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La Casa Azul
Como Un Fan EP
(Elefant)

Che primavera sarebbe senza La Casa Azul? Poco importa che questa appendice dell'album "Tan Simple Como Un Amor" sia uscita alla fine del 2005, perché tutto in questo nuovo disco parla di solecuoreamore: l'incipit armonico di "Viva (un poco más) el amor" - il primo pezzo nuovo in oltre due anni - tradisce ripetuti ascolti di "Smile", ma tutto evolve poi nei più tipici canoni LCA: battimani e costruzione perfetta sino al refrain, aperte manifestazioni di gioia che accolgono il risveglio ormonale con irresistibili balletti su onde di tastiere estratte di peso dall'epopea disco ed affiancate ai papapas 60s. "Debería plantearme cambiar" è più morbida e corale, completamente immersa in un sogno soft pop con controcanto, leggera orchestrazione e melodia sognante, e la cover accelerata di "Viaje a los sueños polares", estratta da un vecchio tributo ai Family, esibisce un pirotecnico finale da Speedy Gonzalez electro. La cosa più spettacolare del CD sono però i due video girati dal filmaker Gonzalo Rodriguez, indispensabile contributo all'epopea La Casa Azul: "Superguay" e "Como Un Fan" immergono i cinque guapos in una dimensione a metà strada tra gli Archies e i Monkees, con tanto di sguardi ammiccanti, inseguimento dei fans e concerto in playback. So bene che una band così è troppo bella per essere vera, ma non fate vincere i dubbi: Mr. Milkyway è un autentico genio pop dei nostri tempi, capace di osare dove gli altri fuggono, e i LCA sono talmente perfetti che ad ogni passo diventano un po' più veri. Prima o poi prenderanno il suo posto.

www.lcaonline.tk



We Are Soldiers We Have Guns
s/t EP
(Stereo Test Kit)
Un sogno Brechtiano e meccanico, pupazzetti a molla con cappello a tuba scattano lungo il pavimento dell'enorme salone da ballo, da una parete all'altra. Non puoi distinguere la figura seduta al pianoforte: esile e bionda, ma troppo lontana. Mentre le note occupano lentamente la stanza come un gas troppo pesante capisci che dovrai aspettare, e anche se la nebbia non ha ancora preso il sopravvento non capisci se la ragazza al pianoforte sta suonando oppure no: adesso sembra ferma. Con tutto quello spazio intorno i pensieri hanno il sopravvento, e ti interroghi sul significato della bellezza mentre osservi la poesia circolare prendere forma nel mezzo della stanza, sulle ali di un violoncello che nessuno sta suonando. E nel sogno in cui nessuno sorride si fa strada un altro sogno, mentre il gas non-esilarante rende la tua testa più leggera e ti trasporta in un altro salone altrettanto enorme, impolverato, i mobili coperti da una tela gialla: una stanza di fantasmi che sussurrano parole senza sillabe, in attesa, On Hold. E poi ti risvegli e i giocattoli riprendono la loro andatura marziale, cozzano l'uno contro l'altro con piccoli scatti metallici, e la persona seduta al piano ti guarda, e la tua domanda trova risposta mentre fissi gli occhi più belli che tu abbia mai visto. E in quel momento sai con assoluta certezza che quando sarai sveglio non potrai raccontarlo a nessuno.

www.wearesoldiers.net


Cyndee Lee Hulko vs Don Agbai
Split 7"
(Vapen & Godis/Dig Your Own Grave)

Split single lo-fi-elettro-pop di non facile comprensione ma nondimento indispensabile per fare l'autostop lungo le strade elettroniche svedesi non ancora invase dalle cabriolet Le Sport. E' una nicchia di elettropop romantico sovrastato da synth Human League, simpatico e impacciato, convinto a ragione che per qualcuno non ci sia differenza tra ballare ed inciampare.
Cyndee Lee Hulko è una giovane casalinga-polistrumentista piacevolmente portata al cazzeggio. La registrazione grossonana e traboccante d'eco tradisce i sintomi dell'improvvisazione, ammucchia strumenti e li presenta in maniera talmente caotica da sembrare casuale, ma non se ne può non apprezzare la simpatia swing e l'intenzione di vestirsi da hippie anche se non va più di moda. Notevole lo sforzo dei synth di tenere tutto insieme, linee di synth acidi e nevicate elettroniche, anche se votato all'inevitabile fallimento.
Don Agbai, tre ragazzini di Goteborg, sono più espliciti come si addice ai maschietti: bene quei synth in apertura che citano Steely Dan nella versione ballabile di "Dream Scenario", ma quando interviene il cantato orribilmente storto è già troppo tardi per rimediare. Zoppicando, la band si risolleva con una doccia di tastiere ed eccessi, drum machine e bassi sequenziati, e quasi quasi ce la fa. "Last Night When I Was Jimmy White" sceglie sin dal titolo di essere più colloquiale, sale sul palco a cantare e lascia via libera alle diavolerie electro, come un remake della colonna sonora di Electric Dreams o un sampler di esperimenti da studio.
Entusiasmo davvero contagioso, in entrambi i casi.

www.vapengodis.com
www.donagbai.tk



The Pipettes
Your Kisses Are Wasted On Me
(Memphis industries)

Diciamolo: lo stillicidio di singoli non si fermerà, non sino a quando il primo sette pollici delle Pipettes andrà a ruba su ebay a 50 sterline, ma si avverte un senso di perdita nell'ascoltare in sequenza mese dopo mese questi brani evoluti dal primo, mitico demo o da concerti rubati in rete e ora registrati professionalmente dalle tre ragazze. Nella fattispecie, "Your Kisses Are Wasted on Me" prova a mettere sul piatto la classica canzone da Pipettes: la canzonatura romantica (lui-la-vuole-ma-lei-ha-di-meglio-da-fare), il tempismo degli incastri vocali, la presenza discreta ma irrinunciabile dei Cassettes là dietro a conferire umanità alle tre adorabili vipere, la cassa spectoriana e quelle inopportune scudisciate di sequencer di cui si fatica a giustificare la presenza. Va tutto bene, sono meravigliose come sempre ma non si può non temere che le Pipettes siano già al punto di dover essere all'altezza dell'ingombrante ombra che proiettano, anche perché i sospetti sul loro conto (pastiche and parody, dicono in UK) rimangono irrisolti. Esattamente il tipo di dubbio esistenziale che un pezzo come "Your Kisses" sembra scritto apposta per spazzare via, al grido di Boy, get out of my face!
Dei tre retri riciclati piace molto la versione acustica e pop-tastica di "Dirty Mind", con splendido chorus Stereolab. E siamo già pronti per il prossimo giro.

www.thepipettes.co.uk



The Radio Dept
The Worst Taste In Music
(Labrador)

Metabolizzata la delusione per la nuova rotta intrapresa con il debole EP "This Past Week", eccoci ad accogliere il nuovo album dei Radio Dept (Pet Grief) con questo singolo avaro di sorprese - solo due pezzi inediti e altrettanti remix - che conferma le scelte recenti della band: è vero che ricompaiono le chitarre ma è il sottotesto elettronico a farla da padrone, tra beat volutamente privi di mordente e un ovattato alone di tastiere. Shoegaze di ritorno annegato negli effetti elettronici dal quale emerge con buona chiarezza il cantato, conserva la proverbiale e immota calma della band ed anche se non può vantare un grammo della forza cinetica di "Lesser Matters" è sufficientemente amichevole da gettare un discreto ponte tra Radio Dept passati e futuri e segnare a tutti gli affetti un nuovo inizio per la band. I due remix a corredo non cambiano la sostanza, ma piacciono i punteggi di tastiere dei Flow Flux Clan - e solo quelli - così come Differnet che rallenta, dilata e spezzetta ogni suono mantenendo intatta la linea vocale. Nella media anche l'altro inedito, "What You Sell", per una volta completamente privo di riverbero: chitarre e batteria emergono cristalline dal mix e la progressione irregolare lo assimila a un pezzo dei primi Prefab Sprout (lo hanno notato tutti, segno che andava usata maggior sottigliezza), giusto una curiosità da b-side.

www.labrador.se/artists/radiodept.php3



Single
Su Recuerdo
(Elefant)

Nel cuore del bosco di archi campionati c'è una casetta con le luci accese, dentro la quale una strega molto più graziosa del lecito prepara una cena al lume di candela. E' "El amor en fuga", tra passato e futuro, tradizione e modernismo. Single - al secolo Teresa Iturrioz degli indimenticati Le Mans - fonde elettronica e acustica prendendo a prestito sia la canzone ("L'amour en fuite", scritta da Alain Souchon e Laurent Voulzy per l'omonimo film di Truffaut), sia gli strumenti, samples da "Triumph" dei Wu-Tang Clan e numerose altre fonti. La qualità cinematica dell'originale si conserva, ma sperduta e senza memoria, come i Superimposers privi di sovrimpressioni psych. L'easy listenting di Teresa è ambientato in un paesino di campagna che si oppone fiero al progresso senza riuscirne a fermarne l'avanzata, e si aggrappa a melodie e tradizioni come quelle di "Llevame a dormir", Rita Calypso in bigodini e ciabatte, musica popolare da domenica mattina quando niente sembra vero e ci si abbandona ancora qualche minuto all'abbraccio delle coperte. E la title-track "Su Recuerdo" è quello che dice di essere: un racconto sotto il portico alle prime ombre della sera infestato dallo spirito della giovinezza, chitarra acustica in loop ipnotico e piano dentro un tunnel temporale; melodia svogliata, riluttante eppure indicibilmente graziosa e dolente. Come un ricordo.

www.elefant.com/en/grupos_bio.php?id=147



The Gentle Touch
s/t
(Songs I Wish)

Non è servito molto tempo a Songs I Wish per acquisire una forse identità d'etichetta: forse non sono proprio queste le canzoni che il boss della label voleva scrivere, ma l'esempio dei Le Sport ha consentito una sorta di pesca a strascico lungo le rotte dell'elettropop revival in terra Svedese: Gentle Touch sono more of the same, ritmi e sospiri usciti da una cameretta dopo una notte passata a tormentarsi, melodie che eruttano lente dai synth e l'approccio indie che timidezza impone. In altre parole, downbeat electropop. Numi tutelari i New Order di "Technique" con tanto di senilità acquisita lungo il percorso. Quattro pezzi che sono fondamentalmente la stessa canzone osservata da diverse angolazioni ritmiche; la migliore è "Fascination" che velocizza la formula e azzecca il tempo giusto, carica il pezzo di malinconico ottimismo e meditazioni in occhialini da intellettuale ottenendo esattamente l'effetto avvolgente che la band cercava. Al resto del disco, soprattutto "Memories" e "Speaking Of Reasonable", servirebbe un'altra dose di quell'aura goth che si limita a scimmiottare sotto una pesante eco, ma il refrain (al singolare, perché nonostante le clonazioni rimane uno) sta in testa senza difficoltà, come un jingle pubblicitario, e con la stessa simpatia acquisita di un pezzo di Jens Lekman. La perfetta immagine della indieelettronica svedese del 2006: comoda, introversa, ostentatamente sensibile, così caratterizzata da essere praticamente un genere a parte.

www.gentletouch.se



Unarmed Enemies
Show Me Your Plans
(Songs I Wish)

Stessa etichetta dei Le Sport anche per questo duo di Stoccolma perfettamente a suo agio nella nicchia retroelettronica di Songs I Wish: "Show me your plans" è una giostra digitale che digerisce e rigurgita alla maniera di un videogame tutte le istanze riciclate in campo indie-electro di questi ultimi tempi: su una canzone pretty e pop in stile Figurine si innestano beats anni 80 fatti opportunamente a pezzi e scimmiottanti pesanti bassline, effetti vocali di sfondo alla Kelly Watch The Stars, echi spaziali e scale di tastiere plasticose, effetti percussivi alla Tears for Fears prima maniera più tutto ciò che il buon gusto imporrebbe di evitare: giovanilismo retro, incosciente quanto magnetico e a suo modo geniale nel far convivere alla grande un simile caos. Unico problema: il make-up elettronico è talmente pesante da nascondere il romanticismo adolescenziale del pezzo, ed ecco allora intervenire i Le Sport (Fredrik è anche produttore del singolo) con un remix che isola e raddoppia la linea vocale e la attornia di beats morbidi in inevitabile crescendo, svelando il cuore di panna della canzone. Giovani e sulla cresta dell'onda, gli Unarmed Enemies hanno il mondo in mano.

unarmedenemies.se



Le Sport
It's Not The End Of The World
(Songs I Wish)

E che dire invece dei Le Sport in persona? Pure loro sul tetto del mondo, stipano "Loveboat" di diluite reminescenze new-wave come se sapessero di avere tutto perdonato a priori. Base di piano da pulizie mattutine, ritmi agiati, una punta di chitarra inacidita, collocano tutto da qualche parte negli anni 80 a ridosso di ABC e Psychedelic Furs. Sta in apertura ma non si tratta del pezzo trainante del disco, specie perchè subito dopo arriva la normalizzazione disco di "It's not the end of the world", romanticheria nostalgica per voci filtrate e tempi da ballo lento con aggiunta di ritmi di plastica alla Eurythmics meets Electronic (la band). A seguire "Euroheart", pirotecnica esibizione di beats da classifica che torna al grande amore del duo - i Pet Shop Boys - con giusto un po' di malinconia aggiunta al vocoder e materializzata in una sottile linea di synth che aggrega lacrime erimpianti inespressi. Ok, loro sono senza vergogna, ma hanno un appeal ben più sornione della media electroclash apprezzata in tempi recenti, un'ottima capacità di assimilare le influenze, quell'ambiguo sapore nuovo-antico che sollecita un certo tipo di nostalgia, e sotto gli strati di plastica scrivono belle canzoni di indiepop tutto svedese. Se proprio non riuscite a farveli piacere, come capita al sottoscritto, riconoscetene almeno le qualità.

www.eurosportmusic.tk



Lucksmiths
A Hiccup In Your Happiness
(Matinée)

Sembrava una scelta strana per un singolo: "A Hiccup In Your Happiness", lo stratagemma letterario che apriva e giustificava "Warmer Corners", viene estratta dal contesto originale dai tre Lucksmiths e riproposta in questo EP che precede l'ennesimo tour mondiale degli Australiani. Ma in fondo si tratta di uno dei pezzi più rappresentativi dell'ultimo album e qui, tutt'altro che sperduta, riassume alla perfezione il taglio colto che la band ha voluto dare all'ultimo album, lasciandosi prendere per mano dalla lenta progressione di archi e fiati e diventando irrinunciabile per emanazione. Il fatto che esca come singolo dimostra casomai quanta confidenza abbiano i Lucksmiths nel fatto di essere i Lucksmiths. Qualità ineguale per i tre pezzi di contorno: un violoncello prestato dai Sodastream accompagna la chitarra acustica nella immota e invernale "From Macaulay Station", l'armonica di "To absent votes" ricorda gli Housemartins al rallentatore, e per quanto valide hanno entrambe il sapore del riempitivo. E allora ci pensa Tali White con una delle gemme che partorisce sempre più spesso: la leggero "Rue Something", risuonante di chitarre e citazioni Marriane ingentilite dall'inconfondibile tocco Lucksmiths; rotonda, armonica e con quel senso di pacata malinconia che è il vero marchio di fabbrica della band, e che raffigura qui un'amicizia perduta. Col passare del tempo, entrare nel mondo dei Lucksmiths (che è altra cosa dall'ascoltarli e basta) diventa cosa sempre più esclusiva e gratificante.

www.thelucksmiths.com.au



Belle and Sebastian
The BLues Are Still Blue
(Rough Trade)

Tutto quel cianciare di Marc Bolan a proposito dell'ultimo Belle & Sebastian si riduceva essenzialmente alle forme boogie/glam con abbondante contorno di melassa di "The Blues Are Still Blue", canzone d'amore in lavanderia scelta come secondo singolo dall'album. Divertente e divertita, un po' cafona sinanche nell'impostazione vocale, ebbra di cori in controcanto e percussioni vivaci con giusto un'oncia di tastiere penalizzate dal mix, rimane nondimento una scelta debole a causa del precoce invecchiamento a cui sarà inevitabilmente sottoposta dai troppi ascolti. A noi però interessa di più il corredo, tutto all'insegna del disimpegno, ovvero del nuovo verbo di Murdoch & C.: il poppettino affilato e superveloce di "The Life Pursuit" sembra addirittura un pezzo two-tone, con bassline a rotta di collo e tastierine sottili, poi prende la via dell'europop ritmato, dondolante e un po' ruffiano secondo copione, cantato svenevole a due voci e in levare, e tanto basta. Stessa solfa, con aggiunta di una ragionevole chitarrina funky, per "Mr Richard", cantata con accento giamaicano e un frenetico piglio rockeggiante. A convincere di più ci pensa il dolceamaro traditional irlandese "Whiskey In The Jar" che rigetta gli eccessi recenti e nonostante una registrazione provvisoria è premurosa e attenta come nostalgia impone.

www.belleandsebastian.co.uk



The Horror The Horror
I Blame The Sun
(Tapete)

Hanno scelto una strada alternativa i The Horror The Horror, nati ad Uppsala e regolari frequentatori della scena di Stoccolma: con un album d'esordio pubblicato dall'etichetta tedesca Tapete, fanno sfracelli in Germania ed Austria prima di provare l'assalto al mercato UK, impresa che non dovrebbe essere difficile per angofili incalliti come loro. "I Blame The Sun" è indierock dalle numerose sfaccettature, con taglio drammatico e obliquo che procede a velocità dimezzata rispetto alle corrispondenti istanze d'albione, come gli Arctic Monkeys sotto barbiturici; programmato per accendersi sulle accelerazioni di chitarra è costruito in stanze disgiunte, frastagliate e irregolari, tagliato in due da un break vocale in falsetto, ma il refrain è sufficientemente compatto da tenere tutto insieme. Mostra più regolarità "Lack Of Talent", serie ininterrotta di riffs a scandire i tempi della voce affiancata da un drumming sorprendentemente pop, mentre del demo finale di "I Lost My Girl To Alcohol" si apprezza la vivacità e il bel muro di chitarre alla Television. Giovane rockband con interessanti spunti melodici, mediamente aggressiva e con grande enfasi sulle trame chitarristiche, i The Horror, The Horror rileggono l'indierock anni 90 con buona capacità di sintesi e appaiono naturalmente portati tanto all'orecchiabilità quanto al gigantismo. Se non scadono nel kitsch, potrebbe essere una buona cosa.

www.thehorrorthehorror.se

Salvatore