Love Is All
Felt Tip 7"
(Smashing Time)
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"We
want your love, we want letters" è la richiesta dei
Love is All sulla copertina di questo nuovo singolo (dovrebbe
essere il terzo, ma la numerazione è incerta) che li proietta
definitivamente al di là dei fenomeni di genere. Tre i
numeri: "Felt Tip", meravigliosa reiterazione di new-wave
poppizzata con contrappunto di tastiere, voce ricca di
echi e basso sostenuto che iniziano a ballare dopo il
primo minuto. "Talk talk talk talk", pura anarchia rock
and roll classe 1978, ritmica furiosa e irregolare ulteriormente
destabilizzata da un sassofono uscito dritto dall'esordio
degli X-Ray Spex. "Busy Doing Nothing", rutilante e caotico
lo-fi funk con batteria a valanga, le voci che si appoggiano
alla base ritmica, urlano ai confini del mix e si concentrano
in esplosioni di puro entusiasmo.
Indiepop di frontiera come gli Altered Images a un festival
punk, alternativa possibile alla danceability funk-punk
che passa il convento nel 2005 (tipo i Rapture, per chi
si accontenta), i Love is All sono i soli a poter estrarre
un singolo talmente immediato da una simile miscela di
suoni aspri e crudi, nell'essere così favolosamente dinamici
pur facendo un uso pressoché nullo delle chitarre. Superati
nello slancio anche i Bearsuit, rispetto ai quali mostrano
ambizioni art-pop di ben altro spessore, la musica della
band svedese ha oggi un irresistibile afflato ribelle
che travolge tutto, cuteness compresa, e che pare fatto
su misura per conquistare l'inghilterra. Chi ha ancora
qualche dubbio sull'inevitabile futura grandeur dei Love
Is All può farsi da parte.
E spedite quelle lettere.
www.loveisall.tk |
Sambassadeur
Between The Lines
(Labrador)
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Pur
avendo nella stagionalità invernale il suo tema portante,
l'esordio dei Sambassadeur è perfettamente godibile
anche con il primo vero sole dell'anno; perché se la
band di Goteborg canta il (dal) freddo, le sue canzoni
recano la promessa della primavera.
Identificabile quasi totalmente nella sua title-track,
questo "Between the Lines" è esiziale tweepop da cartolina
incoraggiato dalla sottile grazia della chitarra e della
triade battimani-tamburello-cori ma respinto dalle note
di ghiaccio della voce rigorosa quanto esile di Anna
Persson. Splendida manifestazione di un'identità non
ancora del tutto formata, brillante di una bellezza
acerba e promettente, è un pezzo che restituisce definitivo
splendore a casa Labrador, tornata ad essere il rifugio
prediletto dalle giovani leve svedesi.
Tanta candida perfezione relega ai margini la rimanenza
dell'EP, separata da strati di riverbero, timidezze
ed indecisioni: lo-fi pop fuori chiave abbarbicato a
pallidi bagliori sintetici, la zoppicante vocalità di
Daniel Permbo, la stasi invernale osservata dai vetri
di una finestra, e quella sorta di omaggio ai Radio
Dept che è "Can You See Me", shoegaze artificiale sciolto
al fuoco di un caminetto, un pretesto per mostrare muscoli
in piena forma tra i sibili delle chitarre.
Titolari di un'ispirazione obliqua, che l'involucro
pop sarà in grado di contenere una volta uscita dal
bozzolo, i Sambassadeur hanno i numeri per evolvere
in una felice anomalia al pari dei Concretes. Esattamente
l'esordio-pieno-di-promesse di cui avevamo bisogno.
www.sambassadeur.com
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The Happy Couple
Fools in Love
(Matinèe)
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Se
vi state chiedendo come mai Tom e JaneHoney abbiano
deciso di traslocare dalla loro magnifica etichetta
Felicité sino a Santa Barbara (oltre che per guadagnare
visibilità) non avete che da ascoltare i primi dieci
secondi di "Another Sunny Day". Puro Heavenly-sound
in transizione indolore dal suono stagionale del precedente
EP, forse frutto di un piccolo calcolo ma dal risultato
strabiliante. D'altra parte "Fools in love" è un dischetto
bello e leggero come si addice alla primavera, pieno
di quel passato che già la Happy Couple omaggia a casa
propria.
Dicevamo: l'impeccabile sunshine-pop dell'opener
è arricchito dalla deliziosa cantilena di Jane e da
un ritmo che lo avvicina ad una bossa accelerata, con
la chitarra a velocità frenetica e archi sintetici che
introducono il refrain. E può anche darsi che sia un
compitino, ma da 8 e mezzo.
Stesse valutazioni per "Hopeless case", che sboccia
in un ritornello corale mentre le chitarre si elettrizzano
come nel flowerpop c86, e per "The pop kid" (classica
storia di adolescente-innamorata-di-popstar) che completa
l'inseguimento a doppia velocità con fuzz di zucchero,
basso frenetico in ripetizione e una fragilità nella
voce che commuoveranno chi porta ancora nel cuore i
Talulah Gosh. Solo alla fine di tutto, pagato il dovuto
ai modelli, la Coppia Felice si adagia sul velluto di
"Don't call it", in diretta relazione con l'easy tempo
dei decenni 60/70 che tanta fortuna ha trovato in Germania:
elegante, sopita, calda. Matinèe non poteva regalarci
un inizio di stagione migliore.
www.happycouple.de
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Math and Physics Club
Weekends Away
(Matinèe) |
Fossimo
riusciti a catturare in una formuletta tutto ciò che
amiamo dei Lucksmiths potremmo ripeterlo senza variazioni
per i Math and Physics Club di Seattle, ultimi e già
celebri arrivati in casa Matinèe: identiche le forme
musicali basate su melodie di accordi cristallini e
sulla febbrile attività del basso, i testi trattati
per immagini forti e la loro funzionalità alla metrica,
la sottile penetrazione degli archi nel tessuto dei
brani, l'ottimismo che sprizza anche dalle loro canzoni
più malinconiche. Indiepop di fattura pregiata che bilancia
alla perfezione aspro e dolce sin dalla title-track,
esercizio saltellante per chitarre jangly e voci
sovrapposte che potrebbe essere la loro "Midweek Midmorning",
attraversa una ballad di esplicite ma lontane nostalgie
adolescenziali come "Sixteen and Pretty", con la sofferenza
un po' esitante del cantato acuita dall'intervento drammatizzante
di un violino, e trova infine il suo posto nella morbida
introspezione di "Love, Again" che ruzzola lungo strade
di campagna contrapponendo qualche furberia di chitarra
ad una universale dichiarazione d'amore che vale come
un manifesto d'identità. Tutto perfetto, in maniera
persino eccessiva: se qualcosa manca a "Weekends Away"
è la voglia di soprendere che siamo portati ad aspettarci
dalle nuove band, rimpiazzata da un caldo senso della
tradizione e da una chiarezza d'intenti già adulta.
Questo è pop nato col cardigan: ci sarà spazio per crescere?
www.mathandphysicsclub.com
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The Lovekevins
Blame the English
(Autoprodotto)
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Ma
quante ce ne sono? Non finiscono più! Microband svedesi,
intendo. Questi due Lovekevins si mettono in coda e
dietro di loro, nel mentre scriviamo, qualcun altro
avrà già preso posto. Le canoniche quattro tracce più
eterogenee non potrebbero essere: si va dalle buone
letture sciorinate nella titletrack (Sondre Lerche,
Jens Lekman, un'intro vagamente tardo-bluriana e cori
in falsetto mutuati dal Brian Wilson di sempre), che
lungi dal maledire gli inglesi rende loro omaggio, al
pastiche bello e sebastiano di 'Happy happy', tromba
in evidenza e percussioni 'umane'. Al contrario lascia
perplessi 'Stop being perfect': quando al pop togli
la cantabilità, l'hook e la capacità di farsi ricordare,
cosa resta? In definitiva un progetto ben disegnato
("you're gorgeous and you know") quanto vagabondo e
soprattutto poco personale, un limite che le due voci
e chitarre di Malmoe risolveranno crescendo. Musicalmente,
si intende: il loro primo concerto data appena un mese
fa.[E]
lovekevins.laparole.se
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Aberdeen
Florida
(Tremolo Arm Users Club) |
Dopo
un album non eccelso vecchio ormai di due anni gli immarcescibili
Aberdeen tornano con un singolo che di florido ha soltanto
il nome. Evaporato il fragile emotivo di "The Boy Has
Gone Away", che aveva autorizzato incessante ottimismo
per i passi futuri del trio, "Florida" si dedica a un
suono più cupo e concreto, che torna a frequentare la
labile zona di confine fra goth e pop scoperta alla
metà degli anni 80 e se non rinuncia in toto al dono
melodico degli Aberdeen fa del suo meglio per nasconderlo
sotto un sound compresso e poco incline alla gentilezza.
Ne consegue che la partecipazione attiva di Beth, la
quale avrebbe donato eccessivo ottimismo a un simile
make-up, è limitata a un solo brano su tre, e che una
triste impronta neoromantica domini sulla scialba title-track
gettando una spiacevole ombra sul disco, con il lavoro
alle tastiere di Ian Catt (Field Mice, anche produttore)
a offrire esattamente quel tocco di indesiderata claustrofobia
al tutto. Meglio "Late Bloomr", che si concede un po'
di luce consentendo gli interventi in sopracanto di
Beth e mostrando improvvisa direzione pop, e che resta
il brano più compreso nella parte e meglio adattabile
agli Aberdeen che conosciamo. Anche "Kyoto Death Song",
unica canzone concessa alla voce femminile, mantiene
un inusuale distacco, freddo esercizio popelettronico
percorso da tremiti ed echi, come una versione diluita
e fuori tempo dei Cocteau Twins, e manca anch'essa di
direzione. Ad Aberdeen dev'essere stagione di nebbia.
www.thestateofaberdeen.com |
Happy Go Lucky
The Pet Rescue
(Best Kept Secret) |
Nuovo
lavoro per Happy Go Lucky, al secolo lo svedese Jan Lundgren
in compagnia di sei corde e una drum machine; raccolta
di registrazioni collaterali - ma presumibilmente anteriori
- all'EP "Trip & Fall" recensito la scorsa estate, con
il quale condivide un pezzo ("Going Out") e l'impostazione
all'insegna di un folk acustico trasfigurato in chiave
pop e percorso da leggere perturbazioni di elettronica
casalinga, "The Pet Rescue" non è tuttavia avaro di sorprese.
La matrice homemade non traspare dall'estrema pulizia
di un suono alla costante ricerca di equilibrio armonico
e capace di trarre il meglio dai pochi strumenti a disposizione,
ma quando questa perfezione formale viene meno Lundgren
si libera dai rischi di monotonia insiti nell'operazione
ed offre il meglio di se'. Lo squarcio è offerto dalla
claudicante "Storee", che con la voce stonata alla ricerca
di un difficile falsetto e la chitarra che si elettrifica
pur rimanendo alle soglie dell'udibile, introduce i due
brani migliori del lotto: "Undone", pur mostrando più
che altrove le radici dell'immaginario country di HgL,
rimane in incantevole equilibrio fra revival folk e pop
music, più fragile che nostalgica, e la conclusiva "How
Far" è un piccolo gioiello etereo, la cui delicata matrice
acustica ospita derive proto-psichedeliche in perenne
attesa dei vocalizzi di Lundgren, con le tastiere a sibilare
all'interno di cerchi invisibili. E' colonna sonora di
una favola agreste, non certo imprevedibile, ma con la
stessa capacità di fondere malinconia senza scampo e leggiadria
pop di Elliot Smith, al quale l'Ep è dedicato.
www.happygoluckypop.com |
Handsome Train
This Engine Should Do
(Popkonst) |
Lasciati
tempo fa sulle note di un singolo ("pop")
a suo modo profetico nell'annunciare le ambizioni della
fiorente scena svedese, gli Handsome Train tornano in
sordina con questo CDR per l'etichetta-mailorder Popkonst,
che ne riconferma le notevoli doti compositive e l'approccio
tradizionale alla materia: la drammatizzazione delle liriche
si unisce a forme melodiche di stampo classico, sostenute
da una divina capacità di trarre il massimo dagli strumenti
a disposizione. Ne consegue che "You Might Not Believe
Me" è baciata da una illogica leggerezza arrangiata per
chitarra e piano, sollevata ad altezze impossibili dal
flauto di Sara e altera e perfetta a dispetto delle talvolta
eccessive elaborazioni vocali di Marten. All'altra estremità
del CD e dello spettro emotivo del gruppo sta la ballad
"When I work I Cry", inafferrabile apologia dell'ozio
(o del lavoro, non è affatto chiaro) assolutamente meravigliosa
nel costruire il refrain con sovrapposizioni di voci su
scarni accordi di piano, prima che intervenga la melodica
ad immalinconire il tutto. Nel mezzo due brevi fillers,
con quello scritto dalla flautista Sara - la vaporosa
"Watching The Sky" - a fare un po' la figura dei pezzi
di Isobel Campbell in mezzo agli album dei Belle & Sebastian.
E anche se faticano a trovare un'etichetta, gli Handsome
Train si confermano tra i più capaci della nuova ondata
svedese.
www.handsometrain.com |
The Cuban Heels
She's On Fire
(Sugar Shack)
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Quintetto
di pura energia classic brit (nella tradizione di Small
Faces, Kinks, Supergrass) che sgorga da Bristol con
una potente freschezza, forse un po' soffocata in questo
pur delizioso singolo: produzione pulitina e tempi rallentati
rispetto alle versioni live, che invece lasciano letteralmente
senza fiato. Carta vincente di questi giovanissimi,
con un leader dalla voce niente male e dalla presenza
di un Drake in anfetamina, e' l'attenzione alla costruzione
ritmica e alle melodie mai troppo dirette, che pero'
entrano immediatamente nella zucca. "She's on Fire"
e' puro Kinks, o immaginate i Franz Ferdinand senza
la plastica '80 e la disco '70, ed e' il brano apparentemente
piu' ambizioso, che invece risulta essere il piu' debole.
"Dojo Lane" parte ricordando pericolosamente i Gallagher,
poi arriva una specie di citazione di Blondie e il brano
prende un piglio proto-wave che lo innalza. Ma e' l'ultima
traccia a vincere la partita, "Garden Song", piu' folksy
(=acustica) e ancora kinksiana, coretti e uccellini
nel giardino ma ancora energica, con quella cassa che
dietro non smette di battere. Dategli un produttore
che ne sappia davvero di musica e questo puo' diventare
un piccolo giardino delle delizie. [D]
www.thecubanheels.com
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Piano Magic
Opencast Heart
(Important)
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Glen
Johnson avverte sin dalla copertina che questo "Opencast
heart" è la cosa più smaccatamente
elettronica che abbia mai realizzato. E di fatto, musicalmente,
a parte rumorini, stridii elettrici, suoni di tempo
marcito questo ep non ospita, se non quel minimo di
lente percussioni e smarrite note di piano elettrico
che servono a mantenere questa produzione nell'alveo
di riconoscibilità della musica. Poi solo voci,
la sua e quella di Angele David-Guillous; compenetrate,
tristi e alo stesso tempo distanti, indifferenti. Disco
davvero spoglio, mantiene il fascino (e la mutevolezza)
dei PM a livello d'intento, che non sempre - e qui è
il caso - riesce ad essere ugualmente gratificante all'ascolto.
Se vi barcamenate con l'inglese, e siete tipi facilmente
inclini al fascino del lato glaciale della psiche, non
troverete remore a sentirvi a casa fra le pieghe delle
storie di Glen. Ma se cercate nella musica appena di
più che un vago pretesto per utilizzare suggestioni
narrative, state piuttosto lontani. Al solito: se amate
i PM non avrete motivi per smettere di farlo. Altrimenti
forse è meglio che facciate un passo indietro
e proviate a partire dall'ultimo bel lp "The troubled
sleep of".[A]
www.piano-magic.co.uk
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Polar
Bite Your Nails
(autoprodotto)
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Non
hanno ancora varcato i confini nazionali gli irlandesi
Polar, tipica espressione del pop/rock di metà decennio,
ma è solo questione di tempo: "Bite your nails" è un
belligerante esercizio rock con alternanza di luci ed
ombre, lenti spazi melodici squarciati dalla furia standard
di improvvisi accessi di chitarra, e ha ha tutti i numeri
per esercitare il giusto appeal in ambito mainstream;
è piaciona, tormentata quanto basta, nasconde con furbizia
un'accessibilità immediata e va incontro ai fans di
U2 e Radiohead senza troppa fatica e con la giusta dose
di credibilità indie. Per quel che ci riguarda conquistare
un appassionato indiepop è cosa che richiede ben altro
che una confusa manifestazione di sentimenti discordanti,
e la B-side "The shortest route to happiness is a straight
line" sembra accogliere la richiesta, affidando l'intro
a chitarra e campanelli e a un tempo di basso/batteria
che cresce con costanza inesorabile; quello che si dice
saper creare un'atmosfera. Sembra, perchè poi la voce
indugia su toni drammatici (in alcuni punti è scorticata
sin quasi alla stonatura) costruendo una tensione lasciata
senza culmine per incuria. Segue confuso e rumoroso
crescendo drammatico. Segue dimenticanza. Consigliato
ai fans dei Coldplay in cerca di emozioni forti.
Completa l'opera video della title track con riprese
cinetiche in ascensore. Ma non è Jens Lekman.
www.polarofficial.com
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(the sounds of) Kaleidoscope
Can and Do What They Will
(Foxyboy)
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Sia
fatta gloria a Damien Taylor, leader di questa oscura
band di Washington DC, per quell'incipit tra parentesi
che ci evita la fatica di dover aggiungere altri Kaleidoscope
alla già voluminosa storia del rock. E' sì che i ragazzi
ne avrebbero avuto pieno titolo, in virtù di un suono
in costante movimento fra blues, psichedelia e derive
elettriche, in spirali che partono lente per puntare poi
dritte al sistema nervoso, come in "My Electric System",
vorticoso esempio di neo-psych graffiante e incisivo.
Insieme all'indolente cadenza floreale di "Sun Set" (i
Sunshine Fix che incontrano i Bees) è l'unico pezzo che
giustifica la presenza di questa band di fricchettoni
in casa Foxyboy. Perché i (The Sounds of) Kaleidoscope
parlano un linguaggio inequivocabilmente rock, e nel resto
del programma non risparmiano pesanti citazioni alle radici
blues ("Oceans of Sand"), rimediando alle inevitabili
contaminazioni moderne con minuti e minuti di improvvisazione
selvaggia, mentre la conclusiva "Noiseeeeeeee" è proprio
ciò che dice di essere, e usa ogni strumento (e non-strumento)
a portata di mano per dimostrarlo. Meglio dell'album -
di imminente pubblicazione - che è folle ai limiti del
plausibile. In poche parole: un dannato trip.
www.thesoundsofkaleidoscope.com
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Salvatore,
Alessandro, Davide, Enrico
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