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Fiery Furnaces
The Fiery Furnaces
Tropical Ice-Land CDs
(Rough Trade)
Non dovrebbero esistere ragioni valide per bramare questo singolo dei Fiery Furnaces, che ripropone due tra i migliori episodi dell'ottimo "Gallowsbird's Beak". In realtà di queste due canzoni non si può proprio fare a meno, dato che il duo di Chicago/New York ne propone versioni sostanzialmente stravolte rispetto a quelle già edite, ottenendone miglioramenti imprevedibili ed entusiasmanti: "Tropical Ice-Land" abbandona il feeling acustico in favore di un divertentissimo e ondeggiante caos chitarristico-percussivo-rumorista che la rende il più improbabile degli hits da classifica e perfetto accompagnamento per la primavera incombente: Eleanor asseconda il nuovo look con una esecuzione a dir poco impetuosa e rende il refrain una di quelle cose da urlo obbligatorio ("Tropical Icy-Icy-Land!"); splendide, lei e la canzone. Meno drammatica ma comunque preziosa la trasformazione di "We Got Back The Plague", divertito minuetto pop da camera che ne accentua lo squisito aspetto scanzonato. Se c'era bisogno di verificare lo stato di salute dei fratelli Friedberger dopo i fasti dell'album e il tour europeo, ora sappiamo che stanno benissimo, ed anzi migliorano con il passar del tempo.

www.thefieryfurnaces.com


Decemberists
The Tain EP
(Acuarela)

I Decemberists! - vien da gridarlo - sono una grandissima band. L'ho pensato all'inizio (Castaways and Cutouts), ho preso un po' di tempo per riflettere (Her Majesty), in ultimo ho abbandonato le resistenze: "The Tain", cluster di 18 minuti e 5 canzoni senza scattino sul display è la conferma delle loro grandi qualità, con l'essenziale aggiunta della capacità (non molto diffusa in ambito indiepop, invero) di sapersi rinnovare senza pacchianate né snaturamenti. Cos'è questo proto-metal vagamente darkizzato (diciamo Black Sabbath?) che marchia a fuoco le prime due tracce (I e II, per i precisi) dipanandosi fra articolazioni di riff di chitarra e d'organazzo sontuoso? E' Decemberist, alla quintessenza, con le sue storie (qui siamo alle prese con un mito celtico), le sue impennate, la sua classicità. La terza traccia (III ;-) è quiete post tempesta, chitarra desolata, coretti di malinconia, pochi orpelli e tutti giusti; la quarta (IV) riesuma l'amata fisarmonica in un canto di mitteleuropea mestizia, ed in ultimo si chiude bottega circolarmente con il boato hard di (V), che contrappunta pause mai come adesso piene, tonde, strutturali. Comprate gente, comprate; soprattutto in versione vinile, che vi portate a casa (sulla facciata B) il primo EP decemberista, non su questi livelli, ma grandi prodromi a un grande EP subito testimoniante. In più, se posso sbilanciarmi ancora un po', c'è margine di crescita. [A]

www.decemberists.com



Pipas
Bitter Club EP
(Matinée)

Davvero difficile non lasciarsi conquistare dai Pipas, mai prolifici come in questo periodo: l'EP targato Matinée che abbiamo fra le mani è il pretesto per sviscerare la loro vena elettronica, che esattamente come quella acustica non può prescindere dalla tristezza sviscerata dalle melodie di Mark e dalla magnifica voce di Lupe. Sei pezzi, uno dei quali già parzialmente edito (un remix di South, da "Golden Square"), e tutti immancabilmente attraenti, sia quando Mark prende il microfono per lamentarsi di e-mails mai ricevute ("Bitter Club") sia quando la sua compagna sussurra alla pioggia su un sostrato di beatbox e chitarre ("Mental"). "Minilife" è solo un breve bozzetto narrativo che a dispetto di un'apparenza vagamente ossessiva è colmo di inedita urgenza, e "Sixten", esposta a mò di racconto su beats molto più sostenuti della media, ha lo sguardo perso oltre l'orizzonte. Il meglio però è offerto da "Jean C", piccola e sconsolata storia d'amore all'ombra dei musei d'arte, tanto semplice quanto sublime come da tradizione Pipasiana. E' probabile che non si ascolterà mai in discoteca, ma "Bitter Club" è come un gatto soriano: pigro e bellissimo.

www.plumasbouncer.com/llc



John Wayne Shot Me
Let Sleeping Monsters Sleep
(62TV Records)

I John Wayne Shot Me sono tre ragazzi e una ragazza da Ammerzoden, piccola e oziosa città Olandese, che dietro al nome curioso nascondono una bella attitudine per vivace guitar-pop segnato da scanalature elettroniche (qualcuno li ricorderà per una fugace apparizione su Homesleep). La title track di questo EP è un numero di semplice bellezza, movimentato ed orecchiabile: la chitarra elettrica tiene a battesimo un tempo allegro, il cui refrain è segnato da una corposa linea di tastiera; niente di davvero speciale ma per qualche ragione si fissa nella memoria, forse per merito di un cantato molto verboso ed entusiasta. Ma questo EP è prezioso soprattutto per i sei pezzi che lo accompagnano, e cioè sei cover di diversissima estrazione: si passa dalle Destiny's Child ("Survivor", un'ossessione per molti indiepoppers, a quanto pare) ai Napalm Death ("Common Enemy") con la massima disinvoltura, e - quel che più conta - con una ottima capacità di appropriazione, tanto che non dubiterete nemmeno per un minuto che la "Funeral Home" qui presente non sia sempre stato un pezzo dei John Wayne (e invece era di Robert Johnson). A parte "Survivor", che come tutti gli hit perfetti non è umanamente migliorabile, il resto è davvero ben riuscito, con menzione speciale per "I'm a Little Dinosaur" dei Modern Lovers, che la band olandese tenerizza ulteriormente superando se' stessa. Per ora gli JWSM sono bravi e spiritosi, aspettiamo l'album a maggio (con la partecipazione di Kimya Dawson dei Moldy Peaches) per dire di più.

www.johnwayneshotme.nl



My Teenage Stride
I'm Sorry
(Becalmed)
Dietro al passeggiatorio moniker si nasconde Jedediah Smith, polistrumentista e compositore che mette a frutto in questo EP d'esordio per la piccola Becalmed (dalla quale attendiamo ancora l'album dei Soft Set) il suo multiforme talento. Inutile cercare nei cinque pezzi di questo vinile un minimo comune denominatore più elaborato della fascinazione per i suoni di un'epoca lontana: si passa dalla teatralità anni 50 dei cantanti confidenziali della title-track al magnifico garage meets XTC di "Hamburg", probabilmente dedicato ai Fab Four del periodo tedesco e che sciorina melodie da applausi, doppiato dalla allegra elettronica sixties di "Cover Up Your Eyes" e dal purissimo e sporco surf-rock di "Dance to The Skeleton Hand", tutto suonato con un entusiasmo contagioso e un po' sconcertante. Da qualche parte tra gli Aislers Set più citazionisti e una garage band di Nuggets, la musica di My Teenage Stride conquista in virtù di una stupefacente immediatezza, specie considerando la scarsità di mezzi a disposizione (non sempre un male, dato che nella fattispecie ottiene il risultato di accentuare il feeling retrò dei pezzi). Musicofilo onnivoro, Smith riesce a concludere in poco più di dieci minuti molto più di quanto facciano tante band in un album intero. Bella anche la copertina, un premio a chi ci sa dire da che film è estrapolata.

www.banazan.com/mts


The Cribs
You Were Always The One
(Wichita)

Di solito non cado in trappole simili: i Cribs sono l'ennesima clonazione inglese degli Strokes, con un feeling appena più pop della band newyorchese e uno spessore non dissimile dai vari Libertines che si sono alternati sulla scena UK in questi ultimi due anni. Se però il loro album d'esordio è ancora tutto da valutare, questa "You Were Always The One" è davvero un singolo superbo, per quell'indescrivibile nostalgia espressa dai suoi due minuti e mezzo, una insospettabile fragilità che è tutta patrimonio dell'indiepop, che si insinua tra le chitarre e si abbarbica al vocione cantante. La canzone in se' è talmente semplice, il testo ingenuo da antologia: c'è uno che contro ogni evidenza giura eterno amore alla sua prima ragazza: "anche se mi vedi in giro con qualcun'altra, tu resti sempre l'unica". E c'è una nota di tale amara constatazione nella voce, tanta semplice perfezione nella melodia di chitarra che accompagna il refrain che viene quasi voglia di crederci. Il retro è una confusissima jam garage-punk che va giusto bene come B-side, sperando che a nessuno venga in mente di ascoltarlo. Qualcuno dica a questi signori che con i CDs non c'è bisogno di girare il disco.

www.thecribs.com



Tribeca
Solitude
(Labrador)

Come da tradizione, Labrador annuncia i due album primaverili con altrettanti singoli: il primo è dei Tribeca di Lasse Lindh, che dai tempi del debole "You wake up at sea tac" ha fatto parecchia strada. Lo dimostra la title-track, ottimo esercizio di electro-pop birichino perfetto per l'airplay radiofonico: scorre veloce e brillante tra fugaci inserti d'epoca su un cantato a mezza voce e si può tranquillamente definire un centro. Identico registro per "Sleeping Monster", un po' Depeche Mode e un po' no, mediamente meno accessibile ma non per questo molto più seria, mentre "Minus Man" tiene al guinzaglio le tastiere e sfodera una melodia di malinconica bellezza sporcata da effetti di microfono che si accontenta di lasciare intravedere grandi cose senza preoccpuarsi di realizzarle; ma è giusto così, dopotutto è una B-side. Nel complesso solo dieci minuti, ma fatti bene: il prossimo "Dragon Down", che mentre leggete dovrebbe già essere in circolazione, si annuncia interessante.

www.labrador.se/artists/tribeca.php3



Laurel Music
Dreams and Lies
(Labrador)

Secondi in lista d'attesa sono i Laurel Music, ovvero Tobias Isaksson e la cantante dei Douglas Heart Malin Dahlberg, dediti ad una forma intimista ed ingenua di country-pop tutto sommato piuttosto convenzionale. Il che non spiega perché i tre brevissimi pezzi di questo EP siano così belli: forse perché a differenza dei tanti che si cimentano con la materia i Laurel Music non si contentano di scimmiottare i colleghi d'oltreoceano ma offrono una interpretazione del soggetto filtrata dalla sensibilità pop e dai chiaroscuri scandinavi. Ne escono tre pezzi discreti e belli senza strafare: raccolta e magica "Dreams and Lies", che è come sentire un pezzo di Merle Haggard cantato dai Free Loan Investments, "Foolish" resta a mezza luce e se non fosse per la voce fuori contesto di Malin (che a me ricorda tanto - eresia! - quella della one hit wonder Emilia: la ricordate "Big Big World"?) parrebbe estratta dal manuale del perfetto country-rocker, e "Stolen Love" ambisce ad essere un veloce numero da saloon ma è decisamente troppo fragile per riuscirci, e non è un male. Resto dubbioso sulla riuscita di simili leggerissimi pezzi sulla durata di un intero album, ma nel breve spazio di tre canzoni e sette minuti i Laurel Music sono adorabili.

www.labrador.se/artists/laurelmusic.php3



The Busy Band
A Voice Like Yours EP
(Dashboard)

Il binomio Amanda Aldervall (Free Loan Investments) e Samuel Petersson (The State of Samuel), collettivamente noto come Busy Band, continua ad eludere (e un po' a deludere) le aspettative: anche in questo secondo EP del duo c'è ben poco delle delicate canzoncine da pioggia in primavera che ci si aspetterebbe da due indiepopstars del loro livello, e tanto di quello che una volta si chiamava "shambling pop": musica allegra e sghemba, suonata senza grande attenzione per note ed armonie, come dei Sea Urchins senza elettricità. Gli stessi effetti sui microfoni sembrano studiati ad arte per disinnescare la carica da bambina sexy della voce di Amanda, che qui risuona come un'eco distante e ancor più sottile del solito. Anche con tutti i distinguo del caso rimane un po' di rimpianto di fronte ad (altri) quattro pezzi di pop rapido e confuso per nulla desiderosi di venire al dunque, con la chitarra acustica di Samuel sempre in primo piano ed una occupazione pressoché totale degli spazi a disposizione. E così scivolano via senza attecchire, nonostante in "Beneath The Brits" si ritrovi qualche eco Sarah e gli accordi che introducono "The Keys" suggeriscano un giardino di delizie che ahimè, rimane chiuso a chiave.

www.dashrec.com



Blonde Redhead
Elephant Woman CDs
(4AD)

Di "Elephant Woman" e della sua sublime tristezza parliamo questo stesso mese nella recensione di "Misery is a Butterfly". La versione inclusa su questo CD singolo è la medesima presente sull'album, quindi l'impressione che i suoni siano più nitidi, l'orchestrazione più maestosa e il basso di Skuli Sverisson (già con Jim Black) più pulsante è, per l'appunto, solo un'impressione. Ma la canzone resta tra le cose migliori del terzetto . A contorno, una wicked version di "Misery" che, questa sì, accentua la sezione ritmica e affila i contenuti orchestrali, ma senza che quasi ce ne si accorga. Unico inedito del disco, ed eventuale sprone all'acquisto, è la conclusiva "Tons Confession", pezzo estremamente melodico per tastierine distorte con il falsetto di Amedeo che si fa più sottile che mai. Tenero e molto bello, gioca sul filo della fragilità, sembra sempre sul punto di spezzarsi e invece procede verso il suo silente destino. Non è per nulla inferiore al materiale dell'album e anzi ne costituisce degnissimo contorno: fossi in voi un pensierino ce lo farei.

www.4ad.com/artists/blonderedhead



Delays
Long Time Coming DVD
(Rough Trade)

Abbiamo atteso sin troppo per parlare dei Delays, una delle più significative promesse di casa Rough Trade. Ed è un peccato che l'occasione sia arrivata con la versione in DVD singolo di "Long Time Coming", che del quartetto di Southampton non è certo il pezzo più riuscito. Prova a sfruttare la scia di "Hey Girl" (che a sua volta prendeva quasi tutto in prestito dai La's e quindi andava via sull'olio) senza averne la freschezza e l'immediatezza, risultando stanca, prolissa e anche parecchio pomposa, difetto nel quale i Delays rischiano di cadere con una certa frequenza se non registrano le componenti più forzate del loro suono. E non si può dire che i due pezzi a corredo del DVD recuperino terreno: "Hand Me Downs" è una ballata quieta e sin troppo anonima, e anche il pop/rock di "Swallowing The Silence" passa senza lasciare traccia. Dovrete quindi crederci sulla parola se vi diciamo che nonostante questo scivolone il prossimo album dei Delays ("Faded Seaside Glamour" in uscita a inizio aprile) si annuncia molto interessante. Miglioramenti sono alle viste già con il prossimo singolo "Nearer Then Heaven", che torna a frequentare i terreni cari a Lee Mavers con buoni risultati.

www.thedelays.co.uk



Tiger Lou
Oh Horatio
(Startracks)

Singer/songwriter svedese di belle speranze, Tiger Lou - al secolo Rasmus Kellerman, ex musicista ambient - ha già diversi singoli ed un album (Is My Head Still On?) alle spalle, tutti costruiti sulla consolidata ricetta chitarra acustica + voce e adagiati su sonorità decisamente classiche. Non proprio l'ultima moda quindi, e il fatto che i due pezzi di questo sette pollici siano educatamente gradevoli potrebbe non essere sufficiente a garantirgli l'attenzione che merita: peccato, perché "Oh Horatio" è davvero bella, di estrazione pop e movimentata quanto basta per lasciarsi accompagnare con il piede, fa intervenire archi e tastiere in maniera discreta ed è cantata da Lou/Rasmus con una voce tremolante ma pulita che mostra una impressionante somiglianza con quella di Justin Currie dei Del Amitri. Più soffusa "You can't say no to me", tratta dalla colonna sonora del film Svedese "Vintervila", che mostra comunque una certa familiarità con le atmosfere cantautorali e una confidenza da artista navigato. Se vi è piaciuto l'ultimo Sondre Lerche fateci un pensierino.

www.tigerlou.com



Razorlight
Stumble and Fall
(Vertigo)

"Ogni tanto emerge una band capace di soddisfare sogni che la gente nemmeno sapeva di avere." So che non dovrei leggerle, ma fanno sorridere le note biografiche dei Razorlight, volenterosa band di pop/punkettino transnazionale i cui membri assortiti provengono in parti uguali da Inghilterra, USA e Svezia, e che nonostante ciò NME ha già attaccato al carro degli "Strokes inglesi". E ancora: "le loro canzoni fanno cedere le ginocchia agli uomini adulti", e mi spiace ma se questa "Stumble and Fall" dovrebbe servire da esempio proprio non ci siamo: movimentato guitar-pop melodico con qualche convulsione di batteria assai banalotto, che inizia e finisce senza lasciare traccia nonostante possa vantare una vaghissima somiglianza con i Clash pre-London Calling. Meglio il lato B, "We All Get Up" che non farà nulla ai vostri menischi ma utilizza al meglio la doppia chitarra per creare un piacevole congegno cadenzato/melodico, nervosetto ed orecchiabile che ha l'unico torto di insistere un po' troppo sulla stessa ritmica ma rimane nondimeno pregevole. Se poi volete insistere e scoprire di cosa sono capaci i ragazzi cercate di procurarvi il precedente singolo "Rip it up" che ha furoreggiato in Uk (solo stampa, non negozi) non senza qualche merito.
E dato che siamo in vena di sputtanamenti: quelli di tiscali.co.uk li hanno definiti "the best band in britain". Dobbiamo sempre farci riconoscere...

www.razorlight.co.uk

Salvatore, Alessandro