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Envelopes
Free Jazz EP
(Brille)

Con quelle facce stralunate, i cappellini buffi, l'aria di chi è capitato davanti al microfono per chissà qiuale scherzo del destino e la tendenza a scrivere canzoni di perfetta anarchia pop, gli Envelopes non potevano che essere svedesi. "Free Jazz" sembra un distillato dell'album "Demon" all'ennesima potenza, racchiudendone pregi e (pochi) difetti: il suono è più potente e preciso ma tutto il resto è amatoriale come alla prima prova, dalla voce di Audrey che si incaponisce per quindici secondi sulla stessa parola (senza riuscire a renderla intelliggibile) a un'occupazione strumentale che definire disordinata è poco; eppure è deliziosa, trascinante e travolgente come previsto, specialmente se accompagnata dal video extremely lo-fi. Completano l'EP la popelettronica pazzerella per voci robotiche di "Put On Hold" e la coloratissima strenna natalizia "Pink Christmas" (offerta gratis sino a gennaio sul sito della band), se possibile ancor più vicine a perdere la trebisonda ma entrambe assolutamente straordinarie. Quello che stupisce di questi ragazzi è l'eccezionale inventiva, pericolosamente al limite della follia fine a se' stessa ma sempre in grado di emergere dal caos con canzoncine di enorme facilità e freschezza.

www.envelopes.se



The Research
Lonely Hearts Still Beat The Same
(At Large)
Dell'album parliamo con diffuso entusiasmo in altra parte del giornale, ma qualcosa di questo "Lonely Hearts Still Beat The Same", quarto e ultimo singolo preventivo dei Research, bisognerà pur dirla: ad esempio che la title-track è senza ombra di dubbio il loro pezzo più riuscito, e non solo perché è il primo ad affidare il cantato alle due ragazze, per la sottilissima idea melodica costruita dalle intermittenti tastiere di Russell o per le improvvise fioriture di "lalalas" che lo adornano, ma perché è un delizioso e malinconico acquarello invernale, nemmeno tanto consapevole della sua invincibile fragilità. Delle varie b-sides sparse lungo CDs e sette pollici, "Wild Horses" offre egregia coda al singolo, ammicando da lontano ai Flaming Lips appena troppo sgangherata per essere presa sul serio, ma a meritare è soprattutto "All These Feelings", esperimento twee/rockandroll con chitarre (!) che sembra uscito da un film sulla suburbia Inglese, odora di negozi di dischi usati e riesce a celebrare gli eighties senza darlo a vedere (Sarah alla voce). Infine, c'è Russell che non rinuncia a cantare la sua versione della title-track, aggravando tuttavia la propria posizione: canta proprio male. La più improbabile delle band da adorare, ma con un singolo così.

www.theresearchgopop.com


The Chemistry Experiment
Interstellar Autumn EP
(Fortuna POP!)

Nessuno si è dimenticato dei Chemistry Experiment, vero? Quelli che assomigliavano così tanto ai Pulp intenti a morire malinconicamente. "Interstellar Autumn" è un felice incidente di percorso: un improvvisato medley tra "Forever Autumn" di Justin Heyward (sulla colonna sonora di "War of the Worlds", ma non quello di Spielberg) e "Interstellar Overdrive" dei Pink Floyd che si macchia di esagerati favoritismi a favore del primo. Garbata, con moderate derive prog e un flauto preminente nel mix. Poteva uscirne un mostro, invece la parte cacofonica Pinkfloydiana, tutta cimbali, dobro, synth e tamburi, arriva come un salutare temporale in una giornata opprimente, dopo che le nuvole avevano lentamente oscurato il cielo. E non è tutto: se avete perso l'album d'esordio della band, trovate qui uno dei suoi pezzi migliori, "You're the prettiest thing" e il suo effluvio d'archi cotonati da chitarre funky, più Barry White più un impeto teatrale da melodramma inglese. A seguire si rivisitano - toh! - i Pulp nell'affettato affresco per rapidissime tastiere di "Karin" e persino i Butterflies Of Love con una cover sintetica al vocoder di "Belt and Shoelaces" riuscita così così, ma tanto gli applausi se li erano già meritati prima. Dico, pubblicare questa bellezza PRIMA dell'album sembrava brutto?

www.chemistryexperiment.co.uk



Humpty Dumpty
The Humpty EP
(autoprodotto)

La trasformazione musicale di Humpty Dumpty si riflette in due aspetti di non poco conto: l'abbandono della lingua inglese in favore dell'italiano e la svolta pop. I cinque pezzi di questo EP hanno tutte le carte in regola per circolare (e alla grande!) nel variegato mondo dell'indiepop. Per la qualità dei testi, per la ricerca musicale, per lo spleen complessivo cattivello e poppettino che li pervade. Io ci ho trovato dentro Faust'o, gli House of Love, i Tuxedomoon, la Sarah Records, Garbo, i Decibel.ovviamente filtrati - con la sensibilità e il gusto di chi la sa lunga - in chiave bedroompop. Dopo l'enigmatico intro kraftwerkiano di "Io Ero Un Robot", Humpty cala subito il jolly: "Linda Blair". L'ipotetico singolo, la canzone che ti tormenta per giorni. Pop allo stato puro, col ritornello killer che cita temerariamente Eros Ramazzotti e parole che non lasciano scampo: "e crepo io/non Satana/e non Gesù/my Christine". Praticamente perfetto. Quasi impossibile superarsi, se non fosse che in "Electrodomestica" ci sono gli archi, un testo compiuto e una spudorata citazione di Polvere di Enrico Ruggeri a rendere il tutto memorabile. I successivi "Fammi Dimeticare" e "Post Mortem" regalano, ascolto dopo ascolto, ulteriori gradite suggestioni, giacchè l'incontro col signor Humpty Dumpty - sappiatelo - è anche un'esperienza cerebrale, non solo sonora. [F]

www.myspace.com/dumptyhumpty



Secret Shine
Elemental EP
(Razorblade)

Fa strano guardare la foto dei Secret Shine e contemporaneamente ascoltare il loro nuovo redivivo ep. Intanto perché i coretti femminili, da sempre tratto distintivo dei nostri bristoliani, uno dovrebbe immaginarli venire fuori da una ragazzetta di al massimo venti-venticinque anni vestita come Alison Shaw. E invece provate a dire al vostro cervello di associarla all'idea della donna bell'e fatta del poster di "Elemental ep". Doppio effetto straniamento: la voce e l'immagine.
E poi fa strano perché il suono dei Secret Shine è proprio come se fosse rimasto racchiuso nell'ambra per dieci anni. Non è cambiato assolutamente niente: i suoni (chitarre ruvide e ultrafuzzate), il tipo di melodie (My Bloody Valentine di "Ecstasy and Wine" a palla), e neppure le voci fisiche. Che dire? Una cosa era fare questa musica all'inizio dei 90, quando era trendy (e tenete a mente che i Secret Shine erano già un gruppo di seconda - e ultima - generazione shoegaze), una cosa è farla oggi quando a comprarla al massimo potrebbero pensarci ultra-nostalgici come me, se poi non me la spedissero gratis per averne una recensione. Fa bene al cuore e alla memoria. Onore allo splendore segreto di questi quattro ragazzi e al loro rinnovato entusiasmo. Meglio un ottimo passato che non si vergogna di sé che un presente di oscuri copia/incollatori. [A]

www.secretshine.co.uk



Protocol
Where's The Pleasure?
(Polydor)

Quando sento parlare di "dirty pop" divento istantaneamente sospettoso: tanto più che per "sporco" si intende rumoroso e/o contaminato ma per qualche motivo la maggior parte di queste band si limita a scimmiottare i Duran Duran in salsa disco. Accasati alla Polydor e in procinto di pubblicare un atteso album d'esordio, i Protocol non fanno eccezione: si rifugiano in una incerta nicchia di pop retro senza rinunciare alla magniloquenza (o era la riottosità?) richiesta alle giovani rockbands inglesi. "Where's The Pleasure?" ha un riff indovinato, un refrain un po' puzzolente ma incisivo, e coi tempi che corrono tanto basta; meglio così, perché la canzone si perde tra echi confusi e un cantato dai toni inappropriatamente epici e chiassosi. Quello che dovrebbe davvero preoccupare i Protocol è però il fatto che il vocal mix di Redanka sul flipside sia incommensurabilmente più ascoltabile del lato A, forse perché il Dj lima la tamarraggine del gruppo sotto strati di beats posticci che in questo contesto appaiono più veri del vero. E questi sono quelli che vogliono rendere la "pop music cool again"?

www.protocolofficial.co.uk



The Scarlet Tuesday/Balor Knights
A Perfect Quarter/Just Cos Keenan Says So
(Thee Sheffield Phonographic Corporation)

Non ditelo ai Protocol, ma uno dei motivi per cui pop is cool again è la Sheffield Phonographic Corporation e i suoi 7" standard corredati da striscioline di carta con improbabili narrative. Merito di una scena cittadina pulsante sull'onda di un noisepop angolare dai contorni in perenne movimento. Questo split color giallo banana presenta due band collegate: prima The Scarlet Tuesday, schizoide popband con frenetica base ritmica, schizzi di synth, chitarre jangly e funky, controcanto femminile dai vaghi sentori melodici e suonerie giocattolo ad aumentare l'irrefrenabile sensazione di caos, tipo i Talulah Gosh in missione coi Gang of Four. Come si faccia ad estrarre un significato compiuto da un simile caos è inspiegabile, e infatti gli stessi Scarlet Tuesday non sembrano avere idea di che pesci pigliare, ma anche se "A Perfect Quarter" può essere definita solo dal caos che genera, sia detto che è travolgente e trascinante come da copione. E poi i più normali Balor Knights, che eleggono a protagonista una base ritmica assai pestona: le chitarre finiscono in secondo piano e le voci boy/girl disegnano una sorta di scombinata parodia powerpop che all'apice raddopia la velocità e si fa brevemente intrappolare da una tromba. Sembrano i Bodines a 78 giri. Surreale tweepop per il nuovo millennio che trasuda urgenza e frenesia, una generazione di Bearsuit in erba ed eskimo. Favolosi entrambi.

www.heychuck.com/theespc/index.html



Tilly and The Wall
Reckless
(Moshi Moshi)

Siamo in ritardo di due anni per l'album, ma solo di qualche mese per l'edizione Moshi Moshi del sette pollici di "Reckless", che si conserva anarchica e irresistibile quanto il primo giorno: come un gruppo di ballerini ubriachi di vodka intenti a danzare su un filo da equilibrista, Tilly and The Wall tengono una delle loro migliori pop songs (non lo sono tutte?) in felice equilibrio tra rumore e melodia, collasso e trionfo, glockenspiel e tacchi d'acciaio. Giovani hippies gone folk. E pazienza se il riff preso da "She's a rainbow" io ancora non lo sento.
Lo sapevate già? Bene, immagino farà almeno piacere sapere che i due lati B (già editi, ma non saprei dire dove) sono un appropriato complemento a "Wild Like Children" e a tutto quello che potete conoscere del chiassoso ensemble: rinunciano solo al tiptap e favoreggiano chitarra acustica e tastierine. Gentile e morbida acustica jangly punteggiata da acute note di tastiera "Two Glasses Of Wine"; raccolta, intima e quasi integralmente acustica "Picture of Houses", che evita la consueta invasione collettiva: deliziosamente stonata, malinconica ma affilata, da qualche parte fra Breeders ed Indigo Girls (avessi scritto Rilo Kiley si capiva meglio?). Quanto alle melodie, è chiaro che la band non deve nemmeno sforzarsi: germogliano per generazione spontanea dalla sei corde e dall'erba calpestata ai loro piedi. Loro non ci possono fare niente.

www.tillyandthewall.com



And His Voice Became
EP2
(The Foreign Trip)

Misterioso duo di pop drama-tico dal Kent (Mark e Paul i nomi, altro non si sa): canzoni scarne e tese con base acustica e percussioni in riverbero, una specie di edizione miniaturizzata - ed autentica - dei Coldplay. Gli And His Voice Became coltivano i tre pezzi di questo secondo EP in prevalente chiave emozionale, pesando parole e silenzi, dosando ad arte la tensione strumentale in funzione di periodici accumuli e rilasci di emotività. Il risultato è vicino a certo moderno cantautorato UK (Beth Orton, Tom McRae), con giusto qualche pulsione sperimentale in più. Soltanto "You and I Song" conserva intatta e indisturbata la matrice acustica, peraltro ispessendo la sei corde con un grossolano pickup elettrico, ma rifuggendo da facili piacevolezze e rimanendo spaventata in fondo alla sala. "Don't Cut Deep" e "Anywhere But Here" si sforzano di fornire una minima costruzione ai pezzi con campioni vocali, sussurri ed ombre, e sebbene il tentativo sia interessante, l'aspetto compositivo è ancora deficitario e troppo omologato. Acerbi, ma sono in molti in UK a puntare su di loro: un passo nella giusta direzione e potremmo addirittura ritrovarceli su major.

www.andhisvoicebecame.co.uk



Acid House Kings (and friends)
Everyone Sings Along With Acid House Kings
(Labrador)

Sulle prime, l'intenzione di Johann Angengard di pubblicare un disco degli AHK al mese sembrava una boutade. Quando i singoli han cominciato a scemare in qualità è sembrata solo una brutta idea, ma con questo "Everyone Sings Along" cambia tutto: anziché il solito disco di remix, gli AHK tengono fede al titolo dell'ultimo album invitando cinque amici a giocare al karaoke e resuscitando il vecchio imprint Summersound. Un'idea così bella che la curiosità sollevata supera la riuscita dei brani, ai quali non si può dire sia stata aggiunta soverchia profondità: non di cover si tratta ma di riedizioni vocali, peraltro controllate e vidimate dall'autore. Praticamente identica "Will you love me in the morning" con la voce di Magnus Carlsson dei Weeping Willows, carina ma approssimativa "This heart is of stone" vocalizzata da Suzette dei Tres Bien Ensemble in una affrettata traduzione francofona ("Ce Coeur Est De Pierre"). Si migliora con la verve aggiunta dalla voce sottile di Montt Mardiè a "Do What You Wanna Do" e dalla personalità di Lasse Lindh, che devia la versione svedese di "That's because you drive me" dal persorso prestabilito. Il meglio però è il "fan di tutti" Don Lennon, al quale Johan impedisce a fatica di rendere "Tonight Is Forever" tenera ed incerta come una sua canzone (ma lascia i commenti entusiasti di Don alle parti di chitarra). Lennon rules.

www.acidhousekings.com



Belle and Sebastian
Funny Little Frog
(Rough Trade)

E' sufficiente osservare le evoluzioni di Stuart con una misteriosa bellezza bruna nel video di questa canzone per verificare i cambiamenti in atto in B&S. Ma non ne parleremo oltre. Piuttosto, avete notato che pesante accento scozzese esibisce il nostro? E vi siete accorti di cosa parla davvero questa canzone? "You are my girl and you don't even know it", illusione d'amore che potete accostare a piacimento all'Harvey Williams di "I'm in love with a girl who doesn't know I exist" o all'Eros Ramazzotti di "Ti sposerò perché" (simili riferimenti culturali sono alla base del vero indiepopper), ma in ogni caso la ragazza non c'è, ed è un bel colpo di scena, e chissà se Stuart vuole dirci qualcosa o lo ha usato solo come espediente letterario. La musica è un'allegra marcetta estratta dai recessi più sorridenti di "The Boy With The Arab Strap", e ben si presta al vago effetto drammatico del finale. Meno cariche dei pezzi dell'album risplendono le B-sides, soffici e graziose. Stevie Jackson presta la voce a "I Took A Long Hard Look", nuova fuga dalla realtà ingentilita da deliziosi flautini che avrebbero rischiato la brutalizzazione su "The Life Pursuit", "Meat and Potatoes" è un finto blues alla "Oh! Darling", ovviamente per nulla urlato e con un magnifico controcanto di Sarah Martin. E meritano l'acquisto, eccome.

www.belleandsebastian.co.uk

Salvatore, Alessandro, Filippo