa. La's? Spearmint? Coldplay? E poi vi ricordate cos'hanno in comune tutte queste band: sono capaci di grandi pop songs, di quelle che hanno un significato e restano nella memoria, e accidenti se questo piccolo inno pop in forma di power ballad non riuscirà a fare la stessa cosa: con un po' di fortuna potrebbe diventare la loro "Yellow". E siccome canzoni del genere capitano raramente nella vita, "Out Of Sight, Out Of Mind" le si mantiene saggiamente a distanza, delicato classicismo per xilofono e tratteggi d'archi, e zompetta sulla neve gentile e rassicurante ed avvolgente e prima che vi possiate accorgere che la voce è ancora lì ad evocare i fantasmi del passato, la melodia vi avvolge completamente e beh, come ve lo devo dire che questi sono bravi, bravi davvero?
www.thebleedinghearts.co.uk |
Le Man Avec Les Lunettes
How To Improve Your Backhand
(Honey ) |
Il
tributo alla nobile arte del tennis dai Le Man Avec Le
Lunettes arriva in punta di piedi: la perfetta canzone
Lunettesiana ("Tennis system & its stars") è un numero
di bellezza casuale e schiva che riscalda il cuore come
l'attricetta timida di Hollywood Party, come Nick Drake
nella sua stanza di Tanworth, come il versante più intimo
della neopsichedelia anni 80. Estratta con attenta delicatezza
dal suo bozzolo acustico da organo e slide, manifesta
controllata estroversione ma dà quasi idea che non le
interessi farsi ascoltare, gelosa della sua intimità da
jam session, dei coretti incerti, di quell'organo Farfisa
che luccica in fondo alla stanza. E ha ragione, perché
troppi ascolti la sciuperebbero irrimediabilmente e invece
così, tirata in cento copie, può diventare quel singolo
leggendario di cui tutti parlano ma che in pochi hanno
sentito. Sul lato B, "Wimbledon" toglie tutto il superfluo
tranne una chitarra acustica, un piano e il fruscio del
vinile e descrive la pioggia leggera sul campo centrale,
di domenica, poco prima di sera. Se esistesse un contrario
del jet set (o un termine per definirlo), suonerebbe queste
canzoni. Le trovate entrambe (in versione identica, se
le orecchie non m'ingannano come spesso avviene) su "Breasting
The Tape" di Best Kept Secret, presto su queste pagine.
www.lmall.it |
Lucky Soul
My Brittle Heart
(Ruffa Lane ) |
Sembrano solo un altro girl group sulla scia delle Pipettes i Greenwichiani Lucky Soul, e invece no: quattro uomini e una donna, nessuna tentazione di modernità, al contrario uno Spectorismo in giacca e cravatta (sembrano gli Interpol, davvero) delicato ed ossequioso ma più elaborato della media - quanto basta per non cadere in tentazioni da filastrocca - con schiocchi di dita al posto dei battimani e una sezione archi che sa qual è il suo posto. "My Brittle Heart" ha il tempo della rumba Bontempi e la confidenzialità di una cameretta anni 50, è la canzone per tutte le Sandy (come chi? quella di Grease!) del 2006, e pazienza se probabilmente non ne esistono più: sembra contenta lo stesso. Dall'altra parte, "Give Me Love", sin dall'attacco alla "Be My Baby", è wall of sound raffinato e sornione che prende lentamente il volo su una slitta natalizia, come le Ronettes a braccetto con Bacharach. Musica per feste di compleanno con sedici candeline e gonne a sbalzo: si fa un po' di fatica ad accettare che due pezzi simili possano esistere nel 2006, ma una volta superato il paradosso temporale non vorrete più separarvene. A Londra qualcuno già li saluta come legittimi eredi dei Saint Etienne, incoraggiato dalla presenza della bionda Ali Howard: teniamoli d'occhio.
www.luckysoul.co.uk |
Kelman
The Heart is a Useless Ally
(Liner Records ) |
Se dal vivo i Kelman hanno un difetto di comunicazione quasi autistico che fa venir voglia di abbracciarli, la loro controparte digitale possiede una sottile doppiezza: ostenta falsa sicurezza ma non sa nascondere un'immensa fragilità che penetra nei suoni e nel cantato e si piazza, invisibile e immobile, proprio in mezzo al gruppo. "The Heart Is A Useless Ally", oltre ad essere una manifesta e sconsolata espressione di sentimenti, è un pezzo di pop indipendente e antico che affronta gli anni 80 dalla prospettiva Kitchenware (Martin Stephenson su tutti) portandosi dietro la riluttanza dei Jesus and Mary Chain, ricco di chitarre e tamburi. Wayne Gooderham la canta con una smorfia, ma il suo sorriso è una façade che occulta tutta la disillusione e l'incertezza dei suoi sentimenti. E allo stesso modo si nascondono i Kelman: i fratelli Gooderham chiamano un organo a riscaldare lo studio, si rifugiano nella sua ombra e trovano pace solo nella musica, arrivando a citare Dylan con quel refrain "How does it feel?" che anziché sfida vuole esprimere irrisolti sensi di colpa. Gli stessi che abitano l'altro pezzo, non a caso rimasto senza titolo: "Untitled", spegne le luci e rallenta i tempi ma abita le stesse inquietudini senza speranza, come un Quigley prima della caduta conscio del proprio ineluttabile destino. E per tutti questi motivi i Kelman sono un gruppo a cui è indispensabile aggrapparsi.
www.kelmanband.com |
And His Voice Became
Confusion/Tell Me Why
(Bracken Records) |
Ritornano gli AIVB, duo inglese del quale ci siamo occupati giusto un paio di mesi or sono. Se la cosa meno gradevole del pur ottimo EP2 era una certa staticità del suono, in questo terzo singolo - il primo non autoprodotto - And His Voice Became mostrano la lodevole intenzione di espandere i propri colori, aggiungendo dinamismo alla tavolozza non senza qualche difficoltà: "Confusion" è singolo groovy (il cui incipit promette più attività di quanta venga poi messa in pratica) e semielettrico che avanza faticosamente - specie nel cantato - su vivaci trame di chitarra, accelera tra gli echi del microfono e mantiene comunque intatta quella immota consistenza cantautoriale che li aveva fatti paragonare a Coldplay e Beth Orton. L'altro pezzo "Tell me why" recupera il contegno acustico - almeno sino a metà pezzo - mettendo in mostra una sincerità disarmante, un dolore reso a tinte reali e senza compromessi dalle sfumature di un cantato molto intenso che dimostra tutte le capacità autoriali del duo prima di acquietarsi in una coda impetuosa e dal sapore blues. Si apprezzano le capacità di coesione di entrambi i pezzi, un trademark comune più legato all'area pop classica che a quella indipendente, ma comunque apprezzabile. Restano tra le band più interessanti dell'anno. Edizione limitata a 300 copie, vinile only, label americana.
www.andhisvoicebecame.co.uk |
Michaelmas
The Phone EP
(Autoprodotto) |
Sorti dalle ceneri di Adekola Sound, nati come progetto solo ed acustico ed evoluti nel tempo in quartetto, i londinesi Michaelmas suonano delicate pop songs d'altri tempi senza molte preoccupazioni per il presente, strette tra una englishness profonda ma mai troppo ostentata e palesi tentazioni Americane. "You should bug me", il pezzo migliore di questo primo EP che giunge dopo quattro anni di attività sotterranea, ha il peso triste, la voce e persino la chitarra del George Harrison circa 1970; bella, esile ed antica, purifica il quotidiano con un invito ("sono così solo/dovresti disturbarmi di più") più ironico che supplice e incarna una di quelle melodie riposate e mansuete che oggi l'Inghilterra non conosce più. Lontani dalla frenesia delle scene cittadine, Dan e gli altri Michaelmas completano l'EP d'esordio con tre numeri in odore di alt.country, con le chitarre ben supportate da melodica e violino tra i quali merita menzione almeno l'ottima "Sadshack", tanto sincera e penetrante da sembrare una outtake di Yankee Hotel Foxtrot. L'ascolto redentore del mese.
www.michaelmasnet.com |
Cortney Tidwell
s/t EP
(Ever) |
Americana di Nashville e figlia di musicisti, Cortney Tidwell sprofonda nelle sue canzoni, se ne lascia sopraffare con voluttà, dimentica di tutto il resto. Un'intensità sconcertante che supera le radici folk e le immerge in un immaginario che abbraccia pop ed elettronica, blues e jazz ridotti in elementi così essenziali da essere irriconoscibili. L'unica vera costante di questo EP d'esordio sono il buio e l'aridità che circondano i suoi pezzi, costruzioni sparse sferzate da un vento gelido ("Mama From The Mountain") o armonie vocali che smarriscono la strada nella nebbia ("Hard 2 tell"). Se Cortney sembra persa anche quando si affida alla pedal steel per una apparente ballata country da crepuscolo come "The Light" è perché le sue canzoni hanno un'anima tormentata, sono gravide di troppe inenarrabili esperienze, conoscono il dolore della perdita. Ma infine ci tornano, a casa, perché la ragazza ha un talento aggregativo fuori dal comune che riserva inaspettate e gradevoli sorprese: sottili cambi di direzione, temi melodici che spuntano dal silenzio, una insospettata, definitiva grazia che conquista le tenebre e guarda a una luna luminosissima.
www.everrecords.com/cortneytidwell |
Les Incompetents
Reunion/Much Too Much
(White Heat ) |
Rock and rollers dell'ultima ondata, i Les Incompetents forniscono già nel nome una apprezzata confessione ignoranza. Sono giovani e si sente, aggrediscono i pezzi con irruenza e sebbene nell'arrotare le chitarre non manchi loro un certo stile, quando vanno sopra le righe lo fanno con tutta la sguaiatezza di un inglese ubriaco. Oltre all'incoscienza, hanno dalla loro la schiettezza delle giovani bands di Albione germinate dalla decadenza dei Libertines, ben manifestata dai due pezzi di questo sette pollici: "Reunion", barcollante con l'alito cattivo su un vivace gioco di chitarre appena un po' troppo sottili, è poprock per accattoni non lontano dall'ironia degli Art Brut ma con una tendenza all'automutilazione che per fortuna non riesce mai davvero (a perdere il filo: oh, ma ci prova). Gli manca solo un po' di concisione melodica, e si tiene in piedi grazie all'ostinazione di chitarre suonate con tecnica rozza ma efficace. Ancora più rude, spontanea e casinista, "Much Too Much" è una soundtrack del doposbronza, il risveglio coi capelli arruffati e la bocca impastata: gran velocità e rimbalzi ritmici, più un refrain di ordinario entusiasmo che la lascia a gravitare senza rimorsi nell'universo pop. Mi risulta difficile l'entusiasmo per simili formule da pub, ma se il trend attuale è questo poteva francamente andare peggio.
www.lesincompetents.co.uk |
The Holloways
Happiness and penniless
(Sensible Records ) |
Pernicioso e sbilenco crescendo di pop lofi, "Happiness and Penniless" è lucente poesia urbana, una passeggiata in jeans e maniche corte sotto il cielo plumbeo, la colonna sonora della quiete prima della tempesta, un momento di armonia con il resto del mondo che precede una bella rissa in strada. Su un imperioso costrutto melodico, la prepotente base ritmica pesta come un hooligan, le chitarre svolgono ordinaria amministrazione da rocker mentre il refrain si ferma e poi riparte confuso in una specie di approssimazione ska, come se agli Ordinary Boys non avessero lasciato le birre pagate al bancone. Sull'altro lato, "What's the difference" non ha bisogno di approssimare nulla, essendo ska spurio ma dichiarato e provvisto di passaporto. E in quanto tale ci sarebbe poco da spiegare, non fosse per la sorprendente fragilità della sua struttura, sequenza di note in precario equilibrio ma resistenti nonostante tutti gli strattoni sino al liberatorio break che unisce assolutismo pop ed impeto iconoclasta, come i Blur saldati ai Wonder Stuff (pensate ai Clash di "Give 'em enough rope", così facciamo prima). Pezzo che rivela infine le vere inclinazioni della band e ispira rinnovata simpatia. Ottima per un party, o per il tragitto in autobus verso lo stadio.
www.theholloways.tk |

The Fratellis
The Fratellis EP
(Nomadic)
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Lo so cosa state pensando: come ti permetti di recensire un gruppo così esplicitamente tamarro come i Fratellis? Con quel nome, con quei cappelli. che c'entrano? Beh, liberi di non crederci, ma "Creeping Up The Backstairs" apre ogni mio CDR domestico da un mese a questa parte, e poi con quell'aria eccessiva, il volume a fondo scala eccetera, i Fratellis sono una divertente caricatura di una rock-band, parossistica e svagata. I tre brani di questo EP d'esordio sono chiassosa essenza di pop/rock anni 70 passato attraverso il nonsenso urbano che ha generato Arctic Monkeys e compagnia, e pare incredibile che una band simile stia di casa a Glasgow. "Creeping up the Backstairs" è più sguaiata rispetto all'originale (ascoltato su una raccolta di unsigned bands di iTunes un paio di mesi fa), ma rimane comunque un gran pezzo, capace di concentrare l'energia dello Strokes-sound in forme risolutamente pop senza fermarsi a riflettere. Avete presente: testo veloce, riff ottusi e tutto si perdona con la giovane età, come i Supergrass a bordo di una Porsche. "Stacie Anne" sono gli Human League in vestiti heavy metal, e "The Gutterati?" è affilata e sciocca come un'imitazione degli Hard-Ons. E' evidente che i Fratellis non sono altro che gli Arctic Monkeys di casa Capitol, ma la fotocopiatrice ha prodotto una cosa distorta e sguaiata che in questo lembo musicale privo di futuro appare assolutamente a proprio agio. Capisco che ci sia chi ne ha avuto abbastanza di sta roba, ma andava detto.
www.thefratellis.com |
Salvatore
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